R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Sono passati quasi quarant’anni dalla Berlino che fece incontrare  Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, i due padri del punk rock italiano che formarono gli indimenticabili C.C.C.P. dalle cui ceneri nacquero i C.S.I. E’ in questo periodo che i due intraprendono un viaggio in Mongolia attraverso la Transiberiana, un viaggio che lascerà un segno profondo soprattutto in Massimo e dal quale verrà alla luce un capolavoro della musica italiana, Tabula Rasa Elettrificata. Ma non sarà l’unico frutto di questa esperienza forte e trascendentale. Vent’anni dopo, Zamboni sente il richiamo di questa terra che oramai gli appartiene e intraprende un nuovo pellegrinaggio con la moglie; poco dopo, sarà concepita la loro figlia Caterina che verrà al mondo con una macchia inconfondibile, la cosiddetta “macchia mongolica”, un livido che contraddistingue la maggior parte dei bambini dell’Asia, destinato a dissolversi negli anni. Così il senso di appartenenza e la voglia di tornare all’origine si impossessa anche di Caterina e la famiglia si riunirà per recarsi nuovamente in questa terra ormai diventata casa; stavolta il viaggio farà nascere le 13 tracce di questa Macchia Mongolica.

È un lavoro incredibilmente spirituale, introspettivo, meditativo. Il disco è quasi interamente strumentale e non va ascoltato con orecchio troppo occidentale, non ne farebbe cogliere l’essenza. Deve creare uno stato di abbandono totale alla musica che è veicolo per condurci in luoghi paralleli ed inesplorati della nostra coscienza. Arrendersi a suoni quasi mistici a cui non siamo propriamente abituati, ma che richiamano la natura intesa come legame indissolubile ad essa poiché origine. Per Zamboni non è infatti un viaggio di scoperta di una terra ignota, bensì un ritorno in un luogo che detiene una memoria ancestrale, che sprigiona suoni antenati e fa respirare un forte senso di appartenenza.
In questo disco si mescolano con estrema delicatezza i due mondi, occidente ed oriente. Voci ipnotiche che narrano leggende, cori di monaci, percussioni tribali e tamburi incontrano le vibrazioni rock delle chitarre a volte graffianti a volte docili di Massimo e il basso avvolgente di Cristiano Roversi. L’utilizzo di catene, pelli, legno, saggina, piatti tibetani e metalli percossi da Simone Beneventi ci trasporta con l’immaginazione in queste terre, nei deserti, ci fa percepire il galoppo dei cavalli e dei cammelli come una danza; fa avvertire il gelo delle montagne e il rumore delle ali in volo degli uccelli che si innalzano sopra di esse. E’ una musica evocativa, ammantata da un’aura mitologica che ci dimostra ancora una volta quanto a volte il testo non sia così fondamentale quando attraverso i suoni si riesce a creare un effetto emozionale così potente. La “Macchia Mongolica” è la colonna sonora di questa profonda esperienza spirituale divenuta un film-documentario diretto da Piergiorgio Casotti e un libro scritto da Massimo Zamboni e Caterina Zamboni Russia.
“forse l’identità si esprime solo nel momento della sua dissoluzione”

Tracklist:
01. La macchia mongolica
02. Sugli Altaj
03. Khovd
04. Shu
05. Huu
06. Altopiano ruota
07. I cammelli di Bactriana
08. Ome Ewe
09. Djinn
10. Mongolia interna
11. Casco in volo
12. Heavy desert
13. Lunghe d’ombre

Massimo Zamboni: chitarra – basso – voce – programmazioni
Cristiano Roversi:
tastiere – basso fretless – samples
Simone Beneventi:
Violoncassa – Sega – Tumbarinos di Gavoi – Tamburo africano – Cowbells gravi intonati – Campaneddas ladas – Ischigliottos – Triangolo di Gavoi – Dobatchi preparati con biglie – Piatti tibetani – Piatto cinese – Incudine – Woodblock grave – Claves tripla – Maracas di metallo – Maracas di bamboo – Shekerè africano – Rute – Saggina – Catene – Octopad
Byambaa: voce narrante in Ome Ewe

foto: Piergiorgio Casotti

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