I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

È passato un bel po’ di tempo da quando ho visto Marta Tenaglia esibirsi al Tambourine di Seregno, in occasione dell’ultima edizione del Pending Lips a cui ho avuto il piacere di presenziare come membro della giuria speciale (in realtà è stata anche l’ultima edizione in assoluto, visto che quella dopo è stata interrotta per i motivi che conosciamo fin troppo bene). Non ricordo più nulla di quel breve set, se non che mi aveva favorevolmente impressionato, sia per la vocalità sia per la qualità delle canzoni. Non mi sono dunque meravigliato più di tanto di ritrovarla pronta all’esordio discografico, tra i nuovi ingressi del roster di Costello’s, ero certo che i numeri li avesse e che fosse solo questione di tempo. Lo stupore, piuttosto, è stato quello di constatarne una quasi totale mutazione nel vestito musicale: non più chitarra e voce, col rischio di farsi rubricare troppo velocemente sotto l’etichetta della folksinger, bensì ora in possesso di una ben più ampia varietà di mezzi, in un mix efficace di RnB e New Soul, con un’attitudine in parte presa a prestito dal mondo Hip Pop. Bonsai è il suo primo singolo inedito, arrivato dopo una manciata di cover di ottima fattura, che hanno svolto la funzione di introdurne il talento. Abbiamo fatto una chiacchierata in video per capire meglio che cosa si celi dietro questo brano, per conoscerla meglio e per sapere se a breve potremo ascoltare qualcos’altro. Comunque vada, vi consiglio di segnarvi questo nome…

Partiamo dall’inizio: raccontami qualcosa del cammino che hai fatto, da quando hai capito che volevi essere una musicista, fino al punto in cui sei arrivata ora…

È stato un percorso che possiamo articolare in tre gradi fasi. La prima è iniziata quando ho preso in mano per la prima volta una chitarra, in terza o quarta elementare, e ho iniziato subito a scrivere. Ero la disperazione del mio insegnante, perché non avevo voglia di studiare ma scrivevo in continuazione. Arrivavo da lui e mi diceva: “Hai fatto gli esercizi”? E io: “No, però ho scritto una canzone nuova!” (Risate NDA). È stato un periodo lungo, facevo questa cosa semplicemente perché ne avevo bisogno, fino a che non ho capito che forse sarebbe stato il caso di far ascoltare le mie canzoni anche ad altri che non fossero mia sorella o il muro di camera mia! Da lì ho iniziato timidamente a fare qualche live: avevo circa vent’anni, non c’era un progetto definito, avevo molta confusione in testa…

È a questo punto che è arrivata Costello’s?

Sì, ho conosciuto Simone in maniera abbastanza assurda, nel senso che ho mandato una serie di mail disperate in giro, semplicemente chiedendo di suonare: non davo nessun riferimento musicale, non allegavo né una bio né una canzone, chiedevo semplicemente che mi dessero una data (risate NDA)! E Simone, che è una persona molto paziente, deve aver capito che tipo ero e mi ha dato la possibilità di fare una serata al Tambourine, credo fosse all’interno del format “Pentagramma”. La terza fase inizia da qui, con me che continuo a fare quello che ho sempre fatto, cioè scrivere, ma con un’idea più progettuale, credendoci di più, mettendomici d’impegno, prendendola seriamente. Ho conosciuto e lavorato con diverse persone, ho fatto il Pending Lips…

E adesso?

Sto lavorando con Federico Carillo, il produttore che mi sta seguendo per questi nuovi brani. Anche questa potrebbe essere considerata come un’ulteriore fase, visto che collaborare con lui mi sta facendo mettere molto in gioco dal punto di vista della scrittura…

Hai scelto di presentarti in maniera molto particolare, producendo un podcast, “Prospettiva”, in cui raccontavi di te, associando ad ogni puntata una cover di un artista diverso, da Billie Eilish a Mamhood, da Eamon a Jamila Woods…

È andata così: le cover le faccio da sempre, è proprio un bisogno che ho di esprimermi anche attraverso canzoni altrui. Queste qua le avevo già, in particolare I Wish You Were Gay di Billie Eilish e Giovanni di Jamila Woods le suonavo già abitualmente dal vivo. In quarantena, coi concerti che saltavano e le uscite discografiche che venivano rimandate, mi sono chiesta cosa potessi fare. Sentivo di aver bisogno di dire qualcosa, di non avere tempo di aspettare. Ne ho parlato coi ragazzi di Costello’s e con loro abbiamo cercato di capire come avrei potuto esprimere in maniera compiuta un desiderio del genere. Fosse stato per me, siccome sono una molto impulsiva, avrei buttato fuori le cover senza pensarci troppo! Invece, grazie al loro aiuto è venuto fuori un format più razionale, compiuto. In sostanza ho capito che avevo bisogno di condividere questo viaggio che, pur stando ferma, sentivo di stare facendo. Credo che in quarantena un po’ tutti noi abbiamo avuto l’impressione di muoverci, di vedere gli stessi posti ma nello stesso tempo cercare di cambiarli, in una sorta di viaggio da fermi che avevo voglia di condividere. È nata così l’idea del podcast, a cui abbiamo invitato anche degli ospiti, non appena le condizioni lo hanno permesso, e dove abbiamo anche proposto le cover e spiegato che cosa avevano mosso in me.

Immagino che per te sia stata una bella occasione di arricchimento…

Tra tutti gli ospiti di persona conoscevo solo Nava ma con tutte si è creata una grande connessione, anche perché venivamo da un’esperienza di solitudine e c’era come un’urgenza di condividere esperienze, bisogni e fatiche. È stato davvero molto figo!

Artwork by Veronica Moglia

Bonsai è il tuo primo singolo ufficiale ed è davvero un gran bel pezzo…

Bonsai è stata la prima canzone che ho scritto con un approccio diverso, visto che per tutta la vita ho scritto per chitarra e voce. Ad un certo punto ho comprato un computer, ho iniziato ad usare Garage Band, la tastiera Midi e questo è stato il primo brano che è venuto fuori. Ovviamente da lì all’uscita si è evoluta moltissimo, con Federico ci abbiamo messo un anno e mezzo perché dovevamo connetterci, mettere assieme delle cose… ma l’approccio è quello, con una differenza notevole con tutto quello che scrivevo prima…

In effetti è una svolta non indifferente…

Più che altro è più semplice, perché con Garage Band hai la possibilità di tenere sotto controllo la canzone, la struttura, riesci a fare anche sul momento una bozza di arrangiamento, riesci a capire meglio se funziona o meno. È stata una svolta anche dal punto di vista del testo. La prima stesura è stata molto istintiva, era un testo che parlava di una situazione contingente; in seguito però mi sono resa conto che avevo bisogno di dire altro…

In che senso?

L’ho riempita di concetti e di parole perché avevo veramente tantissime cose da dire e quindi ho dovuto fare un lavoro grandissimo di scrematura. Alla fine ho fatto un gran lavoro con Teo Agostino di Costello’s e in qualche modo siamo riusciti a venirne a capo…

Cerchiamo di capire meglio di che cosa parli nella canzone…

Ci sono essenzialmente due filoni: le mie esperienze in quella determinata fase e dall’altra il legame con le donne della mia famiglia, che è sempre stato molto forte. Il pezzo all’inizio si chiamava Mujeres de ojos grandes, che è il titolo di un libro di Àngeles Mastretta che avevo letto e che mi sembrava davvero la storia della mia famiglia…

Quindi è per questo che canti qualche verso in spagnolo?

Sì, sentivo di aver bisogno di mettere questo titolo nel testo poi da lì sono venute fuori altre frasi…

L’altro filone, invece?

È tutto il mio legame con le donne in generale, come categoria sociale e politica. Capisci che con tutta questa roba dentro, ho avuto bisogno di parecchio tempo per capire come operare una sintesi. La fase finale di lavorazione ha poi coinciso col cambio del titolo, una mossa che mi ha permesso di focalizzare meglio il mio messaggio. La parola “bonsai” esprime perfettamente la sensazione che provo come donna, nella vita di tutti i giorni…

In che senso?

La sensazione di sentirsi plasmati, “potati” dalla società. A volte ci sta, perché qualunque cultura plasma i corpi, è così da sempre; a volte però si può trattare anche di repressione, quindi mi è sembrato perfetto usare la metafora del bonsai…

Beh, però chi realizza effettivamente un bonsai non credo intenda fare in qualche modo male alla pianta…

Certo, è una disciplina! Rispetto assolutamente l’arte del bonsai e non credo proprio che costituisca una tortura per le piante! Si tratta piuttosto di una sensazione di empatia: guardando un bonsai, ho capito che è così che sento il mio corpo in una determinata situazione. Poi ovviamente una cosa è farla su una pianta e una cosa farlo su una persona!

E come se ne esce? C’è secondo te un modo per uscire da questa contrizione? Esiste una via alla sincerità?

Non lo so e non sono neppure sicura che se ne possa uscire! Io volevo lavorare sulla complessità di questo fenomeno, sulla molteplicità di sensazioni, di messaggi e di storie. È un problema difficile, non voglio dare una soluzione con le mie canzoni e neppure una liberazione, anche se per me ovviamente le canzoni sono catartiche, mi aiutano a gestire meglio le emozioni, mi alleggeriscono. Io credo che, per quanto riguarda il corpo, l’unica via sia la consapevolezza, anche se acquisirla non è la fine ma solo l’inizio, poi c’è ancora tantissima strada da fare!

Che mi dici invece del video?

A me è piaciuto molto: semplice ma parecchio funzionale al brano… Lo hanno realizzato Matteo Castiglioni e Maurizio Gazzola degli Studio Murena, che sono quelli che mi hanno soffiato il posto al Pending Lips (ride NDA; Marta ha partecipato alla serata del contest dove c’erano anche loro, che alla fine hanno passato il turno e che si sarebbero poi assicurati la vittoria finale NDA)… a parte gli scherzi, loro mi piacciono tantissimo e ci siamo presi subito benissimo! Tra le mille cose che fanno, Matteo e Maurizio si occupano di video, i miei pezzi sono piaciuti e quindi abbiamo deciso di lavorare insieme. Sono due visionari, entrambi fuori come un balcone (ride NDA) e ci siamo divertiti tantissimo a farlo. Lo abbiamo costruito insieme, io ho spiegato che cosa volevo comunicare e loro hanno preso tutta questa complessità e l’hanno messa nel video. Mi sono fatta molto guidare: spiegavo quello che avevo in mente e chiedevo loro come lo avrebbero realizzato. È stato tutto molto psichedelico, mi hanno tirato fuori idee assurde, da una geisha a uno spot degli anni ’60 (ride NDA)… mi piace collaborare con qualcuno e fare in modo che possa contribuire esprimendo al meglio se stesso, quindi direi che ha funzionato perfettamente!

Parliamo delle tue influenze: ascoltando “Bonsai” e tenendo a mente le cover che hai interpretato per il podcast, direi che è abbastanza chiaro quali sono i generi che preferisci…

La mia comfort zone è sicuramente l’Rnb, il New Soul, l’Hip Pop… sono le sonorità che mi piace cantare e ascoltare. Se dovessi farti dei nomi precisi, Jamila Woods ha rappresentato senza dubbio un punto di svolta, così come D’Angelo, un altro che mi ha influenzato tantissimo! Mi piace molto anche il Rap, non tanto per le cose che dice quanto per il linguaggio musicale, amo molto il freestyle anche se non sono assolutamente in grado di farlo ma mi piace inserire ogni tanto qualche elemento…

Beh, in effetti qualche accostamento di immagini in “Bonsai”, ricorda abbastanza da vicino la scrittura del Rap…

È un qualcosa che sto sperimentando anche nei nuovi pezzi, soprattutto a livello di metrica. Continuando con i nomi, in Italia senza dubbio ti direi Pino Daniele ma anche Lucio Dalla, sebbene non appartenga alle sonorità che esprimo; poi Serena Brancale, che ha più a che fare con il Jazz, Erica Mou, che a livello di espressione, di modo di cantare mi ha molto influenzata.

E immagino che anche a livello di scrittura e arrangiamenti, dobbiamo aspettarci un abbandono della chitarra in favore dell’elettronica…

Non mi sono mai sentita una chitarrista, ho trovato la mia dimensione con la Loop Station perché mi permetteva di fare molti arrangiamenti vocali, che poi è quello che mi piace di più, mi viene molto spontaneo. Posso dire che la voce sia il mio strumento e il mio mezzo per tirare fuori quelle cose che ho in testa e che non riuscirei mai a tirare giù con gli accordi. Sono comunque molto affezionata alla chitarra e ci sono tuttora delle canzoni che hanno senso solo suonate così, è una dimensione che non vorrei perdere, neppure dal vivo, dovesse trattarsi anche solo di una canzone. Per quello che sto facendo, però, e per quello che vorrei continuare a fare, sto andando in un’altra direzione. Poi sotto sotto sono un po’ tamarra, la chitarra non mi basta per esprimere tutta la zarraggine che ho dentro (risate NDA)!

Da ultimo, ti faccio la solita domanda scontata sui passi futuri: cosa dovremo aspettarci adesso?

È un casino! Abbiamo dovuto rimandare tutte le uscite, ci sono i pezzi pronti ma la situazione è incerta perché non si capisce se si possono fare le foto, girare i video… stiamo comunque ragionando sui singoli, essendo io nuova nel panorama musicale “pubblico”, ragioniamo per singoli, passo dopo passo, tastando il terreno e vedendo come va. I tempi richiedono questa modalità operativa, non posso lanciare un album dall’oggi al domani e questo non solo perché sono un’artista nuova ma perché gli stessi tempi obbligano una cautela. Per dire: durante la quarantena, paradossalmente, gli ascolti di Spotify sono calati tantissimo, quindi cosa succederà ora? L’idea di fare uscire un progetto più vasto, che sia un album o un Ep, ce l’abbiamo comunque, prima o poi… Il succo comunque è che qualcosa uscirà… Sì, nel giro di qualche mese senz’altro!