R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Sembra ormai che sfuggire alla definizione classica di jazz, sia diventata la preoccupazione principale di ogni jazzista o gruppo che si rispetti. Il problema semmai sta nel fatto che, se tutti cercano si chiamarsi fuori, il concetto stesso di jazz sembra non avere più ragione d’essere e così ci troveremmo in presenza di un contenitore, usiamo la metafora del vaso, per fare un esempio, vuoto. I fiori che conteneva hanno deciso di non essere più fiori, l’acqua è evaporata e il vaso è rimasto lì come un significato senza significante. Ma la storia è più complicata poiché finora non è stato coniato un termine onnicomprensivo che racchiuda in sé generi musicali che confinano sempre più con qualcos’altro, ma che sono difficili da definire. Insomma il vaso-jazz è l’unico contenitore che permetta a tanti fiori diversi tra loro di trovare un luogo adatto per essere accolti. Tutto questo bel “pippone” per introdurre un disco di un gruppo a cui, come tantissimi altri, la definizione di jazz va stretta, ma che è anche l’unica possibile. Sto parlando della formazione svizzera denominata Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp (OTPMD), e del loro ultimo lavoro che si intitola We’re Ok. But We’re Lost Anyway.

Nome del gruppo e titolo dell’album sono abbastanza dadaisti per non necessitare di altre spiegazioni, tanto vale quindi passare all’ascolto. To Be Patient si apre solennemente con un ricamo in crescendo della viola (Aby Vulliamy), del violoncello (Naomi Mabanda) e dei violini (Jo Burke e Liz Moscarola) e prosegue con un interessantissimo e neo romantico gioco vocale di Liz  Moscarola, insieme a echi di “industrial music”. Ma se si pensa di aver già individuato il filone, dopo l’ascolto del primo pezzo, ci si sbaglia. Già in Empty Skies la rotta sembra leggermente mutata, perché i musicisti di Vincent Bertholet (direttore dell’Orchestre, oltre che contrabbassista), duttili come non mai, sembrano prontamente cambiare registro, così come avviene nuovamente con So Many Things (To Feel Guilty About), “pastiche musicale” di grande versatilità timbrica, segnato dalla cifra stilistica del groove. Ed è così fino alla fine, come in Blabber magnifica ballata, ritmica e “irish”, ma con un retrogusto indefinibile. E poi ancora We Can Can We, forse più di ricerca nel suo incipit e che si trasforma in una canzone (che a tratti riecheggia qualche pezzo dei Talking Heads, tanto per ibridare un po’ ed essere irriverenti come Marcel Duchamp). Flux è un magnifico pezzo in doppia lingua (inglese e francese), di grandissima ironia (i giovani contadini africani che partono per l’Europa per imballare pomodori che rispediscono in Africa, mi ricordano molto gli imballaggi di un grande artista come Ibrahim Mahama, se mi si passa la digressione. Sognante ed etereo è invece Connected, seguito da Beginning dal tono seriale ed elettronico, quasi una disco music “tecno-ambient” di gran gusto. Si chiude con Silent una polifonia nordica e celtica di cristallina bellezza.
Bravissimo Vincent Bertholet che ha saputo credere in un progetto ardito e che ha saputo mescolare coraggiosamente una buona quantità di groove, qualche porzione di funk, un’idea di punk, una spruzzata di jazz e anche una indispensabile essenza di “likembe” e di “marimba”. E allora applausi per Monsieur le Directeur, Vincent Bertholet al contrabbasso, così come Seth Bennett e poi Jo Burke al violino, Liz Moscarola al violino e voce, Anne Cardinaud e Aida Diop alla marimba, Guillaume Lantonnet e Wilf Plum alle percussioni, Naomi Mabanda al violoncello, George Murray e Maël Salètes al trombone, Titi Eymard alla chitarra, Aby Vulliamy alla viola. Di tanta gioiosa e misteriosa bellezza musicale, Marcel ne andrebbe fiero.


Tracklist:
01. Be Patient
02. Empty Skies
03. So Many Things (To Feel Guilty About)
04. Blabber
05. We Can Can We
06. Flux
07. Connected
08. Beginning

09. Silent