R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Diciamo la verità: “groove” e spiritualità sono come mele e pere, che come diceva la mia maestra delle elementari, non si possono sommare. E allora l’impresa di Kahil El’Zabar, grandissimo percussionista e uno dei più celebrati sassofonisti al mondo e David Murray, appare ancor più meritoria. Completa la formazione del favoloso Spirit Groove, pubblicato da Spiritmuse Records, Emma Dayhuff al basso acustico e Justin Dillard a synth, piano e organo. Che l’esperimento non solo sia riuscito, ma sia entusiasmante, lo si capisce subito dopo le prime, quasi sommesse, percussioni di In my House che apre l’album: quasi un carillon, accompagnato da un tamburello, e dallo stentato mugulare di Kahil, una specie di preghiera laica e “distonica”,  a cavallo tra uno spiritual e un blues, con il sax di Murray che sembra bastare a se stesso.

Più si procede nell’ascolto e più il progetto si fa convincente,  come in Necktar con la voce di Kahil in grande evidenza, passando per il brano Songs of May self completamente strumentale, ricchissimo di interazioni tra i musicisti, poi Katon con il suo incipit, quasi afro-etnico, che si trasforma, mano a mano, con il sussurro poderoso e disarmonico del sax di Murray e per finire, come è cominciato, con le percussioni dolci ed evocative di El’Zabar. Ed è ancora la sua voce ispirata, calda e spirituale a condurre la magnifica In the Spirit, cuore dell’album. Completano il lavoro Trane in the Mind, il brano jazzisticamente più tradizionale, se così si può dire, e One Word Family, sul quale vale spendere qualche parola in più, visto che potrebbe essere la dichiarazione d’intenti di Spirit Groove.  El’Zabar e David Murray (e conseguentemente Emma Dayhuff e Justin Dillard), sono convinti  che il jazz svolga e debba continuare a svolgere una funzione sociale. Non si tratta di un messaggio nuovo, ma è certamente un messaggio che va ribadito in tempi di spietato cinismo, di dilagante razzismo, di preoccupante indifferenza e non credo ci fosse maniera migliore di farlo; One Word Family porta con sé un un concetto apparentemente semplice, ampiamente intuibile già dal titolo, ma lo fa con la voce innervata di anima di Kahil, che punteggia il brano di sottolineature e rafforzature vocali e spirituali che vanno persino oltre al grande messaggio di fratellanza universale. Un album così pregno di senso, di ricerca musicale e di novità sonora, non poteva avere confezione migliore della copertina di Nep Sidhu (Nirbhai Singh Sidhu), un artista interdisciplinare che vive e lavora a Toronto, i cui punti di riferimento principali sono suono, linguaggio, architettura e ornamento.
Un disco da ascoltare, sul quale meditare e, e da tenere a portata di mano.

Tracklist:
01. In My House
02. Necktar
03. Song Of myself
04. Katon
05. In The Spirit
06. Trane In Mind
07. One World Family