R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Se mai esistesse un rapporto aureo per ciò che riguarda la musica e non solo per le arti figurative, son quasi sicuro che questo sarebbe ben adeguato al vibrafonista Jalen Baker. Già ci occupammo due anni fa di questo musicista – vedi recensione qui in concomitanza con il suo esordio discografico. Oggi torniamo ad accendere i riflettori sul suo secondo album, questo Be Still, pubblicato in quartetto quasi con gli stessi strumentisti presenti nel precedente lavoro, This is Me,This is Us. Quindi, accanto al vibrafono di Baker, si muovono sempre Paul Cornish al piano, Gabe Godoy al contrabbasso e Gavin Moolchan alla batteria. Questa volta, però, non ci sono quartetti d’archi né la tromba di Giveton Galin, segno di come Baker stia cercando la quadra nell’essenzialità di una formazione solida, senza macchinamenti elettronici né sovrastrutture aggiuntive, un ensemble di base peraltro in via di costante collaudo da circa quattro anni. E in effetti sembra proprio che Baker abbia scoperto la propria sezione aurea in un equilibrio di proporzioni armonicamente perfetto in un album in cui tutto appare ben bilanciato e misurato, pur vorticando impetuosamente in un flusso continuo di note. Il quartetto del vibrafonista getta le fondamenta su cui costruire una musica solida, elegante, sviluppata in un appassionante blend di umori ben amalgamati ma che si presenta all’ascoltatore come una labirintica successione di momenti ritmici e melodici. Sulla scia di Joe Locke, a cui mi sembra di poterlo maggiormente avvicinare, e in misura minore a quella di Joel Ross, Baker imposta il suo album attorno ad una personale, peculiare riflessione. Lo star fermi che il titolo suggerisce non vuole certamente alludere ad un significato statico per ciò che riguarda lo sviluppo della musica ma è un pensiero nato – come per tanti altri artisti – durante l’isolamento pandemico. Un invito a non progettare il proprio futuro per filo e per segno perché l’imprevedibile disegno del destino è affidato ad un potere superiore, cosmico, che infine decide per noi. In altre parole la filosofia di Baker è lasciare che la Vita tracci irruentemente la sua strada, a prescindere da quello che noi stessi possiamo pensare di pianificare.

Ed ecco il succo della sfida del musicista di Houston, cioè raccontare attraverso una musica quadrata tutt’altro che precaria e immobile, l’incertezza e la modalità avventizia dell’esistenza. Sembra quasi una curiosa coniunctio oppositorum nella quale – e la pandemia ce lo ha insegnato – noi tutti viviamo quotidianamente. Da un lato la ricerca di una prospettiva sicura e di un accomodamento prevedibile con la realtà e dall’altro la constatazione che gli eventi scombinano piani e progetti seguendo un logos a noi sconosciuto. Il jazz che Baker & C. propone si avvale di strutture che vengono dal be-bop, soprattutto nei fraseggi stretti e veloci del vibrafono e del piano. Ma in aggiunta vi sono molti elementi più contemporanei, avvertibili in una certa tensione a portarsi fuori tonalità – soprattutto per quello che riguarda il piano – e in qualche pizzico di fusion in più, spezia ormai quasi irrinunciabile in molte preparazioni marcatamente jazzate come questa. Qualche cosa è però anche cambiato, nel modo di suonare di Baker. Se, ad esempio raffrontandosi con Joel Ross, mi era parso che nel precedente album si fosse prestata una maggior attenzione ad una forma espressiva più lieve e meno impetuosa, questa volta il vibrafono ha innescato una marcia superiore e certi fraseggi sono diventati meno colloquiali e un poco più frenetici.

Twas inizia quasi in modo declamatorio, con quella frase ripetuta di Baker sulla quale il piano costruisce una sequenza di accordi in progressione discendente. L’intervento della ritmica e la presenza simil-progressive di un ficcante accompagnamento e di una batteria che marca il tempo con inflessibilità, permettono al vibrafono di correre con l’improvvisazione, esibendo un livello tecnico stellare. Le frasi si susseguono senza respiro fino a metà percorso del brano, dove tutto rallenta in un assolo di piano veicolato, come spesso accade nelle improvvisazioni pianistiche, dal canticchiare dello stesso Cornish che precede di un nanosecondo la sequenza delle note a seguire. Anche questo assolo non resta stabile ma aumenta via via di angolature e strozzamenti melodici, sostenuto dall’incremento ritmico. Si torna così alle fasi iniziali, ripercorrendo il tema, in un crescendo di batteria e in un finale classico al rallenty. Be Still appoggia il proprio cominciamento su un riff di contrabbasso, duplicato poi dal vibrafono e con il piano che punteggia il discorso di Baker con accordi chiari e vigorosi. Dopo questa introduzione si entra in un tema un po’ più scuro guidato da Baker che ha un andamento curiosamente classico, nel senso che mi ha ricordato addirittura Rachmaninov. Entriamo, da qui in avanti, nei liberi territori dell’improvvisazione. Ancora Cornish in un assolo canticchiato piuttosto all’avanguardia e frequentemente out of tune che s’alterna con la performance di Baker, più prevedibile in un certo senso ma sempre tecnicamente impeccabile. Il brano, veramente assai bello, finisce in calando, quasi a mezza voce. Lexi’s Lullaby possiamo intenderla quasi come una jazzpop-ballad, con il suo tema semplice quanto intrigante nella propria forma facilmente memorizzabile, suonata in punta di vibrafono. I momenti di questa ballad si susseguono senza sforzo, inanellati l’uno nell’altro, con una vivace batteria che innesca e/o attenua le dinamiche fino al procedere dell’improvvisazione di Baker, ricca e ariosa e che non s’allontana troppo dalla delicatezza del tema. Anche il contrabbasso, con leggiadra circospezione, riprende il tema poco prima del finale.

Herzog è un brano di Bobby Hutcherson, uno tra i vibrafonisti che possono aver influenzato la verve di Baker, ed era la traccia d’apertura dell’album Total Eclipse del 1969. Baker ne isola il tema, che nella versione originale era ricalcata dal sax di Harold Land. La riproposizione di questo brano sembra quasi un pretesto per sfoggiare l’arte dell’improvvisazione sul vibrafono. Baker dimostra un’esuberanza che non avevo riscontrato nel precedente album, assalendo il suo strumento con una serie di interventi a perdifiato e cedendo il comando delle operazioni solo a metà brano al pianoforte, cui spetta peraltro l’arduo compito di confrontarsi con Chick Corea, presente nella versione originale di Hutcherson. Cornish se la cava egregiamente, dimostrando uno stile molto personale e, come già notato, attratto come una falena dalla luminosità delle uscite occasionali al di fuori della tonalità. Finisce Baker riproponendo il tema e si termina, all together, in discesa lenta. There’s Beauty in Fear inizia con un’onda liquida e continua del piano che salta tra due accordi in minore separati da una salto di terza bemolle a dare un senso d’instabilità vagamente ansiogeno. Poi, quando sembra che il brano rallenti, si sale di un grado sulla scala. Il contrabbasso marca il passo segnando l’intervallo reiterato Do-Sib sul quale Baker si lancia in un altro turbinoso soliloquio. Pare persino che si faccia prendere un po’ troppo la mano da questa esuberanza improvvisativa. Quando tocca al piano, Cornish comprende che sia meglio equilibrare un poco le turbolenze del vibrafono e imposta un assolo che parte piano, selezionando le note con accuratezza per poi accelerare in crescendo ma senza mai disperdersi in esibizionismi. Jinrikisha – è il risciò giapponese – è un brano del sassofonista Joe Henderson, tratto dal suo album Page One del 1963. Come nel caso del precedente Herzog, anche qui si tratta di isolare il tema che nell’originale era ottenuto dal sovrapporsi di Henderson stesso con la tromba di Kenny Dorham. La caratteristica di questa versione è l’assolo di contrabbasso di Godoy, splendido esempio di un connubio tra melodismo e senso dello swing, tra le cui note il piano scampanella qualche accordo di cornice. E finalmente l’assolo di Baker è più tranquillo, più rilassato e meno ripiegato sui tecnicismi. Da rimarcare l’ottimo lavoro di Moolchan, un’autentica macchina ritmica sempre presente senza mai rubare la scena a chicchessia. The Light è un brano originariamente commissionato per un evento al Museum of Fine Arts di Houston. Un tema ottimista seguito quasi in contemporanea dal vibrafono e dal contrabbasso, con quest’ultimo che torna in vetta con un assolo dialogante alla distanza con Baker. Dopodiché l’Autore riprende i suoi assoli improvvisati, ben sostenuto da una ritmica frammentata e su di giri. Il brano esonda in un turbinare di note e di poliritmi di Moochlan che si mette in mostra verso il finale approfittando di un giro reiterato di vibrafono alla Reich – si fa per dire. Chiude tutto una versione dello standard Body and Soul del 1930 di Heyman, Sour, Eyton e Johnny Greene. Il brano, eseguito con grande eleganza e tranquillità, in pieno spirito ballad-blues,è un piacere per le orecchie, soprattutto con un assolo di contrabbasso che disegna ancor di più l’alone intimo e la bellezza della melodia mantenuta intatta nel suo naturale procedere.

La solarità piena d’esuberanza del vibrafonismo di Baker non gli fa mai perdere il senso della misura. La musica proposta dall’insieme è comunque regolata da una proporzione numerica di tipo quasi algebrico, ad ogni flusso vorticoso corrisponde un momento opposto di risacca. Nessun andamento esitante, peraltro, appesantisce la fluidità di un discorso strumentale espresso ai massimi livelli tecnici da ciascun musicista.

Tracklist:
01. Twas
02. Be Still
03. Lexi’s Lullaby
04. Herzog
05. There’s Beauty In Fear
06. Jinrikisha
07. The Light
08. Body and Soul

Photo © Gulnara Khamatova

Una risposta a “Jalen Baker – Be Still (Cellar Music Group, 2023)”

  1. […] poi l’accoppiata con lo stesso Baker un paio d’anni dopo in Be Still (2023) – leggi qui. Ma la conferma della classe di Cornish avviene giusto quest’anno, affiancando il […]

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