L I V E – R E P O R T


Articolo di Margherita Cattaneo

James Blake è stato per anni per me un’artista da cuffie. Lo seguo da poco prima che uscisse il suo quarto album in studio, ma mai avevo considerato la possibilità di andarlo a sentire dal vivo. Non perché non mi piacesse, anzi, è uno dei musicisti che più tendo a consigliare in giro, semplicemente non avevo mai intrattenuto l’idea. È stato con l’uscita del suo quinto album che invece ho sentito questo bisogno. Avevo appena passato un’estate ad ascoltare Assume Form quando uscì Friends That Break Your Heart. Non penso sia uno dei suoi migliori lavori retroattivamente, ma per me è stato l’album giusto al momento giusto. Un lavoro che parla di amicizia, di legami che si rompono, di relazioni ma anche di realizzazioni personali: qualcosa che apprezzo molto negli ultimi lavori di Blake è la sua maturità, la sua consapevolezza, che si fa strada tra sentimenti contrastanti e travolgenti, senza preoccuparsi di mostrarsi vulnerabile e imperfetto, e questo album racchiudeva tutto ciò.

E allora, eccomi trepidante all’idea di poter sentire dal vivo quei brani che tanto avevo amato, esaltata alla possibilità di essere parte di quel pubblico. Purtroppo, a dispiaciuta di tutti i fan nella penisola, non vi furono date italiane per quel tour. Quindi ci toccò aspettare. Non abbiamo dovuto aspettare tanto in realtà, siccome a giugno di quest’anno arrivò la notizia che non solo ci sarebbe stato un nuovo album dell’artista inglese, ma che questo album sarebbe stato accompagnato subito da un tour promozionale che come prima data aveva proprio una città italiana: Milano. Questa volta non me lo sarei fatta scappare. Così ad inizio settembre esce il suo ottavo lavoro, Playing Robots Into Heaven: un album più sfacciatamente ad impianto elettronico e sperimentale, vicino alle sue origini artistiche, ma che non si trattiene da momenti più melodici e vocali a cui ultimamente ci ha abituati nella sua discografia. Data l’impronta più da club, pareva perfetto per essere sentito dal vivo.

Arriva finalmente la sera del 18 settembre e James Blake viene accolto calorosamente dal pubblico. Entra accompagnato da due musicisti con cui, ci fa notare lui, suona da 12 anni. Ormai carriera ne ha fatta, successo l’ha ottenuto, eppure è sorpreso dalla reazione delle persone presenti. Forse si è dimenticato che in Italia è da un po’ che lo stiamo aspettando.
I primi brani che vengono suonati sono entrambi tratti da Playing Robots Into Heaven. Scelta insolita, visto che solitamente i concerti partono con alcuni dei brani più conosciuti del proprio repertorio. Appena però iniziano a suonare tutto è chiaro: non serve che vengano tirati fuori i cavalli di battaglia, basta vivere la creazione dal vivo di queste canzoni, tutte costruite ed eseguite sul momento grazie all’intesa e bravura dei musicisti. Le emozioni che vengono trasmesse, scaturite dai suoi brani, sono palpabili, devastanti. Non mancano però anche i momenti per ballare, come ci viene promesso sin dall’inizio del concerto. “Questo album è appena uscito eppure già lo conoscete”, dirà più tardi Blake grato al vasto pubblico. Un pubblico dedicato, intento a fare iniziare il suo nuovo tour con il botto. Questa scaletta riesce ad incrociare le due anime presenti nell’ultimo album, amplificandole con inserti provenienti da tutta la sua discografia: è così che dopo una devastante Life Round Here, si passa all’elettronica Big Hammer per poi tornare alla più emotiva ma comunque danzereccia Loading, seguita da un altro cambio di stile con Fall Back. “È il primo show in cui suoniamo queste canzoni, sappiate, potremmo anche sbagliare” dice Blake, infatti l’impressione è che si tratti di un concerto creato apposta per noi, seppure sia chiaro che la scaletta sia stata ben studiata. Durante la serata ci sono poche interruzioni, che spesso si risolvono in un semplice “Grazie” verso il pubblico, il quale non manca di rispondere urlando e applaudendo ancora di più di quanto già non stesse facendo. È bello vedere come il telaio dei brani viene formato direttamente sul palco, dove vi è un continuo scambio di sguardi tra i musicisti, attenti a portare in vita le diverse musiche spesso molto complesse.

 
Non sapevo quanto le emozioni presenti all’interno delle canzoni molto personali e dirette di Blake potessero risultare dal vivo, come una tale vulnerabilità potesse venir diffusa, siccome alla base dei suoi brani trovo ci sia una sincerità difficile da sostenere. Sul palco però non vi è disagio, resta quasi riservato ma sicuro, seduto sulla sua sedia a cantare e suonare, a condividere quella che in fondo è la sua vita. Richiama all’attenzione, richiama all’ascolto puramente suonando e cantando, immergendoci nel suo mondo tanto personale quanto aperto e disposto ad accoglierci.
Inaspettatamente sento le note iniziali di Love Me In Whatever Way, brano struggente che racconta di un amore instabile, non corrisposto, una canzone dolorosa, dove una persona è disposta a tutto pur di ricevere in cambio l’amore di un’altra. “Tell me where I have to go, and then love me there”, disperazione. I sentimenti tormentati vengono però calmati dal brano successivo, Can’t Believe The Way We Flow, che fa scaturire una gioia immensa ad ogni ascolto. Racconta della nascita di un amore invece corrisposto, piacevole, racchiude perfettamente il trasporto infatuato di quei sentimenti.
Il concerto si avvia alla sua conclusione attraversando momenti presi da Overgrown tra cui l’amata Retrograde, che viene cantata a gran voce dal pubblico del Fabrique, per poi tornare a Playing Robots Into Heaven, terminando con Modern Soul da The Colour In Anything.

Ed è così che anche questo viaggio giunge alla sua conclusione. James Blake si conferma come un grande interprete che ben conosce il proprio pubblico. Non si distacca dal suonare brani nati anni fa, seppur non tradendo le sue inclinazioni più recenti. Questo dà luogo ad un’esperienza comprensiva di ogni suo momento artistico, rendendo facile a ogni persona sentire qualcosa a cui è molto legata. Anche se con Blake non sia strettamente necessario, siccome la sua intensità interpretativa lascerebbe chiunque incantato e felicemente obbligato al suo ascolto.

Scaletta:
Asking to Break
I Want You To Know
Limit To Your Love
Life Round Here
Big Hammer
Loading
Fall Back
Tell Me
CMYK / Stop What You’re Doing
Love Me in Whatever Way
Can’t Believe The Way We Flow
Hummingbird
Fire The Editor
Voyeur
Retrograde
Godspeed
If You Can Hear Me
Playing Robots Into Heaven
Modern Soul

(foto dal web)


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