R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La nouvelle vague della musica sudafricana, dopo i giovani Nduduzo Makhatini e Mthunzi Mvubu – potete leggere qualcosa di loro rispettivamente qui e qui – si continua con questo Radio Sechaba, sesta uscita discografica del pianista trentasettenne Bokani Dyer. Occorre però un’importante precisazione parlando di questo artista. Figlio del musicista Steve Dyer – sassofonista e flautista – Bokani è nato in Botswana, in esilio, ma è rientrato con la famiglia in Sud Africa nel 1990, quando aveva quattro anni, dopo la liberazione di Mandela e l’abolizione delle leggi segregazioniste avvenuta l’anno dopo. Il titolo del suo album, Radio Sechaba rimanda alla famosa Radio Freedom, un broadcasting dell’African National Congress che trasmetteva fuori dai confini del Sud Africa. C’è stata quindi la tendenza in tutti questi giovani artisti come Dyer al recupero di una condizione edenica primigenia, cioè quella della terra d’origine che espropriata da una minoranza bianca razzista, una volta tornata libera, doveva declinarsi in nuovi verbi e nuovi suoni, ritrovando attraverso sé stessa l’antica cultura originaria. Come già accaduto per altri musicisti sudafricani, il rinnovamento si è realizzato mescolando suoni tipicamente occidentali con suggestioni fortemente radicate nella tradizione. Potrei dire che Dyer, in questa sua ultima opera, si mantiene più o meno musicalmente a mezza strada tra il maggior radicalismo di Makhatini e la più fluida attività dialogica interculturale di Mvubu – che tra l’altro ritroviamo in un brano al sax in questo album. Radio Sechaba assorbe infatti non pochi influssi dall’Occidente, probabilmente anche grazie alla tournee di Dyer in Europa, dapprima in Svizzera, poi a Parigi e soprattutto a Londra, dove l’etichetta discografica Brownswood Recordings ha colto l’occasione per pubblicargli questo suo ultimo album. Nel contempo, però, particolarmente per quel che riguarda i numerosi interventi corali e la ricerca focalizzata ai temi percussivi, la musica di questo disco rimane anche molto impressionata dalla cultura sudafricana, impregnata di tradizione e dalla lunga storia del proprio jazz autoctono. 

Gli arrangiamenti strumentali sono molto assennati e consonanti, senza cercare la via stretta dell’avanguardia, anzi, a volte si percepiscono desideri di leggerezza estetica quasi pop, pur sempre realizzati con un esprit de finesse che suggerisce un’intensa partecipazione emotiva, anche nelle composizioni apparentemente meno pregnanti. In effetti i testi di molti brani, pur sotto una veste di apparente spensieratezza, alludono spesso a idee di unità nazionale, a implicazioni politiche costruttive, senza peraltro entrare mai nella demagogia. Nonostante Dyer sia un bravo pianista, in questo album la sua partecipazione, più che risaltare in maniera autonoma, è quasi sempre inserita in un contesto globale costituito da parecchi altri strumentisti il cui nominativo verrà aggiunto in fondo alla recensione. Mi fa però piacere notare che tra i musicisti arruolati spicca, oltre al già citato Mvubu, la presenza in diversi brani del nome di un’altra recente conoscenza di Off Topic, cioè il sassofonista Linda Sikhakhane – trovate qui la recensione del suo disco Isambulo uscito nello scorso anno.

Be Where You Are è un piccolo shock. Ad occhi chiusi potreste avere l’illusione di ascoltare i cori dei CSNY. Questo breve incipit è ottenuto attraverso la sovraincisione di più voci del solo Dyer, accompagnato da qualche effetto di chitarra. Mogaetsho, in lingua setswana, cioè quella parlata in diverse zone dell’Africa del sud, oltre a riferirsi ad un nome proprio diffuso, è anche un nomignolo che si tradurrebbe come onesto, dalla nostra parte, soggetto a cui dare fiducia. Il testo è piuttosto polemico e manifesta lo sdegno e la delusione nei confronti di quei leader politici che, pur iniziando la loro carriera con la piena fiducia del popolo, una volta coinvolti nel potere dimenticano da dove son venuti. Vecchia storia universale, diremmo noi, e non solo sudafricana… Nonostante un inizio funky, il brano procede tra le note del Rhodes e la tromba ben suonata di Sthembiso Bhengu. Molto spazio viene dato ai cori ottenuti sempre per sovrapposizione in più piste di registrazione della voce di Dyer. Move On possiede un’idea dub con il cantato che sfrutta un timbro vocale pulito somigliante a quello di Paul Simon – in fondo anche lo stesso Simon registrò alcuni dei suoi album più belli con musicisti sudafricani. L’idea del testo suggerisce di guardare avanti, senza fissarsi ossessivamente sui contrasti inevitabili dell’esistenza. Molto accattivante il ritornello e naturalmente la presenza dei cori. State of the Nation si avvale della collaborazione del rapper americano Damani Nkosi e dal sax dall’indolenza spettrale di Sikhakhane. Il parlato di Nkosi allude alla perdita di quei valori universali che costituiscono la base della nostra umanità. L’oggetto esplicito di questo brano, infatti, è una riflessione generalizzata sullo stato attuale dell’individuo. Un tema musicale inquieto sostiene questo rap tutt’altro che incalzante, tranne che nel finale dove il sax si muove seguendo linee più convulse. Tiya Mowa, tradotto liberamente, significa esser forte, cioè mantenere il proprio spirito stabile nonostante i cambiamenti e le prove della vita. Qui si ascolta una chitarra che si propone con molta discrezione in qualche arpeggio e finalmente anche il pianoforte di Dyer. La tromba è suonata invece da Lwanda Gogwana. Il brano ha un movimento ed un arrangiamento che sfuma nel soul, tanto da ricordare certe musiche degli Steely Dan, nonostante la sua costruzione formale lo faccia assomigliare più a una preghiera collettiva che altro. Ke Nako si avvale dell’aiuto corale e strumentale di un artista del Botswana, Tomeletso Sereetsi e dei suoi Native. In questa traccia si evidenzia un orientamento maggiormente sfaccettato verso la tradizione più puramente africana, anche se l’accompagnamento delle due trombe e il lungo intermezzo in assolo al Rhodes innescano un confronto strumentale dialogante tra gli elementi più tradizionali ed una vitalistica base funky. Picturesque è un autentico brano di jazz moderno, somigliante a quelli suonati attualmente a Chicago, dove gli interventi dei fiati – sempre Sikhakhane con il ritorno del trombettista Bhengu – creano una musica omogenea ben amalgamandosi col piano. La traccia sembra divisa in due parti, separate dal Rhodes, dove nella seconda l’assetto ritmico si fa più incalzante e possiamo godere di un assolo di Dyer al pianoforte che letteralmente si distende sul coro femminile – naturalmente costruito sovraincidendo una voce sull’altra – della cantante sudafricana Keorapetse Kolwane. Spirit People è una sorta di invito a seguire il proprio istinto intuitivo, con il canto e il contrabbasso del musicista nigeriano Amaeshi Ikechi. Un curioso intermezzo con un finale solo parlato chiude il brano corale dall’evocativa trama tradizionale. Victims of Circustance è un buon momento di soul-jazz con un testo che sottolinea come la comprensione tra le persone, in Sudafrica, sia ancora un traguardo difficile da raggiungere.

Amogelang concettualmente è quasi la prosecuzione del testo utilizzato nel brano precedente ma tutto è espresso in lingua setswana, quella cioè parlata in Sudafrica. Ho Tla Loka ospita il canto suggestivo e melodico dell’artista sudafricano Yonela Mnana nel brano più lussuosamente pop-soul dell’intera raccolta, un pezzo empatico che vuole essere uno spassionato incoraggiamento a guardare avanti, nella speranza di un avvenire migliore. Arriviamo ora a una delle tracce più coinvolgenti dell’album. Resonance of Truth è il secondo giochino ad occhi chiusi che vi propongo, dopo quello del breve momento in apertura dell’album. L’illusione, questa volta, almeno nelle strofe iniziali cantate in inglese, è quella di stare ascoltando Paul Simon in una sorta di Graceland n.2 dedicata appunto al Sudafrica. Un bell’incrocio tra chitarra, tromba e tastiere sovrapposte ci porta verso un ritornello irresistibile in cui Dyer esorta le persone a non ricercare l’approvazione degli altri o il gradimento social ma piuttosto ad impegnarsi nell’accettare la propria natura individuale. Un abito accattivante, quindi, per un testo tutt’altro che banale. Ma quello che colpisce maggiormente, al di là, della forma testuale e melodica, è la componente ritmica, fisicamente molto partecipata. Da notare gli interventi alla tastiera e i cori, ottenuti sempre dalla stessa voce di Dyer più volte sovrapposta. Con You Are Home si torna nell’ambito soul, mostrando ampie parentesi di nu-jazz che rendono morbido l’accorato messaggio di radicamento alla propria terra espresso dal testo. Il brano è lento ma scandito nei vari piani dimensionali dai singoli strumenti di modo che riesca ad esprimere quasi una plasticità dello spazio sonoro a disposizione. Molto buona la presenza del basso elettrico di Tendai Shoko e della chitarra di Shane Cooper ma è tutto l’insieme strumentale che si muove in modo convincente. Conclude l’album Medu in cui emerge l’energica cavata del contrabbasso di Ikechi e la personalissima tromba in assolo del “solito” Bhengu, veramente un ottimo strumentista. Il brano è indirettamente un omaggio al padre di Bokani, Steve che qui incrocia col suo sax in contrappunto la tromba di Bhengu. Il brano ha quasi un carattere innodico, sembra una celebrazione forse un po’ formale ma onestamente sentita.

Radio Sechaba è opera coraggiosa e piena di consapevole dignità. Non c’è rigido orgoglio in questo caso – che come sappiamo è un ottimo servo ma un pessimo padrone – e nemmeno rivalsa alcuna. Solamente Dyer s’interroga sulle difficoltà, sulle certezze traballanti e sul futuro ancora pienamente da costruire non tanto del suo Paese ma soprattutto degli individui che lo compongono. Segno, questo, che le leggi per quanto giuste siano non si realizzano mai in modo immediato ed automatico tra le persone. Dal punto di vista meramente tecnico non possiamo esimerci dal segnalare il gusto e la perfezione degli incastri strumentali, la considerazione verso generi più volatili come il soul e il pop che qui vengono condensati in un jazz molto piacevole, il tutto organizzato con un encomiabile e notevole dispiego di talento.

Ecco ora l’elenco dei musicisti partecipanti:
Bokani Dyer – piano, tastiere e voci
Aldert Tu Toit, Shane Cooper, Keenan Ahrends, Reza Khota, Julio Sigauque – chitarra
Tendai Shoko, Benjamin Jephta – basso elettrico
Tinotenda Dambaneunga, Sphelelo Mazibuko, Leagan Breda – batteria
Sthembiso Bhengu, Lwanda Gogwana, Ndabo Zulu – tromba
Damani Nkosi, Sibusisiwe Dyer, Tomeletso Sereetsi, Keorapetse Kolwane, Yonela Mnana – voci
Linda Sikhakhanem, Mthunzi Mvubu, Steve Dyer – sax
Amaesi Ikechi – contrabbasso
Gontse Makhene, Tiale Makhene – percussioni

Tracklist:
01. Be Where You Are (1:43)
02
. Mogaetsho (5:33)
03. Move On (4:22)
04. State of the Nation (feat. Damani Nkosi) (5:23)
05. Tiya Mowa (4:36)
06. Ke Nako (feat. Sereetsi and the Natives) (4:39)
07. Picturesque (5:21)
08. Spirit People (feat. Amaeshi Ikechi) (1:47)
09. Victims of Circumstance (4:14)
10. Amogelang (1:24)
11. Ho Tla Loka (feat. Yonela Mnana) (5:10)
12. Resonance of Truth (5:20)
13. You Are Home (5:36)
14. Medu (feat. Sthembiso Bhengu) (5:29)

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