L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo

Notturno. Il solo pronunciare mentalmente questa parola mi rievoca certe belle serate estive in cui il calare del sole lascia posto progressivamente all’oscurità, alla frescura, dopo tanto caldo, e -finalmente- alla calma in cui dolcemente si smorza la frenesia di una giornata intensa. In ambito musicale, il “notturno” è una composizione di carattere lento e romantico, così denominata a partire dal XVIII secolo, solitamente eseguita all’aperto, ovviamente di notte, che ha acquisito popolarità nel secolo successivo grazie alla maggiore diffusione del pianoforte nei salotti borghesi e sicuramente al suo autore più conosciuto: Fryderyk Chopin.
Proprio il pianista polacco è stato l’ispiratore dell’album Notturni uscito all’inizio dello scorso anno e firmato dal suo collega piemontese Emanuele Sartoris e dal poliedrico musicista marchigiano Daniele Di Bonaventura, qui in veste di bandoneonista.  Un omaggio esplicito che affianca alla personale riscrittura improvvisativa dei celebri Notturni Op.9 n.1 e n.2 di Chopin, rispettivamente in apertura ed in chiusura del disco, sette brani originali dell’inedito duo.

Dopo averlo più volte ascoltato in cuffia, aspettavo da tempo l’esecuzione su un palco e l’occasione, irrinunciabile per me, si è presentata la scorsa domenica in una elegante sala del Museo Francesco Borgogna di Vercelli, una delle più importanti pinacoteche della regione. Organizzato dalla vercellese Società del Quartetto, il concerto, introdotto dal musicologo Guido Michelone, ripercorre fedelmente la sequenza dei brani proposta nell’album.

I due musicisti entrano nell’ampio moderno “salotto” e raggiungono i rispettivi strumenti, uno sguardo d’intesa, Sartoris si soffia leggermente sulle mani ed appoggia le dita sulla tastiera dello splendido Steinway & Sons messo a sua disposizione iniziando in piano solo, per poi farsi raggiungere lieve dal bandoneon. Dopo la prima rilettura di Chopin, quindi, iniziano i Notturni di Sartoris: La volta celeste è uno dei miei preferiti, atmosfera molto classica e carezzevole; Le terre oniriche dal ritmo più vivace grazie ad una maggiore presenza del bandoneon e vaghi richiami jazz che dopo uno scambio di occhiate fra i due si acquietano e rallentano; L’aurora dall’inizio leggermente malinconico ma sempre poetico accosta al romanticismo del piano l’aria festosa del mantice in continua espansione e contrazione. Alla metà esatta del programma, Di Bonaventura prende la parola con il Notturno d’inverno di sua composizione, più breve ma non meno intenso e coinvolgente. 

Una sorta di cambio di registro si ode con Il plenilunio, e si ritorna alla penna di Sartoris, che mi fa piacevolmente sobbalzare: “questo è jazz” e l’energia degli ottantotto tasti quasi copre la pacatezza del bandoneon, ma, prima del termine del brano, l’atmosfera è già tornata rarefatta e notturna. Sancta Sanctorum è introdotto da Di Bonaventura che ad un tratto lascia il suo abituale mezzo espressivo per raggiungere Sartoris ed affiancarlo al pianoforte, prima alla sua destra, poi alla sua sinistra, dando modo di apprezzarne anche l’abilità pianistica. Infatti, pur essendo attualmente uno dei più importanti bandoneonisti a livello europeo, i suoi studi sono iniziati a soli 8 anni con il pianoforte e racconta scherzosamente che nel pomeriggio ha preceduto Sartoris per le prove e, suonando il meraviglioso piano presente, ha sperato per un istante che il compagno di scena non arrivasse per non dover smettere. La fine dei tempi irrompe come una corsa verso la meta, una cima sonora, raggiunta la quale, il percorso discende, rallentando ma mantenendo l’impeto. L’ultimo brano riporta alla seconda celebre reinterpretazione di Chopin: come in un cerchio, la fine confluisce nell’inizio di questo suggestivo poema sinfonico.
Richiamato con interminabili applausi per un bis, il magnifico duo incanta nuovamente le anime dei presenti, la mia sicuramente, con Sogno di primavera, tratto dalle Romanze senza parole di Daniele Di Bonaventura, un componimento dal respiro lento che si accoda ed amalgama senza discontinuità alle precedenti melodie.

Emanuele Sartoris, attivissimo in varie formazioni di diverso stile musicale, viene ormai definito come un esponente di rilievo della “Terza corrente”, in inglese “Third Stream”, un genere che miscela musica classica e jazz, entrambi fertili terreni di improvvisazione, per regalare gemme preziose dalle numerose sfaccettature. Le affinità musicali e caratteriali fra i due danno origine ad un connubio particolarmente singolare ed affascinante, in cui, se la miccia del progetto è stata accesa da Sartoris, come lo stesso Emanuele mi ha gentilmente rivelato dopo l’ascolto, l’incontro “al momento giusto” con Di Bonaventura ne ha influenzato la prosecuzione e la resa finale, dimostrando che talvolta non occorre “firmare” un brano per lasciare la propria impronta.

Cos’altro aggiungere? L’ascolto di questi Notturni è consigliatissimo, sia su disco che soprattutto dal vivo. Nessuna remora ad aver colmato una ragionevole distanza per raggiungere tanta bellezza se, alla fine, il mio personale risultato è pensare, grata e sognante… #eiovadoadormirefelice

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