L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
Da quando sono stata coinvolta in questa appassionante esperienza di scrivere libere recensioni emozionali, se decido di partecipare ad un concerto mi chiedo anticipatamente se poi avrò voglia di scriverne. Chiaramente la domanda sottopelle è “penso che mi emozionerà?” e molto spesso mi rispondo “sì”, così, pur temendo di non riuscire a trovare il tempo, ovviamente ci vado, relegando questo pensiero in un angolino remoto del mio cervello.
Direi che mercoledì sera rispecchiava proprio questa casistica. Innanzitutto ero felice di andare in un luogo in cui mi sento particolarmente bene: un angolo di spiaggia, con tanto di classiche sedie a sdraio poggiate, a seconda degli anni, su sabbia o piccoli sassi in un ampio cortile milanese, in mezzo ai palazzi come una piccola oasi di pace, dal suggestivo nome di Mare Culturale Urbano. Da anni gli ormai amici, già direttori artistici di Cernusco Jazz, Barbara Caliari e Marco Banfi, che -secondo motivo- avevo molta voglia di rivedere, organizzano nel periodo estivo una serie di concerti con artisti più o meno noti, e più o meno locali, che sanno sempre suscitare il mio interesse per ritrovare volti conosciuti o incontrarne di nuovi. I musicisti di questo appuntamento, radunati sotto il nome latineggiante di Volver Trio, erano Paolo Manasse, professore di economia, qui in veste di pianista ed ideatore del progetto, Riccardo Vigorè, al contrabbasso, e Marco Volpe, alla batteria. Grazie ad amici comuni, ho incrociato Paolo diversi anni fa ma solo ora, con l’occasione della recente uscita di questo primo suo e loro disco, mi si è presentata l’opportunità di ascoltarlo in azione.

La parola spagnola volver è il biglietto da visita che esprime lo spirito del progetto: restare, cioè tornare, all’originalità delle composizioni dell’America Latina proposte, per lo più grandi classici degli anni dai ’30 ai ’60, sempre amati, seppur riarrangiandole in chiave jazz più contemporanea. Volver è inoltre il titolo di uno dei più famosi e struggenti tanghi argentini, scritto da Carlos Gardel nel 1934 e pubblicato solo tre mesi prima dell’incidente aereo che ne causò la scomparsa consacrandolo come suo iconico e nostalgico ultimo brano. Gli altri pezzi in repertorio, di provenienza oltreché argentina anche messicana, cubana, brasiliana, eseguiti senza rispettare rigidamente la successione dell’album, erano altrettante ballate, soprattutto tanghi e boleri, fra cui ho percepito echi di cha cha e di rumba: spesso presentati come drammatici, magari anche per il testo tradizionalmente abbinato, in realtà sono stati fonte di buonumore, di spensieratezza, regalandomi quel costante sorriso che… so già dove mi porterà.

L’apertura di serata è avvenuta con la super romantica Besame mucho, di Consuelo Velazquez, a cui si sono susseguite gemme come El Ciego, di Armando Manzanero Canché, già incisa come altri pezzi latini dal raffinato -fantastico- contrabbassista statunitense Charlie Haden, Solamente una vez di Augustin Lara che… “mi ricorda qualcosa” ed ecco si apre un cassettino lontano della mia memoria e ne esce la celebre versione italiana Voglio amarti così cantata da vari artisti nostrani, fra cui Claudio Villa, e non so nemmeno io come ci sia finita nel mio cassettino! Ancora, non potrebbe mancare la malinconica, dolorosa, Alfonsina y el mar di Ariel Ramirez che sul finale si stempera nell’incipit di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, provocando un leggero moto di sorpresa ed un divertito sguardo d’intesa con i miei vicini di sdraio… Poi, anch’esso fra i miei preferiti, Contigo en la distancia di César Portillo de la Luz, e qualche pezzo a cui non ho saputo esattamente attribuire il titolo ma in linea con la rilassante atmosfera che si è creata, complice l’aria fresca ristoratrice, e, come a ricordare che c’è sempre un’eccezione che conferma la regola, inaspettate si sono librate le note dolcissime, ma non latine, di Falling Grace di Steve Swallow, contrabbassista americano contemporaneo, fra i primi nel jazz a convertirsi al basso elettrico.

Nella spiaggia di città, purtroppo, per doveri di buon vicinato, dopo le 22,00 non è concesso il tempo di un bis, pertanto, la splendida serata si è conclusa con le solite chiacchiere fra amici e con i musicisti, l’irrinunciabile piacere di portarsi a casa su cd la magia creatasi e la conferma che… sì ho fatto bene a partecipare, ho avuto la mia dose di appaganti emozioni che mi hanno portata al mio #eiovadoadormirefelice e, di conseguenza, al desiderio di condividere tutto ciò, obbligandomi, ma senza troppa fatica, a trovarlo questo tempo per scrivere, perché -come mi dico spesso- se si vuole davvero fare qualcosa il modo si trova.










Rispondi