R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono convinto che il mondo, oggi, sia così ricco di musica come forse non lo è mai stato in passato. Vi sono talmente tanti musicisti in giro, veri o presunti che spesso diventa difficile selezionare gli ascolti, rischiando così di perdere di vista piccole mirabilia, degne di uno spazio acconcio ad una corretta e attenta valutazione. La storia di Stephan Micus da Stoccarda mi ha sempre affascinato, se ripenso ai suoi inizi. Tra gli ultimi hippy tedeschi proiettati alla scoperta del Marocco e dell’India, Micus esordì nel 1976 con Arhaic concerts, un discreto lavoro a seguito di quella Kosmische Musik che aveva precedentemente affascinato mezza Europa la cui cometa però stava ormai eclissandosi. Invece di perdersi negli astrusi meandri compositivi che inguaiarono molti suoi illustri colleghi, Micus cominciò a dedicarsi allo studio di strumenti musicali acustici che provenivano da diverse parti del mondo, cercando di assemblarli tra loro per trovare una possibile quadra espressiva, mescolando, provando, testando il tutto con strumenti più occidentali e altre volte con la propria voce, approfittando delle tecniche d’incisione multi traccia. Così diventò un autentico “one man band” di lusso e la sua originale qualità compositiva fu notata da Manfred Eicher che lo affiliò alla sua etichetta ECM alla fine dei ‘70 editandogli oltre una ventina di dischi di cui, questo Winter’s End, è buon ultimo.

Gli strumenti che compaiono in questo lavoro hanno diverse provenienze geografiche, ad esempio Mozambico, Gambia, Egitto, Giappone, isola di Bali, Tibet, Perù ecc. Accanto alla più conosciuta kalimba, al charango, ai cimbali tibetani fino alla vecchia e cara chitarra acustica a dodici corde, qui compaiono nuovi ed insoliti strumenti come, ad esempio, il “chikulo” e il “tongue drum”. Entrambi provengono dal centro-africa ma mentre il primo è un ingombrante monumento che appartiene alla famiglia delle “timbila”, xilofoni costituiti da tavole lignee appoggiate su zucche svuotate che fungono da cassa di risonanza, il secondo è una specie di carillon con linguette di legno auto costruito dallo stesso Micus.
La musica di Winter’s end segue l’orbita irregolare di chi si muove in uno spazio che va dal tribalismo rituale al viaggio estatico colmo di incanti naturali. Non si cerchino strutture melodico-armoniche usuali, in questo lavoro. Nonostante sia opera perfettamente, morbidamente consonante, la guida è un simbolico, sciamanico Don Juan che apre insoliti paesaggi sonori, completamente acustici, muovendosi tra lussureggianti vegetazioni percussive che paiono sgorgare da un mondo parallelo. Gli interventi strumentali si stratificano mantenendo sempre opportuni spazi e respiri, garantendo una circolarità di umori che rende più leggero il viaggio tra queste tracce musicali. Primo brano, Autumn Hymn. Il battito delle tavole del “chikulo” s’accompagna col sognante suono del flauto giapponese, il “nohkan”, che contribuisce a creare un arabesco onirico teso a controbilanciare le percussioni lignee. Walking in snow è ispirata dai versi del poeta Murakami Kija, che compaiono all’interno del booklet. La chitarra acustica risuona solitaria, piena di silenzi incantatori. La memoria ci porta a certe atmosfere alla Florian Fricke, evidentemente esperienza metabolizzata e depositata nel profondo dell’animo del suo conterraneo Micus. The login of the migrant birds è un magnifico brano polifonico, con le voci interamente sovra incise dello stesso autore e che cantano in una lingua completamente inventata. La suggestione è fortissima, un canto che ci fa entrare nel cuore dell’Africa ma con uno spirito che in parte risente di impostazioni culturali occidentali. Il connubio è un capolavoro di equilibrio, voci e percussioni e null’altro, ma il tutto basta e avanza per segnare questo brano tra i migliori della raccolta.

Baobab dance è solo strumentale, un ballo sensuale e delicato con uno swing interiore tutto suo. Segue Southern stars, flauto e strumenti cordofoni, quasi come una visione della Third Ear Band che rimanda alle stelle suggerite dal titolo, astri che s’accendono e svaniscono in una calda, sensuale notte africana. Black Mother riprende il canto impostato in The login… con appena un po’ meno di magnetismo di quest’ultimo. Sembra, almeno nelle intenzioni, una invocazione religiosa ma qui l’impronta occidentale è più marcata. A new light fa risuonare le corde sotto l’archetto. È una musica quasi cameristica, pare di ascoltare un autore come Bela Bartok, un intrecciarsi melodico pieno di echi dell’Europa dell’est. Companions ci assale con una malinconia giapponese dal gusto invernale. Niente ciliegi fioriti ma invece impronte sulla neve, paesaggi raggelati in un’antica, elegantissima immobilità. Oh chikulo ci suggerisce chi è il protagonista di questo brano. Sono suoni scuri, accoppiati a membrane vibranti, quasi cerimoniali di una cadenza misteriosa. Ma dall’inquietudine che accende questa traccia si passa a tutt’altro tono con Sun dance e l’umore si alza. Ancora voci sovrapposte in perfetta armonia più il continuo tappeto percussivo. Polifonie imbevute di qualche lontano richiamo nostalgico a rimarcare la nostra, lontana origine dal continente africano. Con Walkin in sand ci troviamo letteralmente quasi sul piano opposto di Walking in snow ma qui l’andamento chitarristico è più informale. Un briciolo di luminosità in più ed anche una leggera devianza verso armonie maggiormente contemporanee. Tutto questo prima del finale Winter Hymn. Qualcuno, un giorno o l’altro, mi dovrà spiegare perché gli ultimi brani di molti bei dischi, invece di finire in grande spolvero come ci si augurerebbe, si raffreddino peggio di intonso ricettario medico. Misteri della produzione. Oppure scelte consapevoli, non so. Di certo è che questo ultimo lavoro di Stephan Micus è un gran bel sentire, una narrativa completamente acustica che sbilancia l’ascoltatore con delicatezza, lo spinge in un mondo di suoni puri e ancestrali, in controtendenza con la visione odierna della realtà, avvolta com’è da un velo d’isolamento e di rabbia malcelata.

Tracklist:
01. Autumn Hymn
02. Walking In Snow
03. The Longing Of The Migrant Birds
04. Baobab Dance
05. Southern Stars
06. Black Mother
07. A New Light
08. Companions
09. Oh Chikulo
10. Sun Dance
11. Walking In Sand
12. Winter Hymn