R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Mi ha fatto molto piacere, ascoltando Trojan primo album del sestetto italo-americano Ghost Horse, composto da Dan Kinzelman al sax tenore e clarinetto basso, Filippo Vignato al trombone, Glauco Benedetti alla tuba e euphonium, Gabrio Baldacci alla chitarra, Joe Rhemer al basso, Stefano Tamborino alle percussioni, sapere che c’è ancora qualcuno che si ricordi degli indiani d’America.
Osservazione forse singolare, ma necessaria: gli indiani hanno rappresentato, almeno per quelli della mia generazione, uno dei primi simboli della resistenza al tentativo di una globalizzazione sfrenata e senza regole, tanto, mi sia consentito il ricordo personale, che la “radio libera” a cui collaboravo, nel remoto 1977, Kabouter, aveva nell’affiche proprio due indiani d’America che ricordano molto la foto di “Toro seduto”, elaborata dal geniale Evan Ross Murphy per la copertina dell’album.

La sola variante, e non di poco conto, sta nella “trasfigurazione” del doppio volto di “Sitting Bull” ai quali si sovrappongono i lineamenti di Miss Liberty che accoglieva i migranti che approdavano ad Ellis Island: “Isle of Hope, Island of Tears” come venne chiamata l’isoletta al largo di Manhattan. Valeva la pena spendere qualche parola, oltre che sulla musica, anche sull’impatto visivo di questo magnifico lavoro di un gruppo che, ricordiamolo, nasce dalla residenza estiva del trio Hobby Horse nell’ambito di Novara Jazz 2017. 
E la musica? La musica è di quelle che restano e i cui echi continuano a permanere in noi. Jazz? hip hop? blues? Ci sono suoni che comprendono in sé tutte le categorie e che non riesci a collocare in nessuna di esse, poiché tutti gli abiti sembrano andare stretti. Quando il sax di Dan Kinzelman si fa strada nella “Forest for the Trees” è facile seguirlo, armati della curiosità dell’esploratore e anche dell’esploratore dell’animo umano, sono suoni cavernosi e spiritualmente evocatori, quasi venissero dalle oscurità della foresta e fossero percepibili solo a chi predispone il proprio animo all’ascolto. Quando le percussioni intonano “Dancing Rabbit” è facile entrare in un mondo che non esiste più o che è sempre esistito, il mondo del mito, tempo senza tempo e luogo dei luoghi.
Tutto l’album evoca le lotte degli indiani per la difesa del proprio territorio e delle risorse naturali, lotte che finalmente sembrano essere diventate patrimonio comune di tanta parte della popolazione mondiale, temi che “costringono” la musica ad esprimersi attraverso una spiritualità rara e anche poco consolatoria, ritmi pieni di inquietudini e di meditazioni veicolate dai fiati, ma anche dal basso di Joe Rehmer e dalla chitarra di Gabrio Baldacci. Un equilibrio sapiente, che se concede qualcosa al free jazz e alla improvvisazione sfrenata, come in “Pyre”, qualche volta diventa descrittivo come nel caso di “Il bisonte”, animale simbolo della cultura indiana, dove i suoni pacati e paciosi sembrano alludere ai movimenti misurati dell’animale-simbolo, ma anche alla sua forza immane.
A volte sembra che alcuni album nascano per colmare dei vuoti, per aggiungere una preziosa tessera al grande e magnifico mosaico della musica, è questo il caso di Trojan. L’album dei Ghost Horse, uscito nello scorso mese di ottobre, è una tessera che non può mancare nel mio mosaico personale, ma credo nemmeno nel vostro. 

Tracklist:
01. Trojan
02. Il bisonte
03. Five civilized tribes
04. Hydraulic empire
05. Dancing rabbit
06. Forest for the trees
07. Killing the sword
08. Pyre