R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Fin dai tempi di South Coasting (2008), disco d’esordio degli australiani Vampires, possiamo oggettivamente affermare che il nucleo espressivo musicale di questo gruppo non si è mai radicalmente trasformato. In barba alle leggi dell’evoluzionismo darwiniano non ci sono state mutazioni nel loro DNA e oggi, come allora, questa band fondata nel 2005 dal sassofonista Jeremy Rose e dal trombettista Nick Garbett persegue la propria personale dialettica strumentale. La scelta del mood sonoro è quanto meno singolare e da un certo punto di vista possiamo senz’altro creare dei motivati paralleli con i loro parenti stretti Necks, dei quali potete leggere, tra le passate pagine di Off Topic, una recensione proprio qui. Cito l’importante e storica altra band australiana non solo perchè il loro pianista Chris Abrahams è ospite di questo ultimo lavoro, Nightjar, ma anche per le compartecipazioni in passato tra i due gruppi che ha visto il batterista Tony Buck e il bassista Lloyd Swanton dei Necks collaborare rispettivamente con Garbett e Rose degli stessi Vampires. Nonostante questi parallelismi tra i due gruppi, le differenze d’orientamento nella scelta del genere musicale sono abbastanza marcate, anche se non sempre così manifeste. Le influenze vanno dai Calexico alle musiche di teatrini felliniani, dal reggae alle latinità caraibiche e percussive centro-americane ma dobbiamo alfine la buona riuscita di Nightjar soprattutto per gli incroci e sovrapposizioni tra i due fiati, il sax di Rose e la tromba di Garbett che entrano quasi danzando tra le basi ritmiche, tratteggiando la loro musica con una certa dose di metafisica stravaganza. Appare abbastanza chiaro che qui il jazz si riassume nella significanza più allargata del termine, utilizzato più per spiegare quello che non c’è o ci aspettiamo ci sia, piuttosto che la sua reale, oggettiva presenza. La musica vampiresca procede da quasi un ventennio con la sua elegante indolenza su una strada propria, indifferente alle categorizzazioni e sensibile solo al piacere di eseguirla e ovviamente, per noi, di ascoltarla.

Non sono d’accordo, quindi, con i poco credibili paragoni che circolano a riguardo di Nightjar – AEOC, Miles Davis??!! – e credo che questi raffronti non siano un bene per i Vampires, quasi li si volesse nobilitare accostandoli a riferimenti storicamente più illuminanti ma lontani come concezione stilistica e sviluppo armonico. Qui la struttura musicale procede per riff e neghittosi dondolamenti ipnotici in una serie di fotografie piuttosto nette nei contorni, anche se la struttura modale dell’armonia, non così ossessiva come nei Necks, e il suono della tromba di Garbett molto vicino a quello di Arve Henricksen, alle volte ne sfumano il frame. Così come le intenzioni progettuali dei Vampires hanno subito poche correzioni nel corso degli anni, anche la formazione in atto ha visto radi aggiustamenti. Il nucleo originario, come abbiamo già notato, si è formato attorno a Jeremy Rose al sax tenore e clarinetto basso e a Nick Garbett alla tromba. Comprendeva inoltre Mike Majkowski al contrabbasso, poi sostituito da Alex Bonehamm, mentre in Nightjar troviamo, sempre al basso, Noel Mason insieme al “solito” Alex Masso dietro la batteria. Ospite di riguardo è Chris Abrahams dei Necks al pianoforte, al synth ed effetti elettronici vari.
Game Changers ha un inizio spettacoloso che illude oltremisura gli amanti del jazz. Un tema lento e accattivante, molto cool, quasi alla Brandford Marsalis proposto dai due fiati e scandito dalla metronomica accoppiata ritmica contrabbasso-batteria che si prolunga in due splendidi assoli di tromba e sax. Molto relax e abbondante spazio attorno alle note, Garbett e Rose suonano senza fretta adagiandosi al tranquillo beat ritmico che li sostiene. Poi interviene anche Abrahams – ho il sospetto che il piano sia sovrainciso data la contiguità di quelle note alte sollecitate sulla tastiera – con un assolo giocato sulle frequenze medio-acute e grappoli sonori disseminati qua e là. Un grande inizio, un brano che verrebbe la voglia di mandare in loop per riascoltarlo più volte di fila. So che i componenti dei Vampires sono amanti dei viaggi e probabilmente Khan Shatyr si riferisce all’omonima struttura architettonica trasparente – un’enorme tenda alta 150 mt. – situata in Kazakistan. Questa traccia si allontana dalla precedente in quanto si presenta come un curioso assemblaggio di reggae, melodie paramessicane, impressioni folk asiatiche e sviluppi modali in stile Necks. Ancora una volta sono i due fiati che decidono la valenza della musica, muovendosi inizialmente in sincrono. Il piano si scava uno spazio tra altri suoni di tastiere gestiti con gusto e senso della misura da Abrahams. Sono le sue note quelle che maggiormente evocano le culture tradizionali dell’Est, sempre con quelle soniche gocce cristalline che sembrano piovere dall’alto. Le improvvisazioni dei fiati si susseguono sul dub implacabile del basso e della batteria mentre appare ormai chiaro l’allontanamento progressivo dai canoni più tradizionali del jazz. L’idea potente e nello stesso tempo fragile della musica modale torna in gran spolvero con Waves, frutto di una tessitura pianistica di sottofondo con qualche effetto elettronico tra le quinte e i fiati che si lanciano in un profondo respiro a correre sulla linea dell’orizzonte. Un’immagine distensiva di onde, quindi, che si susseguono alludendo ad un mondo naturale antico e solenne. Un altro ottimo brano, quindi, con il clarino al posto del sax che si affianca alla tromba, laddove sembra modificarsi la struttura armonica del pezzo – non la ritmica bradicardica – con degli interventi percussivi aggiunti e qualche morso di in più di contrabbasso. Ortigara, qualunque sia la motivazione della scelta di questo titolo, non può non far rammentare l’omonimo monte italiano, al confine tra Veneto e Trentino, teatro di battaglie sanguinose durante la prima guerra mondiale. Ricordo comunque che il trombettista Garbett vive attualmente in Italia, anche se dalla parte opposta di questa vetta, a Lampedusa, appunto. Lo stesso Garbett riprende, non so quanto consapevolmente nelle sue note iniziali, qualche ricordo del cinema felliniano. Ma dopo l’introduzione ritorna il reggae, il dub, con sax e tromba che nuovamente s’incrociano sulla stessa linea melodica. La musica ha un andamento profondamente malinconico e riflessivo, dove lo strumento di Garbett si allunga in un espressivo assolo pieno di echi e riverberi e manipolazioni elettroniche. Il brano è lento, mesmerico e lascia – ma forse è solo una suggestione personale – un senso di desolato abbandono. Ortigara Interlude cambia radicalmente l’atmosfera e si viaggia quasi in una grammatica progressive con la scelta di effetti di tastiera che riporta agli anni ’70.

Torniamo in tema di viaggi ed escursioni con Na Pali che si riferisce al Na Pali Coast State Park, un parco naturale hawaiano come quelli che esistono solo nei sogni e nelle illusioni d’incontaminazione ambientale. Il mid-tempo innescato dalla parte ritmica si costruisce una propria gabbia ossessiva – mi ha ricordato persino i germanici Kraftwerk – su cui insiste inizialmente un broccato di suoni di pianoforte. Alla comparsa dei fiati muta il clima, ci si avvicina al soul-jazz per una porta laterale, in modo da sfiorare una regione situata tra Hancock e Horace Silver. Una lunga cavalcata improvvisata al sax – ma la tromba non lo lascia mai completamente solo – chiude in lenta dissolvenza. High Plains e qui il dettaglio si rivela nella lunga introduzione pianistica con un brano che viaggia in coppia con Waves, da un certo punto di vista. Sempre di orizzonti si parla, forse di un tempo felice in cui si non si avvertiva ancora alcuna nostalgia della Natura in quanto ci si viveva dentro. Altopiani, maree d’erba, bisogno di respiro. Distese senza limiti apparenti in cui risuona il pensiero di un Tempo sciaguratamente disperso tra polluzioni e faustiane strategie di distruzione. La tromba di Garbett si supera con poche note allungate nell’aria con il controcanto del clarino di Rose come compagnia, ieraticamente immerso nelle sue meditazioni. Il contrabbasso è strusciato dal continuo scorrere dell’arco, tra piccole effervescenze percussive giocate sui piatti della batteria. Questo malinconico abbandono viene superato dalla vitalità di Evergreen, con la sua melodia orientaleggiante da danza balcanica e la trama ritmica di Masso. Ci si riaccosta, soprattutto per l’intervento su due livelli di Abrahams con il piano e il synth, al suono magnetico del progressive, quasi come quello degli Agitation Free se fossero sopravvissuti in versione contemporanea – quelli del periodo ’67-’74, per essere chiari. Brano dinamico, però una tacca sotto i precedenti. Poi è il momento del pezzo omonimo dell’album, Nightjar. Sembra quasi l’evoluzione della traccia appena ascoltata, con un bel dialogo tra basso elettrico e tamburi e qualche fuzz elettrico di tastiera simil-organo a riempire le fessure lasciate libere. Il tema portato dai fiati si muove tra centro america ed oriente per continuare fluidamente nell’assolo al sax tenore di Rose, nel quale tecnica ed espressività si sublimano lungo una strada che procede parallela alla altrettanto bella prova in evidenza di Garbett. Dopo i rispettivi due assoli si ritorna al tema principale con una chiosa tutta sincopi e un finale scoppiettante. Sun Gazers chiude quest’avventura che rivela una certa malinconia di fondo presente nell’intero album, con una vera e propria ballad dal mood strascicato. Mason riabbraccia il contrabbasso e dopo il tema esposto all’unisono dai fiati, le note gravi e squillanti – queste ultime del piano – s’intrecciano in un procedere lento e cogitabondo. Il gruppo mantiene sempre una invidiabile compostezza formale e non cede mai – dico mai – alla tentazione del rumore. Le note paiono sempre molto studiate, almeno al di fuori delle parentesi d’improvvisazione. C’est magnifique, avrebbe detto un grande compositore del passato…(ndr)
È veramente un gran bell’album, questo dei Vampires, a cui non so trovare alcun difetto. Purché non si cerchi tra le sue note quello che non c’è o che avremmo voluto ci fosse. Se paragonato all’ultimo lavoro dei “cugini” Necks qui viaggiamo una bella spanna sopra, con tutto il rispetto dovuto al gruppo in cui milita Abrahams, prestato ai vampiri per la bisogna. Nightjar non è un lavoro estetizzante, non cerca di piacere a tutti i costi ma è bello per quello che è, nella sua apparente semplicità, con quella ricerca che ha il dono della compassione, nel senso etimologico del termine. Questa band si trova ad essere naturalmente in costante empatia con chi l’ascolta e, paradossalmente al nome che porta, non lascia nessuno esangue ma rimescola interiormente le nostre emozioni servendosi anche, a tratti, della strategica presenza dei suoi continui bordoni monotonali.
Tracklist:
01. Game Changers (5:56)
02. Kahn Shatyr (8:37)
03. Waves (6:21)
04. Ortigara (6:34)
05. Ortigara Interlude (1:39)
06. Na Pali (5:15)
07. High Plains (5:32)
08. Evergreen (4:18)
09. Nightjar (7:36)
10. Sun Gazers (6:17)
Photo © Ken Leanfore





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