R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Bisognerebbe rileggere Jonathan Swift da adulti, dopo averlo apprezzato da ragazzi. Avendolo un tempo inteso come semplice autore di libri d’avventure, non ci si era accorti dei suoi tratti da infervorato polemista, coinvolto nella ricerca di territori utopici destinati a trasformarsi, una volta diventati scrittura, in opprimenti distopie. Lo scrittore irlandese è conosciuto soprattutto per un libro, I Viaggi di Gulliver, di cui oggi ricordiamo poco se non le gigantesche proporzioni del protagonista nei confronti dei Lillipuziani. Eppure i Travels…sono un feroce attacco frontale ai vizi capitali delle società umane, un atto d’accusa contro la guerra e la classe politica di allora. Pubblicati più di trent’anni prima del Candide di Voltaire, le metafore icastiche di Swift tornano spesso ad essere evocate ai giorni nostri, quando la mancanza di rispetto e i difetti di comunicazione rivelano le pochezze ed i limiti dei nostri climi sociali. Il chitarrista Maurizio Brunod, il contrabbassista Danilo Gallo e il batterista-percussionista Massimo Barbiero si presentano con il loro nuovo Gulliver, secondo album del trio dopo Extrema Ratio del 2016. Nonostante il percorso personale di questi musicisti sia stato per tutti loro caratterizzato da un certo eclettismo esperienziale, corroborato da robuste discografie ed eterogenee collaborazioni, è solo la seconda volta che i tre si ricompattano per realizzare un nuovo disco, mettendo in comune le loro abilità compositive e improvvisative. Così come già successo per il precedente album nella efficace forma d’insieme che si viene a realizzare, le individualità di ciascun componente si mantengono sempre salvaguardate e ben riconoscibili. Come fosse un’ipotetica creatura emersa dalla fantasia di Swift, con un’unica testa e tre braccia autonome, la musica di B.G.B finisce per svilupparsi collettivamente tra esotici drappeggi di note, lampi di paesaggi immaginari ed eterotopie scontornate da ogni superfluo estetismo. Il tutto seguendo però il filo d’Arianna di strutture melodiche basilari, tratte da un repertorio in parte costituito da elementi tradizionali provenienti da diverse zone del mondo e in altra parte frutto di composizioni originali del trio.

Rispetto alla precedente esperienza di Extrema Ratio si notano, in alcuni punti, evidenti continuità – ad esempio con Our Spanish Love Song, o con Reine Reprise o ancora con K – ma nel complesso ho l’impressione che questo ultimo album viaggi su binari di maggior pathos e di minor sperimentazione – tranne forse che nell’ultimo brano La Rete – quasi come se una maggior ricerca introspettiva si muovesse scavando più in profondità, cercando l’origine di certi personali e indecifrabili sommovimenti emozionali. Del resto, però, la triade Brunod-Gallo-Barbiero possiede l’indole dell’avventura e se la ride delle lillipuziane ossessioni minimaliste. Tuttalpiù, quando diventa necessario riprodurre qualche frammento reiterato di melodia popolare, non mancano mai le complesse figurazioni ritmiche operate da Gallo e Barbiero che sostengono l’imprevedibile chitarra di Brunod. Quello che accade effettivamente è che si cerca una coerenza poetica tra i vari profili che appaiono in Gulliver, quindi reminiscenze folk, jazz nei suoi istanti d’avanguardia e reticoli di rock, il tutto condotto tra appunti che volano rapidi e rotte di navigazione autonome. La ripartizione strumentale è presto fatta, con Brunod alla chitarra elettrica ed acustica, Gallo al contrabbasso, balalaika basso e flauto e infine Barbiero alla batteria, al glockenspiel e alle percussioni.

Ethiopian Song è il primo brano tradizionale che incontriamo all’inizio dell’album. Esordio con fruscio percussivo e contrabbasso che inizia ad incedere con passo lento. Brunod attacca una melodia molto pulita, le note si susseguono semplicemente in una dimensione assorta e modale mentre l’improvvisazione resta all’interno del perimetro melodico, senza cercare eccessive risoluzioni personali. Anche il contrabbasso si mantiene nell’ambito della semplicità mentre Barbiero interviene con elementi percussivi che rimandano a suoni e rumori naturali. È chiara la scelta voluta dal trio, in questo caso. Si cerca una modalità quasi sospesa, un rispettoso intervento in punta di piedi, persino protettivo nei confronti di una linea melodica che possiede un suo genuino candore. Cambiano le cose con Scarborough Fair, un altro traditional molto storicizzato nell’ambiente britannico, che ha ricevuto una serie quasi infinita di versioni e riproposizioni in vari ambiti musicali. L’origine di questo brano, probabilmente scozzese, viene fatta risalire attorno al 1650 ed è certo che abbia conosciuto una serie di riaggiustamenti, soprattutto nel testo, perché i riferimenti alla nota fiera di Scarborough nel North Yorkshire, attiva già nella seconda metà del XIII° secolo, sono stati probabilmente cuciti sopra il testo più antico tra il ‘700 e l’800. I due motori ritmici, Barbiero e Gallo, innescano una moderata ma pur sempre energica onda sismica su cui la chitarra può proporsi con il richiamo della melodia prima di cominciare ad improvvisare. Inizialmente l’aria della canzone viene già accennata dal contrabbasso e naturalmente ripresa poi da Brunod. La chitarra non perde tempo a ripetere il motivo conduttore – che verrà ripescato solo nel finale – e si lancia in libertà in un assolo che richiama sonorità jazz-rock, magari non così distanti dalle timbriche di Abercrombie o di Scofield. Gaungling San s’apparecchia su una linea di glockenspiel che prelude a questo traditional di provenienza cinese dove però è il contrabbasso che inizialmente sostiene la parte più robusta della melodia. Poi la chitarra sfrutta una coppia di accordi che si muove tra I° e IV°, mantenendosi anche in questo caso molto vicina al tema esposto. Tuttavia il brano, nel suo insieme, non convince appieno, assomigliando più ad un bozzetto melodico, con uno sviluppo che avrebbe potuto, forse, essere più accurato. Meglio la traccia successiva co-firmata da Brunod & Gallo, L’Albero Bianco. La chitarra acustica che introduce il pezzo dimostra quasi un incedere da ricercare per liuto seicentesco, anche se le cadenze a seguire sono ovviamente più moderne. Il contrabbasso sembra appuntare, in questa fase iniziale, poco più che le fondamentali mentre Barbiero costruisce e dilata l’ambiente sonoro attraverso meditati interventi di brushing sui tamburi e sui piatti. La parte interessante scaturisce dalla chitarra elettrica che va a sostituire l’acustica mentre il contrabbasso passa all’archetto. Si trascorre quindi da un’atmosfera all’altra, con quest’ultima ricca di suoni che vanno a recuperare certe colorazioni alla Rypdal. Brano insolito e affascinante. Virata ad una sorta di forma elegiaca e di suggestione medioevale è Cerchi-Reine, pezzo tradizionale norvegese. Un brano dal titolo simile – Around Reine – era presente anche nel precedente Extrema Ratio, forse con qualche assonanza comune, ma l’intenso contesto avantgarde in cui era immerso rende davvero difficile trovare ulteriori corrispondenze – sempre che ne esistano – con la traccia che stiamo commentando ora. Un interessante dialogo tra due cordofoni si distende costruendo un asse di diafana delicatezza, dall’alone velatamente cupo e malinconico. Barbiero letteralmente suona la sua batteria come se fosse uno strumento tonale.

Per me, un brano tra i migliori della sequenza di Gulliver, insieme al pezzo che segue, La Carpinese che fa concorrenza a Scarborough Fair per il contributo popolare più antico presente nell’album dei B.G.B, essendo questo, di origine italiana e pugliese per la precisione, collocato come data di nascita nel XVII° secolo. Si tratta di una melodia dolce, un invito di un uomo alla sua innamorata, con un testo piuttosto spinto per l’epoca – “...sul seno hai due pungoli d’argento e chi li tocca, bella, diventa santo…”. Naturalmente la versione di Brunod & C. è solo suonata. Quasi fosse in continuità con il brano precedente, la traccia si muove morbida e suadente, sempre con quell’ombra malinconica di fondo, ottimamente gestita dal modo sereno di suonare l’elettrica di Brunod e dall’accompagnamento che agisce in discrezione sia col contrabbasso che con le percussioni, sempre presenti ma un po’ meno appariscenti che nel pezzo di prima. Maria Giuana è un tradizionale che viene dal Piemonte, probabilmente composto nell’800. Nonostante l’andamento cadenzato in ¾ che potrebbe far pensare ad un valzerino scacciapensieri, il testo originale è molto drammatico e – dipende dai punti di vista – comico nello stesso tempo. Si racconta infatti di una donna morente che vorrebbe essere seppellita in una cantina vinicola con una damigiana come cuscino… Brunod è rispettosissimo del clima di ballata popolare, rendendola nella sua spontanea angolazione espressiva, tra il serio ed il faceto, con un arpeggio costante di chitarra acustica e un assetto ritmico che non cerca gloria personale ma sostiene semplicemente la chitarra in tutto il suo percorso. C’è spazio per un assolo di contrabbasso e per le percussioni attente di Barbiero. El Pueblo Unido, di Sergio Ortega, farà aumentare la pressione a tutti quelli, me compreso, che nei ’70 andavano ad ascoltarsi gli Inti Illimani. Definirlo brano simbolo di un’epoca è fin troppo poco e in quest’occasione Brunod lo affronta alla chitarra elettrica togliendogli quella marzialità, allora necessaria, che possedeva in origine. Evidentemente questa scelta è assolutamente in linea con la revisione modernista del trio, che scansiona questo brano rallentandone i tempi e dilatandone gli spazi, facendolo assomigliare ad una traduzione musicale vicina alla sensibilità di Bill Frisell. Via via che la musica prosegue aumenta un bordone di sottofondo mentre il contrabbasso di Gallo riempie molto bene gli spazi che Brunod si lascia alle spalle con questo tipo d’impostazione sonora. La chitarra non è mai frenetica, non cerca fraseggi serrati e il jazz di B.C.B si tranquillizza diluendosi nei suoi ondosi arpeggi, sorretta dalla punteggiatura eclettica delle percussioni. Time to Remember è opera di Brunod ed inizia con il contrabbasso che dopo aver introdotto qualche nota esplorativa attacca una sorta di riff medio-orientale su cui troneggia la chitarra in moderata distorsione. Il brano vive di influenze arabeggianti, quasi un contemporaneo Caravan novant’anni dopo la composizione di Ellington. Una traccia accattivante in cui la fusione tra i musicisti pare raggiungere grande consapevolezza, con i suoni ben calibrati e soppesati e una coppia Gallo-Barbiero ai massimi livelli. Dal Kurdistan proviene Kurdish Song. Gallo si alterna al flauto, al contrabbasso sia suonato con l’archetto che per mezzo delle corde pizzicate e diventa il centro della scena nelle fasi iniziali del brano, con la chitarra che lo accompagna servendosi di note secche e nettamente disgiunte. Brunod imbastisce quindi un assolo tra jazz e frammenti di chitarra rock progressive per poi chiudere ribadendo il tema melodico del brano. La Rete, frutto sulfureo di Barbiero, si allontana decisamente dal clima fin qui prevalente, indugiando sull’improvvisazione. I musicisti sembrano respirare quando si allontanano, come in questo caso, dagli schemi impostati dai traditional abbracciando una maggior libertà espressiva, proprio sul filo di chiusura dell’album.

Un originale lavoro dal sapore globalista, questo Gulliver. La dimensione esecutiva, volutamente scarna, ha prediletto l’attenzione e il rigore verso una rivisitazione rispettosa dei brani tramandati dalla tradizione popolare, mescolando coraggiosamente musiche spesso anche geograficamente lontane ma in fondo accomunate da due caratteristiche che hanno sempre costituito l’anima della musica folk, cioè la relativa semplicità dei nuclei armonici e l’orecchiabilità melodica. In tutto questo, Brunod, Gallo e Barbiero hanno provato ad immettervi, con molto tatto e discrezione, elementi d’improvvisazione con il loro stile laconico che si fa fatica ad inquadrare – volendolo fare più che altro per comodità narrativa – in un genere musicale preciso.

Tracklist:
01. Ethiopian Song
02. Scarborough Fair
03. Gaungling San
04. L’Albero Bianco
05. Cerchi – Reine
06. La Carpinese
07. Maria Giuana
08. El Pueblo Unido
09. Time to Remember
10. Kurdish Song
11. La Rete

Una risposta a “Maurizio Brunod, Danilo Gallo & Massimo Barbiero – Gulliver (Jando Music/ Via Veneto Jazz, 2023)”

  1. […] nuovo lavoro del trio Gulliver, alla terza prova dopo Extrema Ratio (2016) e Gulliver (2022, leggi qui), incontra il sassofonista Roberto Ottaviano. Il lavoro è stato prodotto meritoriamente da […]

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