L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
Mi capita spesso di asserire che, per me, alcuni concerti siano come una pratica di yoga o di meditazione, in quanto mi permettono di vivere più consapevolmente il “qui ed ora” tanto caro ai maestri spirituali e di staccarmi da ogni pensiero, quasi isolandomi dal mondo esterno, per immergermi totalmente nell’ascolto.
Flow fa sicuramente parte di questi concerti: si tratta di un nuovo progetto di Sonia Spinello, voce, ed Eugenia Canale, piano preparato, cioè con aggiunta di elementi estranei in cordiera, più a turno alcuni selezionati ospiti ad aggiungere personali suggestioni per arrivare, in ogni esecuzione, ad un differente risultato finale. Pertanto, c’è un tessuto di base in cui la trama e l’ordito sono le diverse esperienze improvvisative delle due artiste che si conoscono personalmente da poco più di un anno: l’interesse e la stima reciproci, inizialmente a distanza, le hanno portate all’incontro e alla realizzazione di un primo particolare progetto, a cui la scorsa estate ho assistito incantata – è proprio il caso di dirlo, dato che il progetto si chiamava Incantautrici e comprendeva anche Daniela Spalletta e Francesca Corrias -, per poi maturare la voglia di scrivere insieme, nello stesso luogo, contemporaneamente. Poiché anche le modalità e la tempistica compositive le hanno accomunate, si è creata un’intesa pregna di magia in grado di trasferirsi sui fortunati spettatori dei loro concerti.

Dopo avere partecipato ad una prima intima rappresentazione in duo, lo scorso aprile, non volevo perdermi una nuova diversa occasione di ascolto, approfittando della seconda serata del Blue Monk Festival, altresì in un contesto meraviglioso e mistico: la Chiesa di San Lorenzo a Gozzano (No), un piccolo tempio ricostruito nel XII secolo, immerso nel verde, al cui oltrepassare la soglia si percepiva subito un’atmosfera di serenità. La conformazione interna, illuminata da poche luci artificiali e numerose candele rosse di varie dimensioni sparse ovunque, accoglieva come una nicchia protettiva. Il pianoforte a sinistra, in attesa di Eugenia, la postazione di Sonia al centro e sulla destra una piccola sfilata di strumenti inusuali, a corda, a fiato, a percussione… una piccola orchestra pronta a stupirmi. Flow, lo indica il nome stesso, è un flusso di suoni in costante mutamento influenzato, come solitamente accade per i progetti sviluppati in gran parte sull’improvvisazione estemporanea, dalle variabili del momento, con un sentito legame all’elemento naturale, da cui deriva l’importanza del luogo di volta in volta scelto.

L’ospite di turno è il ricamo che impreziosisce il tessuto di pregio a cui accennavo, cambiandone l’aspetto visivo, anzi in questo caso uditivo. Per questo progetto, sono previsti cinque musicisti davvero singolari di cui tre sono già resi noti e due ancora per un po’ tenuti segreti. Quelli noti sono Daniela Savoldi, al violoncello e voce, Achille Succi, ai sassofoni e clarinetto basso, e, a piedi nudi sul palco in questa serata, Ashti Abdo, polistrumentista curdo e cantante.

La scaletta elencava brani quasi interamente scritti dalle due musiciste insieme, scaturiti da idee, ritmi, cellule melodiche di Sonia Spinello alle quali nelle sessioni di prove Eugenia Canale aveva dato forma sui tasti e in cordiera, stimolando a sua volta la cantante, quasi preda di uno stato meditativo, ad articolare il testo, per lo più in inglese, con episodi in francese, un brano in arabo, senza escludere, forse, prossimamente, qualcosa in italiano. Alcune mattine, era già durante il viaggio in auto di Sonia verso Eugenia che affioravano parole o immagini che, giunta a destinazione, esponeva, cantando, alla compagna pianista e, come un piccolo miracolo, il brano veniva subito composto! I titoli, evocativi, spaziano da Answers from the fog, nato proprio durante una di quelle trasferte, a Labyrinth of the mind a Crystals a Destiny e, conoscendo Sonia e la sua parallela attività di terapista olistica, non poteva mancare un ispirato Breathe, oltre ad una manciata di altri pezzi ed alcune improvvisazioni del momento influenzate dall’ospite.

In questa serata, infatti, rispetto ad aprile, la presenza di Ashti Abdo, ha aggiunto sonorità dai colori più speziati, orientali, grazie a vari strumenti tipici della sua terra e non solo, come i saz (tembûr), due liuti curdi di diverse dimensioni, il duduk, un sottile flauto in legno, reso celebre dalla colonna sonora del film Il Gladiatore, l’hulusi, uno strumento a fiato più complesso di origine cinese, e la sansula, simile all’africana kalimba, in cui delle lamelle applicate su una cassa di risonanza vengono pizzicate con le dita. Infine, una serie di campanelle e piccoli aggeggi metallici tintinnanti, distribuiti fra il curioso pubblico, che ha interagito suonando a proprio piacimento ed istinto. Oltre a tutto ciò, la voce vibrante e ammaliante di Ashti ha lasciato la sua impronta quasi sciamanica, influenzando anche Sonia che, accantonata brevemente la sua abituale dolcezza, si è espressa con un timbro più intenso e fremente, quasi ondeggiando sullo sgabello.

L’energia positiva sprigionata dai pezzi in duo, i vocalizzi vellutati e carezzevoli accompagnati dall’esperta tecnica pianistica, la commozione suscitata dal canto dell’ospite davvero speciale, che cercherò di riascoltare presto in altri progetti, hanno fatto volare la serata e, come su un tappeto magico, mi sono fatta trasportare nel mio mondo interiore, per riemergerne rinnovata, e ancora una volta, con sempre più profonda consapevolezza e gratitudine, ho potuto dire #eiovadoadormirefelice










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