R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Joe Lovano ricompone il Trio Tapestry, già collaudato nel 2019 con l’omonimo album e riproposto in uscita in questi giorni con Garden of expression, ulteriore scintillante prova del sassofonista italo-americano per l’etichetta ECM. Un trio di questa struttura, senza contrabbasso, è sempre un continuo banco di prova. Generalmente formazioni di questo tipo optano di preferenza per uno strumento sostitutivo, più frequentemente un organo che può vicariare l’assenza di note basse con una pedaliera o con la prima ottava e mezza della tastiera. La soluzione “bassless”, scelta in questo disco, indirizza l’atmosfera generale verso dimensioni più rarefatte, animate da pulsazioni dilatate e sognanti in cui grande importanza assumono gli strumenti di spalla al fiato solista. Essi, infatti, svincolati dall’obbligo ritmico, allargano la loro aura avvolgendo il sax con un’impalpabile nuvola di suoni. Importante, a questo punto, segnalare la consistenza di Marilyn Crispell al piano, che sembra quasi dimenticare il suo trascorso free e l’elegante appoggio percussivo di Carmen Castaldi, batterista di grande esperienza ed ex compagno di studi di Lovano alla Berklee School of Music di Boston. Tutti i brani godono di un’omogenea unità formale in cui il sax si fa quasi canto solitario, una vela in mare aperto, con i suoi compagni di viaggio come marinai che seguono discreti e attenti a non turbare il navigare riflessivo di Lovano. 

Una dimensione interiorizzata, una spirituale visione meditativa che pare quasi sospendersi nel tempo allungandosi nell’eternità. Musiche come questa rilanciano un’ipotesi di identità con il Tutto, un “Tat Tvam Asi” in cui musicisti, strumenti, note partecipate e vissute, si amalgamano a costituire quell’Unità da cui tutto proviene e a cui tutto farà ritorno. Il primo brano di questo disco Chapel song ha una sua intima cantabilità e si apre con una sequenza di otto note al sax che si muovono attorno alla tonalità di partenza, spesso percorrendone i contorni ma ritornando poi alla base d’impianto, mentre il piano della Crispell costruisce un delicato bouquet di note da cui filtra il suono di Lovano. Raffinato ed intimo Night creatures, dove questa volta il piano ondeggia come un mare increspato mentre il sax continua il suo cantare notturno, un approccio leopardiano alla notte e al mondo dell’invisibile. Più sciolto, quasi uno standard, il brano seguente West of the moon che però è una fresca composizione dello stesso Lovano, autore di tutti i brani di questo lavoro. Encomiabile e sontuoso l’operare della Crispell: il suo è un continuo ricamo, una tessitura costante che sostiene il percorso melodico del sassofonista. Ora comincio a comprendere l’episodio raccontato dalla stessa pianista quando, suonando in modo informale in un locale lounge di New York, impressionò Cecil Taylor che smise di giocare a biliardo per omaggiarla con un baciamano…
Cambiano le sensazioni con la title- track dell’album, Garden of expression. Si abbandonano le melodie più accattivanti cercando forme sonore maggiormente svincolate, moderatamente free, dove anche Castaldi si fa apprezzare con un elegantissimo svariare tra le percussioni ma sempre agendo con delicatezza estrema. Un tempo, batteristi come Castaldi venivano definiti “piume” per il loro rifuggire dalla pesantezza, giocando con piatti e spazzole per riempire i vuoti lasciati dagli altri strumentisti. Si prosegue nell’ascolto con Treasured moments, dove il sax quasi si “flautizza”, ricercando note appena soffiate in compagnia di un piano che insegue atmosfere rievocanti Ravel e la musica impressionista del ‘900. Sacred chant riprende il colore un po’ mistico dei primi brani, tracciando i contorni di una musica quasi lunare, alla ricerca dell’accordo interiore in grado di accomunare il pensiero con il mistero della notte. Ci si avvia alla fine con Dream on that, anche se il titolo del brano, più che un invito, pare una minaccia – provate a dormire su queste note, se ne siete capaci. È, infatti, un preludio all’ultimo atto, stranamente un finale atonale, scandito da campane tibetane che invitano alla meditazione. Zen like chiude, in modo inaspettato e forse si sarebbe preferito un brano più melodico mentre invece il Trio Tapestry ci lascia sulla corda, congedandoci con un’insolita mimesi che mi ricorda il Pierrot Lunaire di Schoenberg. Un finale forse frammentato, in un contesto così omogeneo, ma che non turba il valore assoluto di questa opera che resta superba, nel suo complesso, retta da tre musicisti di grande professionalità e sapienza.

Tracklist:
01 Chapel Song
02 Night Creatures
03 West of the Moon
04 Garden of Expression
05 Treasured Moments
06 Sacred Chant
07 Dream on That
08 Zen Like