L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

L’impressione finale al termine di questo concerto dei Temples è che non si capisce come mai, se i Tame Impala hanno raccolto così tanti consensi negli ultimi anni, la stessa cosa non sia ancora accaduta per loro. La band britannica ha pubblicato tre dischi bellissimi, l’ultimo dei quali, Hot Motion, ha amplificato ancora di più la componente Power Pop, pur all’interno del solito trademark stilistico figlio della psichedelia anni ’70, con spruzzate di Beatles e T. Rex.

Una chiara impronta retromaniaca, una band che guarda pedissequamente ad una certa epoca, ad un certo sound, ricostruito in maniera filologica ed interpretato anche nel’aspetto esteriore (il cantante e chitarrista James Edward Bagshaw sembra il nipote di Marc Bolan ma tutto il look dei tre, dai vestiti alle pettinature, richiama a quel tipo di immaginario, come se fossero stati catapultati direttamente nel 2019 da una macchina del tempo). Certo, hanno poco di originale da offrire a livello di songwriting, perché le soluzioni sono sempre quelle, ma la freschezza con cui costruiscono i pezzi, l’estrema cantabilità e piacevolezza dei ritornelli, li rende decisamente un gruppo di primo livello, uno di quelli che sai perfettamente dove incasellare ma che non puoi non stimare per l’impegno che ci mette e per il talento che dimostra.


Impegno e talento che vengono fuori anche in questa data milanese, la seconda nel nostro paese dopo quella di Bologna della sera prima, che è parte del primo tour senza il batterista Samuel Toms, uscito per ragioni rimaste sconosciute e sostituito dal vivo da Rens Ottink, che non fa però parte della line up vera e propria, almeno per il momento.
A partire dalla saltellante The Howl, fino alle melodie a la Revolver di Shelter Song, il brano d’apertura dell’esordio Sun Structures, la band di Kettering ha dimostrato buona tenuta di palco, notevoli capacità tecniche (leggi: non fanno nulla di particolarmente trascendentale ma lo fanno benissimo) e un tiro pazzesco. Bravissimi anche nelle armonie vocali e notevole il modo con cui Adam Thomas Smith si destreggia tra chitarra e tastiera.


Il repertorio è, come dicevamo, un altro elemento a loro favore: peccato per l’assenza di (I Want To Be Your) Mirror, tolta di recente dalla setlist ma per il resto ogni canzone da loro proposta va a sfondare una porta aperta: Holy Horses, The Beam, Colours to Life, The Golden Throne, You’re Either on Something, Certainty, On the Saviour, sono tutti esempi magnifici di una scrittura derivativa, forse anche manieristica, ma assolutamente vincente.

Probabilmente, l’unico aspetto critico che ci sentiamo di evidenziare è che è stato tutto fin troppo perfetto: esecuzioni magnifiche ma eccessivamente patinate, un filino “fredde”, nonostante poi i quattro ce l’abbiano messa tutta per manifestare il proprio entusiasmo. È stato da questo punto di vista significativo che l’unico momento in cui si sono effettivamente lasciati andare, con una lunga divagazione strumentale dove finalmente si è potuto fare il pieno di quella psichedelia che aleggia da sempre sul sound della band, sia stata la vecchia Mesmerise, proposta come bis.
Per il resto, tutto molto bello ma sempre con la sensazione che si sia trattato di un esercizio di stile.

Rimane che i Temples sono una gran bella band. Io personalmente, dopo averli visti dal vivo, li preferisco ai Tame Impala, che da questo punto di vista non hanno mai particolarmente brillato. E ripeto, se Kevin Parker (che è bravissimo, ci mancherebbe) ha avuto tutto questo successo, non vedo perché non dovrebbero averlo anche Bagshaw e compagni. Chissà, magari il tempo darà loro ragione.