I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Potrebbe essere che in futuro Tutti amiamo senza fine, il terzo disco dei Siberia, venga considerato come “quello della svolta Pop”. In realtà il quartetto livornese, con questa etichetta ci ha sempre flirtato e non solo per l’inno, ironico sì ma anche un filino programmatico, Nuovo Pop italiano, traccia di punta del precedente Si vuole scappare. Dopo anni a battere i territori dell’immediatezza melodica, seppur declinati all’interno di un’appartenenza, volontaria e non, all’immaginario Wave e Post Punk che fa capo a mostri sacri come i Joy Division o a realtà più recenti come gli Editors, i Siberia hanno deciso di liberarsi del tutto da etichette che rischiavano di relegarli per sempre in una dimensione di scontatezza e prevedibilità.
Tutti amiamo senza fine, che arriva all’indomani di un prezioso sodalizio con la Sugar, a cui va ad affiancarsi il sempre solido rapporto con Maciste Dischi (la band è tra l’altro tra le primissime ad aver fatto ingresso nel roster dell’etichetta romana), farà probabilmente storcere il naso ai fan più oltranzisti ma la verità è che è l’album che potrebbe sdoganare finalmente il nome dei Siberia all’interno dei giri che contano. Ne abbiamo parlato con Eugenio Sournia (voce), Cristiano Sbolci Tortoli (basso), Luca Pascual Mele (batteria) e Matteo D’Angelo (chitarra), tentando idealmente di riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato l’ultima volta, circa un anno e mezzo fa.

È indubbio che “Tutti amiamo senza fine” rappresenti un bel cambiamento rispetto a “Si vuole scappare”. Come siete arrivati fino a qui?
Eugenio: È stato un processo molto naturale, non c’è mai stato un momento in cui ci siamo messi a tavolino a capire cosa dovevamo fare, non c’è stato mai nessuno scontro. Già durante il tour di Si vuole scappare stavano cominciando a nascere le canzoni che compongono il disco. È un disco che viene da un periodo della nostra vita in cui abbiamo condiviso tanto, anche a livello umano. Il monte ore che abbiamo passato insieme si è impennato e sicuramente è c’è stato anche un bisogno di leggerezza. Per noi vivere questo piccolo tour, che è stato anche il nostro primo, visto che in precedenza avevamo fatto solo date sporadiche e anche in posti non sempre pensati per suonare dal vivo. È stato il nostro primo tour professionale, anche e soprattutto per le situazioni in cui ci siamo trovati ad esibirci; e poi giravamo con il fonico, col tour manager… è stata un po’ come una seconda adolescenza e questa esperienza inconsapevolmente, nonostante poi le canzoni siano state effettivamente scritte solo da due di noi, si è poi riversata a tutti e quattro.

A livello artistico invece?
Eugenio: Diciamo che nasce anche dal non volere più essere catalogati come un gruppo di genere. Che è un qualcosa che ci onora, ovviamente, ma che anche un po’ ci infastidisce. Sentiamo come un’investitura forte il fatto di aver visto il nostro nome accostato a gruppi del passato che ci piacciono e da cui abbiamo molto da imparare. Avevamo però timore di essere solamente degli alfieri di un modo di fare musica che è ormai irrimediabilmente relegato al passato. Siamo una band che ha ancora tanta voglia di fare strada, una band che non nasce da una compatibilità a livello musicale ma a livello umano. Non siamo quattro sconosciuti che si sono messi insieme perché volevano suonare un certo genere: io e Luca ci conosciamo dal liceo, Matteo si è inserito nel gruppo appena dopo aver terminato le superiori, Cristiano, che è l’ultimo entrato, è stato prima un amico e successivamente un membro del progetto. Alla fine la barriera di fare un certo tipo di proposta non è stata poi così vincolante. Funzioniamo come persone e speriamo di funzionare sempre di più anche come musicisti, però il nostro sodalizio non è mai stato relegato ad un certo tipo di proposta musicale. E volevamo anche guardare a quello che sta succedendo nella scena musicale italiana: abbiamo visto sterminate distese di proposte che andavano a fare Pop in italiano e ci siamo detti: “Magari siamo bravi anche noi a farlo!”.

Che poi l’avete in qualche modo già dimostrato in precedenza…
Eugenio: Sai, il paradosso è che noi, provenendo dalla scena livornese, siamo sempre stati etichettati come un gruppo di poppettari! E questo nonostante facessimo un genere che, se confrontato con quello che va di moda oggi… eppure già all’epoca del primo disco si alzavano dei sopraccigli. Tieni però anche conto che il nostro esordio, ancora prima che discografico, è stato televisivo: noi prima ancora che uscisse il disco siamo andati a Sanremo Giovani, quindi ci siamo detti che questa cosa del Pop forse ce l’avevamo. Allora perché non provare a vedere cosa saremmo stati in grado di dire davvero con questo linguaggio?

In realtà poi, una definizione come “Pop” si presta a diverse interpretazioni… anche una canzone Post Punk può essere una canzone Pop, no? Che so, “The Killing Moon”, ad esempio…
Eugenio: Sì, poi è anche una questione di vestito…
Luca: È una canzone Pop però non bisogna dimenticare che è uscita all’interno di un certo contesto, di un certo mondo sonoro…

Ecco a proposito di questo, mettiamo subito in chiaro un dato fondamentale: il disco suona da dio. In chiave Pop è perfetto, è a tutto tondo, avvolgente, laddove quell’altro era un po’ più incentrato sulle chitarre, questo mi sembra più equilibrato, in particolare il suono di Synth e tastiere è splendido e anche la prova vocale mi sembra molto più matura, più amalgamata col resto…
Cristiano: Nel disco precedente abbiamo fornito un apporto scarso alla produzione. Ci siamo trovati a farlo in un tempo molto limitato, sempre con Federico Nardelli, peraltro, ma abbiamo lavorato velocemente e noi ci siamo entrati poco. Paradossalmente questo ci ha messo un po’ in difficoltà perché al momento di entrare in studio con questo, non sapevamo bene come fare…
Eugenio: Erano passati due anni dall’ultima volta che eravamo entrati in sala prove ad arrangiare un brano. Per cui la soluzione è stato farlo, senza pensarci troppo.
Cristiano: Abbiamo fatto quello che ci sembrava giusto fare.
Eugenio: Parlando fra noi prima, ho usato un aggettivo che potrebbe sembrare brutto ma secondo me ci sta: abbiamo voluto fare un disco “neutro”, nel senso che volevamo che gli arrangiamenti sparissero dietro alle canzoni.
Cristiano: Non è tanto che l’abbiamo voluto, più che altro è arrivato.
Eugenio: La gestazione è stata portata avanti prima da noi al computer, poi in sala prove, poi ulteriormente, in fase di incisione, con Federico come produttore. Abbiamo registrato in presa diretta, quindi c’è stato un altro approccio, un altro livello qualitativo rispetto al precedente, proprio a livello audiofilo…

Parlando di “Ian Curtis”, il primo singolo, ci ho visto dietro un grande coraggio, soprattutto nell’accostamento del titolo con un brano di quel tipo, che arriva tantissimo, molto immediato. Non è stato per caso anche un modo per allontanarsi da un certo tipo di immaginario, come dicevate prima? Voglio dire, se si utilizza Ian Curtis sopra un brano di quel tipo lì, il contrasto è immediato…
Eugenio: Certo! Hai colto nel segno e ti dico anche che sei un’eccezione perché in generale siamo stati fortemente criticati per questa scelta. D’altra parte però era necessario: ci serviva confrontarci in maniera diretta con queste influenze, per non correre il rischio di essere identificati come monarchici in un mondo che stava diventando repubblicano (risate NDA). È stato un atto doveroso, tributare un peana a questa fase della nostra vita ma proprio per andare oltre. Hai parlato di scelta coraggiosa: lo è stato sicuramente dal punto di vista tematico; da quello invece semantico, del pezzo in sé, crediamo che stia nel mezzo: ci sono brani letterari, più tosti, più bui, ma anche pezzi scanzonati, leggeri. Direi che Ian Curtis è un punto medio tra queste due anime perché non rinuncia, anche solo nel riferimento del titolo, al passato, ma lo fa per traghettare verso brani come Mon Amour, che è il singolo uscito stanotte.
Luca: Sì, è stato un buon punto di partenza per iniziare a far conoscere il disco!

Avete scelto di aprire con una title track che suona effettivamente come un’introduzione. Ci ho sentito anche un certo omaggio al cantautorato nostrano. Ho in mente la sensazione che mi è venuta la prima volta che l’ho ascoltato e mi è sembrato di sentirci De André…
Luca: Più Tenco, forse…
Eugenio: Sì, Tenco è un po’ il mio feticcio. Comunque ti dico una cosa che probabilmente non ho ancora detto nelle altre interviste: quando abbiamo iniziato a scrivere i brani avvertivamo l’esigenza di fare qualcosa di più leggero e di più fruibile e sicuramente, per quanto siano stati scritti con spontaneità, c’era già l’idea di andare in quella direzione. Quando ho fatto sentire quel pezzo a loro, dopo averla scritta al pianoforte, ricordo di aver detto: “So che non entrerà nel disco, va in un’altra direzione”. Lo sapevo già dall’inizio, ma avevo voglia di andare avanti a scriverla e l’ho terminata. Una volta poi completato il processo di scrittura, quando avevamo tutti i pezzi, mi è sembrato che potesse essere una buona cornice per tutto il resto. A livello programmatico e sistemico è infatti una canzone che introduce bene le altre, c’è questa tematica amorosa, erotica, relazionale, che è ben riassunta qui dentro. È la canzone più verbosa, quella che ti spiega quel che vuole dire, ed è giusto che l’ascoltatore la sentisse per prima, proprio per avere un’introduzione tematica e ideologica sulle cose che stavamo per dire nei brani successivi.

L’avete detto all’inizio ma vorrei sentirlo declinare meglio: il disco l’avete scritto tu Eugenio e Cristiano ma mi piacerebbe sapere l’apporto di Luca e Matteo man mano che il lavoro andava avanti e vi venivano sottoposti i vari pezzi.
Matteo: Come ha già specificato Eugenio prima, anche se le penne sono state due, si è trattato di un lavoro che ha incluso tutti e quattro di base, di principio.
Luca: Abbiamo proceduto in parallelo: mentre venivano scritti, ci trovavamo anche in quattro e lavoravamo sugli arrangiamenti. C’è stata una collettività di base molto attiva.
Cristiano: C’è stato un lavoro a quattro: nonostante ci fossero delle idee che potevano partire da Eugenio o da me, quelle idee poi passavano nelle mani di tutti…
Luca: C’è stato come un treno in quel periodo: a volte mancava uno, a volte l’altro…
Cristiano: Le prove le facevamo anche in due, se capitava.
Eugenio: Per sintetizzare, ti potrei dire che le canzoni sono nate in quattro, proprio a livello di idee perché l’esigenza di parlare della nostra giovinezza prima che finisse (risate NDA), di quella sorta di seconda adolescenza che stavamo vivendo in quel momento, è legata proprio all’esperienza collettiva, la base per scrivere le canzoni a livello di idee, esperienze, sentimenti, è nata qui. È stato un processo un po’ a forma di clessidra, per così dire: queste idee si sono concentrate nel lavoro mio e di Cristiano, ma prima di arrivare al mare, questo fiume si è riaperto e sono entrati nuovamente Luca e Matteo e poi, per finire, la produzione vera e propria. Diciamo quindi che io e Cristiano abbiamo svolto un po’ un lavoro di tramite. Ti dico la verità: io sono una persona molto egocentrica, come penso tanti altri che cercano di fare questo mestiere, ed è stato molto bello, molto appagante riuscire a farsi da parte e diventare uno nel sistema, in maniera non forzata. È stato bello e liberatorio costruire un prodotto di quattro individui, dove poi ognuno fa quello che sa fare meglio. Io sicuramente ho il mio talento principale nella scrittura mentre invece come strumentista e arrangiatore non sono un granché…
Cristiano: La stessa fase produttiva è stata fortemente concretizzata sia nella pre produzione, che abbiamo svolto in studio chiudendoci letteralmente dentro un paio di settimane, dalla mattina alla sera, rinunciando a tutto, sia poi in studio, dove abbiamo registrato per la prima volta in presa diretta.

Voce compresa?
Eugenio: No, quella l’abbiamo aggiunta dopo. Sono stato contento che tu abbia parlato del cantato perché devo ammettere di essere stato contento per essere riuscito a tirare fuori un altro registro della mia vocalità. Io da buona persona pigra non ho lavorato molto dal punto di vista tecnico, è stata una cosa che è nata proprio dai pezzi. Su alcuni di essi mi sono accorto che il modo di cantare che avevo avuto fino ad ora non avrebbe rivestito correttamente quelle parole. Sono migliorato anche grazie alla possibilità di avere questo bello studio a Livorno: a furia di sentirmi registrato e di dover registrare queste canzoni anche in cinque versioni diverse, piano piano capivo come dovevo cantarle. Se invece fossimo stati solo in sala prove, senza possibilità di ascoltarci adeguatamente, sarei arrivato in studio senza conoscere come avrebbe dovuto suonare il brano, come cantarlo.

Tornando ai testi: c’è stato evidentemente un lavoro anche qui, mi verrebbe da dire un’asciugatura, nel senso che rispetto al tuo modo di scrivere solito, mi pare che tu abbia voluto uscire un po’ dalle influenze, essere un po’ meno New Wave anche nelle parole da usare…
Eugenio: E anche uscire un po’ da me stesso: nel confronto con altri autori, o anche con la quotidianità, mi sono reso conto che certe espressioni non le avrei mai usare in una situazione normale…
Luca: E sì che nella vita ne usi (risate NDA)…
Eugenio: Ho una certa tendenza alla verbosità, in effetti, ma ho cercato di ridurla perché, da una parte, mi piaceva l’idea che i messaggi arrivassero più chiaramente; dall’altra, che non ci fossero solo le cose nostre che ci piacciono ma anche quegli aspetti più superficiali, se vogliamo, che sono quelli che ci avrebbero permesso di parlare all’utenza a cui ci vogliamo rivolgere. Io ho un bagaglio di letterarietà di cui sono fiero e che non sconfesso, siamo ovviamente fieri dei primi due dischi dei Siberia ma ritenevamo anche che per poter fare un passo successivo nella nostra carriera, avremmo dovuto uscire da quella zona di comfort, usare meno parole, usare riferimenti immediatamente comprensibili… anche perché poi la maggior parte delle persone con cui ci confrontiamo hanno un bagaglio di ascolti molto diverso. Alla fine non volevamo condannarci ad essere poco rilevanti, ecco.

Ecco, questa mi sembra una riflessione interessante. In effetti ascoltando il disco mi verrebbe da chiedervi: a chi vi rivolgete davvero? Ci avete mai pensato? È famosa quella dichiarazione di Johnny Marr per cui, mentre scriveva una canzone, si immaginava i fan che se la ascoltavano nella cameretta…
Eugenio: L’hai letto il suo libro?

Non ancora, purtroppo! Ce l’ho in libreria da un anno ma non ho ancora trovato il tempo…
Eugenio: Te lo consiglio, perché è un libro che trasuda davvero tanta passione. Io sono più un morriseyano ma mi è piaciuto davvero tanto.
Luca: Tornando alla tua domanda, penso che vogliamo rivolgerci a persone come noi, che hanno la nostra stessa vita, il nostro substrato culturale, persone che in qualche modo fanno parte della nostra quotidianità.
Eugenio: Ci siamo resi conto di essere delle persone comuni. Sai, quando sei adolescente pensi di essere un po’ un unicum ma poi si cresce e si fa un bel bagno di umiltà, accorgendosi che in realtà di persone che provano le tue stesse cose ce ne sono parecchie. Da una parte è negativo perché ti rendi conto di essere meno unico di quello che pensavi, però dall’altra è positivo perché sei anche meno solo di quel che pensavi. Stare molto insieme, conoscere parecchi professionisti del mondo della musica, conoscere il nostro pubblico… ne parliamo spesso di questa cosa: è un pubblico molto trasversale, anche in maniera preoccupante (risate NDA)! Siamo in un’epoca di musica molto targhetizzata e ovviamente vedere che siamo in grado di piacere a persone così diverse ci riempie di orgoglio. Tra i nostri fan c’è una ragazza russa, siberiana, che vive in Brasile e che è venuta a trovarci a Livorno, così come siamo in contatto con gente di Barcellona, gente in Argentina… diciamo che l’unico modo di definirli è “improbabili” (risate NDA)…

Bello però, non trovate?
Eugenio: Sì certo! Però è anche un po’ straniante perché non hai una “tribù” a cui far riferimento mentre scrivi. Non so, “la tribù dell’Indie”, per dire: noi rispetto a questo genere, ad esempio, siamo un po’ in una tangente, ne facciamo parte nel senso che tante webzine, quando escono i nostri singoli li condividono, però il nostro fan medio non è il fan medio dell’Indie, quindi potrei arrivare a dire che non abbiamo un fan medio! E questo sarà sempre una grande sfida per noi: se riusciremo ad avere lo stomaco per tenere duro, potrà essere vincente. Poi sai, per gente come noi che suona da tanto tempo, vedere tutti questi progetti Rap e Trap che sono nati da poco e fanno subito i palazzetti, può essere frustrante, però speriamo che questo fattore nostro, sul lungo periodo, possa essere foriero di traguardi…

Direi a questo punto di chiudere con una battuta sui live. Innanzitutto, quest’estate vi ho visti aprire per i Cure a Firenze e devo dire che è stato un bellissimo concerto. Normalmente su quei palchi c’è sempre un po’ di timore reverenziale, poi era anche primo pomeriggio, eppure ve la siete cavati alla grande, suscitando anche una reazione positiva tra il pubblico…
Luca: Eravamo molto tranquilli, molto rilassati.
Eugenio: Anche perché la situazione tecnica era eccellente
Matteo: Eravamo anche preparati, suonavamo da parecchio tempo ormai…
Eugenio: Però eravamo fermi anche da diversi mesi…
Cristiano: Sì è vero, infatti temevamo potesse essere un po’ un trappolone… fortunatamente lì c’è la cara e vecchia adrenalina che ti viene in soccorso…
Eugenio: Diciamo che nella musica, nel meno ci sta il più, come si suol dire. Ci ha aiutato avere quel po’ di esperienza per gestire la situazione. Avere fatto tanti live piccoli ti porta ad avere maggiore tranquillità quando ti capita una situazione grossa. A parte quello di Firenze, che io ricorderò sempre come uno dei giorni più belli e appaganti della mia vita, ricordo anche l’apertura a Paul Weller a Bologna, in un Estragon sold out. Fu un concerto davvero molto riuscito perché aprendo per un progetto del genere, con cui non abbiamo molti punti di contatto (siamo sicuramente più vicini ai Cure, per dire), scendemmo dal palco e ci fu addirittura un accenno di chiamata per il bis. E capisci che per un gruppo di apertura è inusuale… utilizzando una metafora calcistica, è come una presenza in Champions League, no? Esperienze che ti aiutano a fare curriculum e che ti portano poi ad arrivare in maniera molto più serena a situazioni grosse…

Sono uscite le prime date del tour. Cosa dobbiamo aspettarci?
Cristiano: Lo stiamo preparando. Abbiamo diverse idee ma sicuramente faremo diverse scalette da una data all’altra, anche per riuscire ad inserire brani dei vecchi dischi che non riusciamo più a suonare in ogni concerto…
Luca: Certo, perché magari non stanno bene in quel determinato contesto ma magari mescolando un po’ le carte possono funzionare. E anche interessante per chi viene più volte, per non ritrovarsi sempre la stessa solfa…
Matteo: E poi sarà anche un live più rock and roll, con meno elettronica e più cose suonate…

L’altra volta avevate le tastiere in base…
Cristiano: Anche a questo giro ci sarà qualcosa.
Eugenio: È anche una questione estetica: io sono in grado di suonare le parti di tastiera però posso permettermelo a livello scenico solo nei brani più lenti perché in quelli più energici è abbastanza controproducente avere il cantante seduto al pianoforte! In questo disco di sicuro la percentuale del suonato aumenterà in maniera notevole. Avevamo anche pensato di inserire un quinto elemento, è un sogno che coltiviamo da un po’ di tempo…
Cristiano: Uno capace di suonare le tastiere e una chitarra in più, laddove sia necessario…

Ne ho parlato coi Canova qualche mese fa. Anche loro hanno un po’ lo stesso problema…
Eugenio: I Canova sono anch’essi una band con un percorso di lunga gavetta, dal vivo sono molto bravi e capiamo il loro desiderio. Un quinto elemento può essere bello anche per tutte quelle persone che godono a sentire la musica dal vivo, che capiscono tutto quello che succede sul palco e quindi uno strumento in più potrebbe davvero renderli più contenti.