L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Gran bel posto il Ride. Ampio, accogliente, situato nella zona dell’ex mercato di Milano, oggi nel pieno centro della rinnovata vita notturna portata dalla riqualificazione dei Navigli. Se togliamo la difficoltà di raggiungerlo in macchina, alla fine è perfetto: palco e luci notevoli, area verde spaziosa che garantisce tutto il distanziamento di cui c’è bisogno per poter tornare ad organizzare qualcosa di decente.
Già, la musica sta lentamente ripartendo e anche se le limitazioni di cui sono oggetto i grandi eventi rimarranno presumibilmente a tempo indeterminato (tant’è che un futuro incentrato unicamente sui concerti in streaming sembra molto meno un incubo distopico rispetto a qualche mese fa), la scena del nostro paese, quella che non ha mai macinato grandi numeri, potrebbe utilizzare questo momento (si spera) di transizione per tornare a farsi vedere e fare quello che più ama fare.
Non è un caso, in effetti, che proprio quello di Fabrizio Pollio sia stato il mio primo live post lockdown. Era inizio luglio, al Parco Tittoni di Desio e non sembrava vero di essere di nuovo fuori casa a sentire musica dal vivo. Due mesi e diversi concerti dopo (tanti ma ovviamente non quanti avrei voluto) l’appuntamento è ancora con l’ex Io?Drama, in questa ottima cornice milanese.

L’apertura, lo confesso, mi ha lasciato un po’ lì. Il live di NOVE, che ha esordito da pochissimo con un paio di singoli, parte di un progetto di là da venire, è fatto di sgangherate canzoni dall’impronta Garage Punk, appoggiate su basi pre registrate in maniera più che artigianale e da testi demenziali e senza filtro, sulla scia dell’umorismo dissacrante degli Skiantos. Funziona meglio quando suona qualcosa alla chitarra, in particolare nell’unico brano da lui definito “serio” si colgono elementi interessanti. Un live che definirei “interlocutorio” e leggermente avanguardistico, anche se bisogna ammettere che se lo scopo era provocare con un modo di prendersi poco sul serio al limite dell’imbarazzante, il risultato è stato raggiunto.
Al pubblico è piaciuto, io mi riservo di osservare gli sviluppi futuri prima di emettere un giudizio definitivo.

Discorso diverso per Pollio, che ormai è una realtà più che consolidata. Come dice lui, gli Io?Drama non si sono sciolti, sono stati congelati a tempo indeterminato ma per fortuna la sua carriera solista non ce li sta facendo rimpiangere. L’unica cosa che le si potrebbe obiettare, è che “Humus”, per quanto bellissimo, sta ormai per compiere quattro anni e la fame di canzoni nuove ormai è tanta. D’altronde c’è stato il progetto, fortunatissimo, di “De André 2.0” che ha comprensibilmente portato via del tempo e poi, lockdown a parte, Fabrizio è un perfezionista e non è mai stato uno di quelli che fa uscire qualcosa solo per non far sentire meno soli i suoi fan.
Un brano nuovo nei mesi scorsi è in effetti arrivato: si chiama “È solo una fase” ma non è uscito in versione studio. C’è in giro una session di pre produzione, accompagnata da un divertente video casalingo. Abbastanza, comunque, per rendersi conto che il livello è come sempre molto alto e che gli elementi per sperare in un altro gran disco ci sono tutti.
Nell’attesa però, tipologia e ossatura del concerto rimangono gli stessi che conosciamo bene: sul palco sono in due, con Fabri coadiuvato da Giuseppe Magnelli, entrato negli Io?Drama ai tempi di “Non resta che perdersi” e in seguito principale collaboratore artistico del cantante.

L’affiatamento della coppia è ormai qualcosa che va ben oltre la semplice sintonia e lo si avverte chiaramente: Giuseppe è un chitarrista originale e preparatissimo, che unisce le note suonate all’effettistica per creare paesaggi sonori sempre molto suggestivi (basti pensare agli ottimi lavori di sonorizzazione filmica che porta avanti in parallelo) e in questo caso perfettamente funzionali alle canzoni proposte. Il risultato è che manca l’energia di una band al completo ma il concerto va ben oltre il semplice schema “chitarra e voce”, date tutte le stratificazioni che vengono messe in campo.
Rispetto al live del Tittoni, l’acustica migliore, l’impianto luci efficace ed anche una miglior disposizione del palco rispetto agli spettatori, hanno contribuito a rendere questa esibizione del Ride molto più riuscita. Fabrizio è contento e su di giri, come sempre gli accade quando è di fronte al suo pubblico, anche questa sera particolarmente affettuoso e partecipe (singalong massiccio e convinto praticamente su ogni pezzo). La difficoltà del periodo la avverte e non la nasconde; anzi, nel finale, durante i ringraziamenti di rito, manifesta anche una disarmante sincerità nel dichiarare che dietro ai toni rilassati e divertiti dei post e delle stories con cui intrattiene il pubblico quasi quotidianamente, c’è anche un uomo e un artista conscio della durezza delle circostanze e non sempre incline a pensare positivo. Si tratterà magari di una riflessione banale, ma io penso che sia segno di grande intelligenza, mettersi a nudo così.

L’arte è costruzione, certo, ma quando si intravede anche l’umanità che sta dietro quella costruzione, c’è sempre dentro qualcosa di rassicurante, qualcosa che, in fondo, ha a che fare col senso autentico dell’arte stessa.
La scaletta è più o meno sempre quella ma non è un grosso limite. Il filo conduttore, potremmo dire, è caratterizzato dalla scoperta che certi brani, nati in tempi e in contesti totalmente differenti, siano risultati sorprendentemente profetici, tanto da riuscire a dare in qualche modo un giudizio di questo periodo così particolare. È il caso ad esempio di “Nessun dogma”, con cui si apre il concerto, la cassa dritta in stile EDM sostituita da una ritmica acustica a tratti simil country, che tuttavia non toglie nulla all’originale. È il caso, ancora di più, de “La comparsa”, che sembra scritta apposta per mappare il dna della nostra classe politica, ma un filo di inquietudine scorre anche ad ascoltare “Il figlio malpensante”, “Generico” e addirittura “Le vite degli altri”, che era nata per tirare le somme di un periodo della propria biografia ma che risulta lo stesso adatta a fotografare il modo in cui si sta davanti a certe circostanze drammatiche.


Resta che i brani di “Humus”, anche questa sera suonato per intero, non hanno perso né in ispirazione né in forza drammatica (basti vedere la carica magnetica di “Sospesa”, apparentemente uno studio sul modello del cantautorato anni ’70, nella realtà un episodio tra i più maturi del songbook di Fabrizio) ed entrati totalmente nel cuore dei fan, esattamente come quelli degli Io?Drama (la partecipazione entusiasta durante “Incompiuta” dice tutto). C’è spazio ovviamente anche per “È solo una fase”, che tutti sanno già a memoria e che, alla seconda volta che la sento dal vivo, si conferma davvero come un gran bel pezzo, oltre che un autentico inno di resistenza umana.
Del repertorio della band, questa sera si suona solo “Da consumarsi entro la fine”, che oltre a essere il loro lavoro migliore e più amato, è anche a mio parere quello invecchiato meglio. D’altronde canzoni come “Nel naufragio”, “Saverio” o “Dafne in tangenziale”, detto senza timore reverenziale, sono tra le cose più belle scritte in Italia negli ultimi dieci anni e danno ancora i brividi a distanza di due lustri, in qualunque versione vengano eseguite. Stessa cosa per la leggerezza estiva di “Musabella”, suonata come primo bis, che arriva quasi come una liberazione dopo una serie di episodi dallo sfondo necessariamente cupo. Interessante notare anche come la voce di Fabrizio sia cambiata nel corso degli anni: sui toni alti non è più pulita come prima ma ha assunto un timbro graffiante che la rende più matura, senza nulla perdere in espressività e carisma.


Sul fronte delle cover, a metà concerto scherza sul fatto che il suo pubblico sembra prendere quel momento come una scusa per andare in bagno o prendersi una birra: “Ho in repertorio uno dei più bei pezzi di Battiato ma non se lo caga mai nessuno!” ha aggiunto ridendo (sta parlando di “Nomadi”, che è stato tra gli apici del concerto di Desio ma che in effetti i presenti hanno recepito un po’ freddamente). E così ne arriva solo una, ma di quelle pesanti e di quelle profetiche: “If You Tolerate This Your Children Will Be Next”, classico dei Manic Street Preachers, “una di quelle che canzoni che avrei voluto scrivere io” anche se la qualità della sua versione ha ben poco da invidiare all’originale.
Il finale è da copione e parla il linguaggio della festa: c’è la consueta passeggiata tra il pubblico, rigorosamente rispettosa di distanziamento, con “Quello che lasci” cantata da tutti i presenti. Poi “Oggi è domenica” è il finale sui toni apocalittici di “Auto Aut Aut”, che era da un po’ che non si sentiva e che è forse l’unica che in versione acustica perde un po’ d’impatto.


Concerto ancora una volta bellissimo, in definitiva, importante per la voglia che abbiamo di ripartire, aiuto a guardare in faccia la realtà e a ribadire che di certi momenti l’umanità avrà sempre bisogno, anche qualora l’emergenza si tramutasse in nuova normalità.


Grazie a Ste Brovetto per le foto.