L I V E – R E P O R T
Articolo di Andrea Notarangelo
Dieci anni sono passati dall’ultima volta in cui i Blur hanno calcato i palchi italiani con le date di Roma e Milano tenutesi nel 2013; la band veniva da un momento di ripartenza dopo che nel 2009 a sorpresa erano tornati ad esibirsi dal vivo. Due anni dopo, nel 2015, diedero alle stampe The Magic Whip, un disco strano, particolare, pieno di poesia ma anche di spigolature e che portava con sé tutta una serie di fratture da poco sanate. Il gruppo si era già riappacificato in precedenza con il chitarrista Graham Coxhon, eppure quest’ultima creazione era più il frutto di jam session estemporanee sulla base di idee portate da Damon Albarn, piuttosto che un progetto lineare che vedeva un’equa partecipazione di tutti. Improvvisazioni iniziate in tour in qualche studio di Hong Kong vennero limate nella Perfida Albione con arrangiamenti curati ma anche testi nei quali si affrontava argomenti di attualità (Pyongyang), il trascorrere del tempo (Ghost Ship e i suoi versi “I remember flashbacks lighting up magic waves /That light in your eyes, I search for religiously“) e riflessioni sul vero significato dell’amicizia (My Terracotta Heart attraverso le liriche “Seemed like a breath of fresh air back in the summertime, When we were more like brothers, that was years ago“). Dieci anni più tardi abbiamo quattro uomini diversi, in pace con sé stessi e pronti a riprendere un viaggio che a ben guardare non si è mai interrotto. Quarantamila persone festanti li hanno accolti a Lucca e non si è trattato solo di un revival, ma la vera e propria presentazione di un nuovo disco, quel The Ballad Of Darren, uscito solo un giorno prima.

Vengono accolti con un boato per una scaletta che sa ovviamente di passato ma nella quale sono stati inseriti tre nuovi pezzi. A proposito del set prodotto, la novità è che per questa tournée sono state già pubblicate le liste delle canzoni, ma nel loro perfetto stile irriverente, questa combinazione è stata cambiata all’ultimo momento. Ed è così che ci ritroviamo ad apprezzare una volta di più Tracy Jacks, tratta dal capolavoro Parklife (pietra angolare del Brit Pop), a discapito di Out Of Time (canzone presente nel disco della rottura con il chitarrista ma che vedeva ancora presente Graham Coxhon in sede di composizione).
Procediamo con ordine. L’intro è uno strumentale caro ai più, The Debt Collector, la quale, in una versione pre registrata accoglie la band sul palco. Ed ecco quindi St. Charles Square, la partenza di ogni nuovo live, dove viene presentato il secondo singolo del nuovo album, uscito il 29 giugno. A seguire il ritorno alle origini con There’s No Other Way tratta dal loro esordio Leisure del 1991 e cantata a squarciagola da tutto il pubblico presente. E sarà solo la prima di una lunga serie. Popscene, brano crocevia che segnava il passaggio definitivo dall’era baggy (stile Stone Roses) e shoegaze (sile My Bloody Valentine e Ride), mette in campo tutta l’irriverenza di Damon Albarn e soci, i quali fanno letteralmente ballare il pubblico. È lapalissiano notare come la band sappia coinvolgere i presenti sin dai primi accordi e instillare un’energia palpabile dalla prima fino all’ultima fila lontana qualche centinaio di metri. La sorpresa per me è il batterista Dave Rowntree, il quale non sembra sentire le sue 59 primavere e pesta dietro le pelli come ai bei tempi andati. Questo è uno dei segnali di una band in forma che ha deciso di tornare a giocare al gioco e di farlo seriamente. Alla faccia di chi dice che non ci si possa rimettere in discussione a cinquant’anni suonati. Ed ecco giungere alla già citata Tracy Jacks, con tutta la sua potenza e la carica melodica che la contraddistingue. In questa traccia però devo rintracciare un piccolo grande difetto corretto in un secondo momento. In questa canzone è ben evidente il talento di Alex James e quel gioco caramelloso di basso che da sempre ti si stampa in testa e non ti abbandona. In questa serata però il basso risultava in un primo momento completamente piallato nelle frequenze a favore della potenza sonora della batteria. Comprensibile il voler insistere sul muro di suono, ma la resa ne ha subito senza dubbio delle conseguenze. Di sicuro una pecca per chi si è occupato dei suoni, ma non una critica definitiva.
Più avanti, dopo il corto circuito che ha letteralmente spento il suono e che è stato risolto prontamente dagli addetti ai lavori mentre i Blur proseguivano a suonare, ecco ricomparire, come per magia, le linee di basso. Da quel momento in poi, il quadro ha assunto tutte le parti cromatiche essenziali. Beetlebum è un colpo al cuore per tutti i presenti. Chiudendo gli occhi ci si sente spinti nel passato ad oltre vent’anni fa, quando la musica inglese si stava lasciando alle spalle il Brit Pop e i Blur, da buoni precursori, avevano trovato il modo di svoltare e per non ripetere lo schema si accostarono agli americani Pavement e alla loro attitudine lo-fi. Fu così che presero definitivamente le distanze da Oasis e Suede e crearono qualcosa di unico e apprezzato come l’omonimo Blur uscito nel 1997. Trimm Trabb, Villa Rosie e Intermission sono l’antipasto ideale a quella Coffee & TV che vede salire in cattedra Coxhon supportato da Albarn e il basso pulsante di James. Le capacità del gruppo sono sempre state molteplici e i due, oltre a saper suonare più strumenti, sono in grado di scambiarsi facilmente ruolo, consentendo a Graham ogni tanto di indossare la maglia di leader e avere a supporto un gregario di lusso come solo Damon sa esserlo. Istrionico più che mai, quest’ultimo a fine tappa riprende il comando della corsa e crea una perfetta interazione con il pubblico durante End Of A Century, Parklife e Country House, tre tra i pezzi più amati dal pubblico di vecchia data.

A proposito di spettatori, occorre spendere qualche riga per precisare che la marea di persone accorse, non era formata solo da vecchi fan in adorazione, ma anche da giovani ragazze e ragazzi che sono andati a ritroso nella loro formazione musicale e attraverso band come gli Arctic Monkeys si sono spinti abbastanza indietro da comprendere e apprezzare la ‘vecchia guardia’. Da Modern Life Is Rubbish, loro secondo disco, viene servita la doppietta Oily Water e Advert, prima che una Song 2 memorabile rapisce il pubblico con i suoi uuh uh. The Narcissist, il primo singolo della nuova fatica discografica viene ben accolto anche se ancora lascia spaesati i più e a seguire This Is A Low scatena l’ondata di luci dei telefonini per qualche breve video ricordo. I ragazzi lasciano il palco, ma solo per il tempo di farsi richiamare a gran voce per i bis. Ed è qui che a sorpresa Albarn si siede al piano e intona Barbaric, terzo singolo estratto e uscito solo il giorno prima. Tra le nuove proposte è sicuramente la più riuscita e per chi scrive questo sarà uno dei pezzi che non mancherà mai nelle future scalette. Meno immediata di St. Charles Square ma con un effetto catchy come non si vedeva da decenni.
Si è aperta sicuramente una nuova fase nella quale il quartetto britannico si è lasciato alle spalle un disco di rodaggio come The Magic Whip, compatto, sincero, ma privo di singoli, per un nuovo corso che prevede una nuova strada tutta da scrivere. Ma i Blur non se ne potevano andare senza un gran finale ed è qui che calano l’asso di Girls & Boys, con le luci rosa e azzurre che colorano il palco e si alternano durante il cantato di Damon e dei quarantamila di Lucca, i quali, non smetteranno di ringraziarli per la successiva For Tomorrow e l’ancor più amata Tender, cantata da un Coxhon e un Albarn in splendida forma. The Universal è solo la ciliegina su una torta perfetta, ma è più un regalo che la band fa a sé stessa, perché non capita proprio a tutti di sentir cantare a squarciagola il proprio pezzo definitivo e promettersi di vedersi e viversi ancora una volta. Le poche forze rimaste conducono alle proprie automobili e alle proprie case i presenti. I sorrisi sono solo la naturale conclusione di una serata imperfetta che ci ricorda quanto siamo stati felici in passato e quanto ancora lo potremo essere in futuro.






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