R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Sono territori solitari e desolati quelli in cui ci trascina la cantautrice danese Agnes Obel con il suo quarto album intitolato Myopia uscito per Deutsche Grammophon. Un lavoro sofisticato e introspettivo che contempla in “solit’aria” luoghi interiori e crepuscolari.
Attraverso il linguaggio composto e aristocratico della sua elegia, ripropone la formula con piano, archi e voce a cui ci aveva abituati con i suoi precedenti lavori (da Philarmonics a Citizen of Glass).
La delicatezza e l’austerità dell’artista trapiantata a Berlino si riversano tutte in questo nuovo disco che nasce in una condizione di isolamento domestico, in una sorta di piccola caverna al riparo da influenze esterne, e che restituisce all’ascoltatore la sensazione di essere intrappolato in uno stato d’animo con poca visione periferica, miope appunto, costringendolo ad una introspezione volta ad esplorare le proprie zone d’ombra.

L’opera, tornita di fini partiture pianistiche e da una voce che viene ripetuta all’infinito e rimodellata elettronicamente, è in grado di costruire un intero regno dei suoni che punta ad ambientazioni trasognate con sfumature tenebrose e torsioni spettrali, grazie anche ad un sobrio corredo d’archi che dona intensità espressiva.
Agnes Obel sceglie di essere fedele al suo suono, mantenendo la rotta rispetto al lavoro precedente. Con ciò riconferma l’espressività melodica, la capacità compositiva e di scrittura e l’intensità dell’interpretazione, pagando però lo scotto di una mancata sperimentazione in questa quarta uscita. Ogni brano è una creazione sofisticata e convincente, ciò che manca è una innovazione della sua arte. Myopia ha infatti una struttura simile al precedente album Citizen of Glass: stesso numero di tracce e interludi strumentali posizionati in punti strategici.
La prima composizione delle dieci è “Camera’s rolling”, una ballata cameristica che mostra l’intonazione cristallina e le acrobazie vocali della cantautrice danese. Sullo sfondo, percussioni essenziali e un violino insistente che riempiono l’aria come una marea fluttuante.
Il brano successivo “Broken sleep” è stato ispirato dai disturbi del sonno che hanno afflitto l’artista e che sono stati dalla stessa rappresentati come figure inquietanti tra corde pizzicate e ansiose, e le morbide vie del piano (“Forme di fumo, fin troppo umane, crescono come titani (…) Mare d’alberi che invocano esseri umani, pendenti come foglie dai salici”).

“Island of Doom” è un’opera lirica che affronta il dolore e raccoglie in una atmosera spettrale tutto il turbamento per la scomparsa del padre. La sua voce è acuta e bassa insieme e si fonde nel minimalismo musicale come uno strumento, mentre le altre voci si riversano su un piano lo-fi ovattato.
“Promise Keeper” è un brano dal carattere cinematografico che inizia con una melodia folk cantata delicatamente fino a quando il pianoforte crea una tensione che si libera al centro della traccia, aprendosi in voci a cascata quasi fosse un incantesimo ipnotico, quasi ululasse al vento.
Tre sono gli interludi strumentali che aiutano l’album a fluire: la sincopata e coinvolgente “Drosera” (in onore della pianta carnivora dalle proprietà medicamentose), la cinematografica e ovattata “Roscian” e “Parliament of Owls”, una traccia che disegna una bellezza soave e malinconica.
Myopia è un disco essenziale ma denso di argomenti, che non delude e che mostra le peculiarità dell’artista. E’ un album col quale bisogna convivere per un po’ per poter apprezzare le visioni fluttuanti e gli ambienti che propone. Ambienti in cui è necessario rallentare e decomprimere, staccarsi dal quotidiano ed essere pronti ad avventurarsi in luoghi affascinanti seppur desolati, intimi e bui.

Tracklist:
01. Camera’s Rolling
02. Broken Sleep
03. Island Of Doom
04. Roscian
05. Myopia
06. Drosera
07. Can’t Be
08. Parliament Of Owls
09. Promise Keeper
10. Won’t You Call Me