L I V E – R E P O R T
Articolo di Paola Tieppo
Sono passati vent’anni esatti dall’esordio discografico di Hiromi Uehara, pianista e compositrice giapponese di versatile talento e – non esagero! – fama mondiale, che vanta illustri collaborazioni nella sua più che trentennale carriera… trentennale sì, nonostante si tratti di una donna poco più che quarantenne. In breve: prime lezioni di pianoforte a 6 anni; prima esibizione in pubblico a 12 anni; incontro e primo concerto con Chick Corea a Tokyo a 17 anni, con il quale poi nel 2008 ha inciso l’album live Duet; diploma al Berklee College of Music di Boston (Massachusetts) a 24 anni, stesso anno della pubblicazione del primo EP XYZ e del primo album Another Mind. Inoltre: al Berklee College l’incontro con Ahmad Jamal, compositore e pianista fra i preferiti di Miles Davis, recentemente scomparso, che diventa nel tempo il suo mentore, e la partecipazione all’album omonimo di The Stanley Clarke Band, formazione capitanata dal bassista Stanley Clarke, vincitore di un Grammy nel 2011.

“What else?” Beh, personalmente ho apprezzato moltissimo, fra altri, l’album Live in Montreal con Edmar Castaneda, arpista colombiano conosciuto parecchi anni fa, e quindi il desiderio e la curiosità di ascoltare Hiromi in concerto albergava in me da tempo. Non sono state poi moltissime le occasioni di sue esibizioni in Italia: anche questo tour europeo prevedeva solo tre date nel nostro Paese, ma grazie a JazzMi ho colto al volo l’opportunità di essere presente in un luogo che mi piace particolarmente e dove le vibrazioni positive non mi sono mai mancate. Lo scorso 5 novembre la Sala Verdi dell’omonimo Conservatorio di Milano era gremita e pronta ad ospitare l’Hiromi’s Sonicwonder, cioè il quartetto che oltre a lei annovera Adam O’Farrill alla tromba, Hadrien Feraud al basso e Gene Coye alla batteria, identica formazione dell’ultimo album Sonicwonderland, protagonista della serata.
Ricalcandone parzialmente lo schema, l’apertura è con Wanted dove le prime note si librano dal piano e sono raggiunte nell’ordine da basso, batteria ed ultima la tromba, che poi è lo stesso ordine in cui la compositrice ha cercato e trovato i compagni per il suo “nuovo viaggio di avventure”, come lei stessa lo definisce. Hiromi preme con energia i tasti del piano, naturalmente uno splendido Yamaha, come sempre, fin dai primi studi di bambina, alzandosi dallo sgabello per accompagnare fisicamente i suoni con il suo tipico impeto entusiasta ed entusiasmante. La tromba spicca limpida e si viaggia verso il finale di questo lungo brano con un indovinato cambio di luci, colori azzurri e fuxia vivacissimi che accentuano la brillantezza del pezzo, mentre il sintetizzatore ne completa le sonorità. Immediato il consenso del pubblico: oltre 1400 paia di mani che applaudono vigorosamente, in un concerto sold out da parecchio tempo.
Il caratteristico ronzio elettronico stile videogioco, fra fasci di luce dal bianco al rosso, apre il secondo, ancor più lungo, pezzo, Sonicwonderland, la title track dell’album, con Hiromi che salterella agilissima fra le tre tastiere a sua disposizione: piano a coda, in seguito non mancheranno anche interventi in cordiera, sintetizzatore e tastiera elettronica. Nonostante la distanza dal palco, vedo le sue mani che si spostano velocissime dall’una all’altra, spesso suonando contemporaneamente due strumenti. Nel tempo, e qui se ne capisce il motivo, si è guadagnata l’appellativo spiritoso di ‘folletto’ e lo sembra ancora di più questa sera in cui indossa un vestitino optical -top righe orizzontali, fascia nera in vita, gonna svolazzante a righe zig zag- sopra ai leggings neri, unico tocco acceso le sneakers rosse… rosse come sinth e tastiera. I capelli scuri, raccolti sopra il capo, sparati in aria con l’illusione di aggiungere qualche centimetro alla statura minuta e studiati per “farsi riconoscere subito da chi pensa che gli asiatici si somiglino tutti”, seguono il ritmo vorticoso e funkeggiante. Peccato non sia stato permesso scattare foto, se non ai professionisti accreditati…

“Grazie mille. Buonasera” esordisce Hiromi in italiano e presenta i musicisti ed il terzo brano Utopia: inizio soft e acustico con un bel dialogo fra i vari strumenti che si sviluppa presto in una ordinata ‘discussione’ sonora ben più animata che lascia spazio a turno ad ognuno, strappando continui incontenibili applausi. Si susseguono altri pezzi dalla “terra delle meraviglie soniche” in cui la scrittura sulla tastiera elettronica ha portato la pianista, per sua stessa ammissione, a risultati comprensibilmente ben diversi da quelli che ottiene componendo su piano acustico.
Il ritmo è indiscutibile protagonista della serata, impossibile per me stare immobile sulla poltrona, le influenze musicali disparate uniscono jazz, rock, fusion, classica, qualche sonorità tipicamente orientale, gli effetti elettronici già citati, e tutto mi arriva con molta più piacevolezza ed energia rispetto all’album. Scena essenziale, solo le luci coloratissime, e acustica come sempre ottima nella Sala Verdi. L’intesa nell’ineccepibile quartetto è palese e palpabile soprattutto nei vari splendidi assoli, in particolare quello ad occhi chiusi di Gene Coye con gli altri tre affiancati a distanza ad osservarlo finché il drumming si ferma un attimo, Hiromi si avvicina al piano, annuisce e ripartono tutti insieme per il finale.

La leader ripresenta i suoi musicisti e, dopo l’ennesima ovazione del pubblico, insieme lasciano il palco. Cala il buio, ma come prevedibile, nessuno ha voglia di tornarsene a casa ed il richiamo per il canonico bis viene ricompensato: la giapponese rientra e si siede al piano per un suo solo, Place to be, che regala una bell’atmosfera jazz, lenta, con un tocco leggero di blues, dopo di che il ‘folletto’ si scatena. E non finisce ancora qui: Adam, Hadrien e Gene raggiungono Hiromi per regalare le note ‘bandistiche’ di Bonus stage, una marcetta dispensatrice di ulteriore efficace buonumore.
Quindi #eiovadoadormirefelice? Di sicuro esco grata e felice, perciò sì, ma con una comprensibile carica adrenalinica che dovrà affievolirsi un po’ prima che io riesca a dormire… e fosse sempre così!




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