L I V E – R E P O R T


Articolo di Claudia Losini, immagini sonore di Flavio Amelotti

Quando per la prima volta ho sentito Frecciabianca di Lucio Corsi, con quel riff di chitarra psichedelica ad aprire la canzone, ho pensato “Finalmente non il solito cantautore”. Lucio Corsi, classe 1993, che ancora si domanda cosa farà da grande, e ancora non sa che grande lo sta già diventando.
Nella cornice suggestiva dell’anfiteatro Horszowski di Monforte d’Alba, Lucio si presenta sul palco seguito dalla sua band. Lui, come sempre, dall’elegante presenza d’altri tempi, indossando una camicia con volant e scarpe silver glitterate, i capelli lunghi sciolti. In effetti a primo acchito potrebbe sembrare un modello (e ricordiamo che ha anche sfilato sulla passerella di Gucci), o un glam rocker degli anni 70. E in effetti l’attitudine glam rock c’è, e si sente fin dal primo attacco.

Proprio Frecciabianca quella canzone che sei in grado di riconoscere fin dal primo accordo. Potrebbe sembrare che il suo sia un personaggio costruito: è tutto troppo perfetto da sembrare fatto apposta, è tutto studiato nei minimi dettagli, anche nei rimandi di stile vintage ai componenti della band, tutti elegantemente anni 70. Ma, non appena finisce la prima canzone e lui comincia a parlare con il pubblico, si capisce subito che, oltre a quella forte presenza d’impatto, c’è tanta voglia di creare legame con il pubblico, di coinvolgerlo nelle sue canzoni, di farlo sentire parte di una storia. Perché è questo che in fin dei conti interessa a Lucio Corsi: raccontare delle belle storie. Leggere, a volte malinconiche, un po’ autobiografiche, sempre sognanti.

Lui, non è quella persona che sfagiola frasi fatte e rime ben condite, lui può parlarti di come un’onda trascorre una giornata, si domanda chi ha inventato il colore delle conchiglie, trasforma i treni in pellerossa, immagina un amico troppo magro, che viene spinto via dal vento di Trieste. Il live include tutti i brani del suo ultimo disco Cosa faremo da grandi, per poi toccare l’altrettanto fortunato Bestiario musicale e Altalena Boy dal suo disco d’esordio. E lì, sul palco, mentre spiega che vorrebbe smettere di spiegare sempre di cosa parlano le sue canzoni prima di suonare, perché altrimenti si perde l’interesse nella canzone stessa, ma poi continua imperterrito a descriverti come mai ha scritto proprio quel brano, capisci che lui non ha mai perso quello sguardo di bambino curioso, in grado di scoprire sempre qualcosa di invisibile agli occhi degli altri.

La sua voglia di sognare sempre, quel briciolo di ingenuità, una grande ironia in grado di intrattenere il pubblico anche sotto la pioggia – “Va beh, io continuo a suonare finché non prendo la scossa!” ha esclamato alle prime gocce -, unita al talento vocale, una padronanza della chitarra pregevole e una band preparata e impeccabile, hanno reso questo live magico, di quella magia che provavi soltanto quando leggevi i libri di favole prima di addormentarti, che ti raccontavano di scoiattoli e fate, di lune e alieni. Perché è questa, la vera essenza di Lucio Corsi: farti tornare bambino per un paio d’ore, insieme a lui, lasciarti alle spalle la pesantezza dell’età adulta per tornare a ricordarti cosa sia la spensieratezza.

Cosa faremo da grandi? Non lo so, ma forse so che da grande voglio essere in grado di sognare come Lucio Corsi.