R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Rispolverare l’annoso legame tra musica e politica è per alcuni ancora fonte di turbamento. L’Italia non è il Sudafrica, le tensioni e le pacificazioni sociali avvenute a Capetown non sono le stesse di quelle vissute a Milano o a Roma. Chi ha trascorso i periodi caldi e poco tolleranti dal ’68 al ’77, ricorderà come spesso il connubio musica-politica fosse diventato quasi uno slogan. Rapporto complesso, mai del tutto accettato anche se, evidentemente, molto sentito allora. Oggi se ne discute meno, almeno in Italia, e la gente pare tutto sommato poco interessata al problema. Questo preambolo vuole sottolineare come l’idea di fondo del nuovo album del batterista sudafricano Asher Gamedze, Turbulence and Pulse, sia fondamentalmente politica. Gamedze traccia infatti un parallelo tra il tempo-ritmico, quello innescato dal batterista mettendo in relazione i movimenti pulsanti delle manie la turbolenza sonora che ne deriva, col tempo-storico dettato dal Capitale che decide le ripartizioni tra le scansioni temporali di lavoro e di ore libere, con il conseguente effetto che queste decisioni possono avere sulla popolazione. Sembra che la suddetta riflessione abbia innescato tra la stampa occidentale reazioni quasi intimidite di fronte alla scelta di Gamedze, come se il ripescaggio di questo binomio tra musica e politica avesse riacceso vecchie ideologie passatiste che si vorrebbero ora dimenticare. Ad esempio lo statunitense John Morrison di Bandcamp Daily tende a liquidare il fatto definendolo come clichè logoro e diffuso, mentre il britannico Jon Turney di London Jazz News nota come il brano d’apertura di questo album vada letto come un vero e proprio manifesto, quasi un invito alla popolazione sudafricana perché provi a pensare ad un possibile diverso futuro. In realtà, non conoscendo personalmente il pulse sudafricano, mi asterrei da qualsiasi considerazione a riguardo. Si dice, spesso un po’ ingenuamente, che la Musica, come qualsiasi altra forma d’arte, dovrebbe essere intesa come linguaggio universale ma in questo caso trovo che Turbolence…presenti una serie di sfumature sulle quali è difficile esprimersi, proprio per il misconoscimento di una certa realtà sociale da cui questa stessa musica proviene. Un po’ come quello che è accaduto per la nascita del free-jazz, le cui origini erano state incomprese, almeno inizialmente, dalle stesse comunità di jazzisti afroamericani che non afferravano le ragioni di quel linguaggio.

D’altra parte, volendo leggere questo album alla luce esclusiva del contenuto musicale, sarebbe come amputarlo d’una parte vitale della sua struttura. Asher Gamedze arriva così alla sua terza uscita da titolare su irrequiete note polemiche, ma presentandosi con una musica come al solito molto interessante e stimolante. Per ulteriori informazioni su questo batterista, vi rimando ad ulteriori notizie apparse su Off Topic che troverete qui. Innanzitutto un accenno al fatto che il nuovo disco vede la contemporanea collaborazione tra due etichette diverse, la Internacional Anthem di Chicago – poteva mai essere una città diversa? – e la Mushroom Hour Half Hour di Johannesburg. Insomma, più o meno è quello che accade da anni nel Cinema dove si mettono insieme ormai 3-4 case di produzione per lanciare e distribuire un film. Quello che si può ascoltare in questo album è una musica equamente divisa tra temi scritti ed improvvisazione, nello stile impulsivo e urgente che caratterizza gran parte dell’attuale jazz sudafricano. Tuttavia non presenta particolari difficoltà assimilative, sebbene possegga uno spiritaccio selvatico tale da aggirare, a volte, le comuni regole armoniche presenti in altri tipi di esperienze jazzistiche. La formazione che affianca Gamedze alla batteria si compone di Robin Fassie alla tromba, Buddy Wells al sax tenore, Thembinkosi Mavimbela al contrabbasso e Julian Deacon Otis alla voce.

Si apre l’album con la quasi title-track Turbulence’s Pulse, una serrata dichiarazione d’intenti realizzata sotto forma di rap. Inizialmente si sentono le note d’un piano in lontananza che non compare nelle note stampa allegate e che in effetti non apparirà più nelle escursioni musicali successive. Una formula declamatoria corale cede poi il passo alla voce solista di Otis, mentre lo stesso coro si limita ad un occasionale rinforzo, quasi sferzato dalla batteria metronomica di Gamedze. L’andamento di questo brano assomiglia stranamente ad una preghiera e forse, riferendosi alle tematiche sociali contenute, potrebbe anche esserlo, con il testo che ci ricorda che “…la Storia, il movimento del tempo storico, è prodotto dalle persone”. Wynter Time dopo un’iniziale borbottio di strumenti e percussioni porta ad un attacco all’unisono tra tromba e sax con un tema ben segnato dai due fiati e la batteria che si fa sentire in tutta la sua presenza. L’assolo di sax è ben coadiuvato dalla cavata possente del contrabbasso e traccia graffiti di note contenute e non strabordanti, prima che intervenga la tromba, anch’essa manifestando una certa tensione esplorativa. Si tratta, quindi, di un’improvvisazione piuttosto discorsiva e ponderata. Poi una breve pausa gestita dalle percussioni e dal contrabbasso, prima della ripresa del tema che avviene sempre all’unisono. Batteria come al solito presente ed esuberante. Locomotion s’innesca con la sua potenza percussiva precedendo un piccolo tema, ancora eseguito all’unisono dai due ottoni. Questa volta è la tromba che improvvisa per prima, seguita dal sax. Lo schema individuabile fino a questo punto è quello di una macinante macchina ritmica sulla quale tromba e sax volteggiano senza perdersi in particolari sovrastrutture e seguendo solo l’estro del momento avendo però ben presente la visione matematica dei ritmi e dei tempi. Niente free per i sudafricani, è cosa trapassata in un tempo remoto, avvenuta per lo più dall’altra parte dell’Atlantico…

Un approccio percussivo che fa pensare ad un temporale in avvicinamento è l’incipit di If it Rains, to Pursue Truth, con l’usuale unisono dei fiati ma con la tromba maggiormente in primo piano. La rarefazione progressiva della trama musicale spinge la tromba a creare un proprio spazio su cui dilettarsi in volute improvvisative. L’assolo di sax sprigiona un calore timbrico inaspettato, quasi un momento di intima riflessione per Wells che suona con attenta moderazione, prima della ripresa e chiusura del tema. Melancholia affida le sue dinamiche ad un iniziale, poderoso riff di contrabbasso in progressione melodica discendente. I due fiati lo seguono ma non cercano di sovrapporsi simultaneamente, questa volta, preferendo incrociarsi con intervalli in parte dissonanti. L’insieme melodico rimanda a certe cose di Mingus o addirittura di Monk. Gli assoli sono tranquilli, meditati e la trama conduttrice è sempre la sequenza di note discendenti presentata all’inizio ma ulteriormente sviluppata, giusto poco prima dell’esposizione del sax in assolo. Alibama è un traditional che viene arrangiato in un tema tra il bandistico e lo swingante sul modello New Orleans. Brano curioso con un contrabbasso indiavolato ed un batterista non da meno, con i fiati che svolgono la loro orecchiabile melodia. Can’t See The Sun promuove il ritorno di quel motore ritmico già segnalato nel precedente Locomotion. Anche in questo caso batteria e contrabbasso spingono energicamente con una sequenza di stacchi in cui si evidenziano i fiati squillanti di Fassie e Wells. Proprio quest’ultimo innesca un assolo in stile molto newyorkese che mi ha ricordato il trio di Kendrick Scott, non a caso anch’esso guidato da un batterista e col sax di Smith III simile a Wells [n.b. potete verificare quest’osservazione andando a curiosare qui]. Dopo il sax è il momento della tromba in evidenza, ma solo dopo che la ritmica ha cambiato forma latinizzandosi con un appetito quasi carnivoro per le percussioni. Comunque si va verso un finale tematico con ripresa del medesimo, primitivo assetto ritmico. Sometimes I Think to Myself mette in mostra le qualità vocali di Otis con una melodia dalla costruzione drammatica, inchiodata su un monolitico contrabbasso e i due fiati che ricalcano in coppia la linea del canto. Tutto potrebbe procedere bene se alla metà del brano non si decidesse di sbarellare andando tutti per conto proprio, cantante compreso, che s’impegna in vocalizzi un po’ urlati e un po’ cavernosi. Meno male però che questo aspetto finisce presto e infatti perdoniamo tutto con lo scivolamento verso il brano successivo Out Stepped Zim, che dopo un iniziale momento di ricerca si immette sui binari giusti. La ritmica riprende il suo senso anche se le geometrie del brano restano un po’ più convulse. Sembra di ascoltare in alcuni punti il redivivo Net Coleman con il suo manipolo di coraggiosi, anche se dopo sessant’anni dall’esordio del sassofonista texano questo coraggio non può essere certo della stessa, primitiva intensità. Ad ogni modo il brano è denso e compatto, concludendosi con un assolo di Gamedze seguito dopo qualche secondo da un solitario strappo di contrabbasso. Underground Formation sembrerebbe fareun po’ il verso, all’inizio, per il suo sviluppo ritmico lineare, a qualche rock band da cantina. Anche gli assoli sembrano in parte seguire degli schemi pentatonici ma in realtà il momento è buono per lasciarsi andare. I musicisti si piegano sugli strumenti, mentre la batteria e il contrabbasso procedono con il loro implacabile modus operandi, cercando un punto di ebollizione che sapientemente non arriva mai e quindi mantenendo una tensione strumentale sempre accesa. I fiati sviluppano un autocontrollo che non li porta a delirare ma a compenetrarsi nel pieno del cerimoniale finale, come un’auto-benedizione un po’ indulgente atta a compensare lo sforzo fin qui condotto.

Un’ottima dialettica strumentale è tecnicamente tra le migliori referenze che un gruppo come questo potrebbe già orgogliosamente presentare. Ma ho l’impressione che ciò non sia affatto l’obiettivo di Gamedze e compagni. La loro musica è piuttosto una trasfigurazione non priva di note amare riguardo il presente ed esprime la consapevolezza di come la musica stessa non sia solo un capriccio o un divertimento ma anche il segnale di una riflessione a mente aperta. Se la politica è la techne della relazione sociale, allora l’arte tutta – e particolarmente la musica – rientra in questo concetto, essendo anche questa una delle espressioni più vitali tra quelle condivise nell’ambito di una qualsiasi comunità di esseri umani. Di tutto questo se ne potrà parlare a lungo, se ne è già molto discusso in passato, avendo l’argomento da sempre innescato polemiche con opinioni diverse. Ma come dimostrano Gamedze & C. questo tema resta ancora vivo, ben lungi dall’essere definitivamente rimosso.

Tracklist:
01. Turbulence’s Pulse (4:08)
02. Wynter Time (9:27)
03. Locomotion (4:08)
04. If It Rains. To Pursue Truth (8:14)
05. Melancholia (4:37)
06. Alibama (3:00)
07. Can’t See The Sun (5:04)
08. Sometimes I Think To Myself (5:21)
09. Out Stepped Zim (6:34)
10. Underground Formation (6:50)

 

Una risposta a “Asher Gamedze – Turbulence and Pulse (International Anthem/ !K7 Music, 2023)”

  1. […] Sun Ra aveva aperto. Proprio dal Sudafrica proviene un musicista come Asher Gamedze – leggi qui e qui – amico di lunga data di Louca e che con lui ha condiviso concerti in Olanda e in […]

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