R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Comincia così, su rintocchi di campane, Mondo e Antimondo, il nuovo album di Umberto Maria Giardini, uscito il 1° dicembre per La Tempesta Dischi. Si è fatto attendere per più di tre anni, Umberto. Un lasso di tempo che lo restituisce al mondo intatto e ancora più forte nella composizione e nelle liriche, più ispirato, attento a ricreare quelle atmosfere che lo hanno reso indimenticabile come Moltheni e rinnovato nello sguardo e nei sogni come Umberto Maria Giardini. Quella che sta per iniziare ha tutti i connotati di una celebrazione, intesa non solo in senso mistico. Se siete pronti a guardare sulle pendici e in fondo agli abissi dei vostri sentimenti, disposti a tutto pur di conoscere e affrontare voi stessi, è un disco che non dovete assolutamente perdere. Sarò sincera: è un cammino doloroso e irto di spine quello che Umberto tratteggia di fronte a sé. Fa male come un pugno nello stomaco. E non sembra esserci lieto fine. Io per prima ho creduto di non riuscire a sostenere la potenza evocativa di alcune rime e ho accusato il morso freddo dei ricordi, sentendomi mancare le forze. Ho ripreso l’ascolto una volta svuotata di tutte le brutture e come davanti a un foglio bianco ho ricominciato cantando, la voce rotta dalla commozione, perché solo un indicibile calvario porta con sé la bellezza più autentica. E questo è, a mio avviso, uno dei dischi più incredibili che il musicista marchigiano potesse mai realizzare.

Chi segue Giardini conosce bene i temi che caratterizzano la sua poetica: l’amore tormentato, il senso di perdita, la paura del distacco, la sacralità del quotidiano e dei luoghi, il desiderio portato all’estremo. Umberto Maria Giardini ha una voce unica, limpida, può raggiungere vette altissime con una grazia disarmante. È un artista eccezionale, fonde hard rock, psichedelia e rock anni Novanta, testi dalla struttura solida e dal forte impatto emotivo, si avvale inoltre della collaborazione di musicisti storici con cui vive e compone in simbiosi da anni. Non sorprende perciò la scelta di iniziare questo viaggio con un pezzo che sulle prime assume i connotati di una filastrocca, Re, primo singolo estratto dall’album. Re è una preghiera rigidissima, segue quei rintocchi ed è un mantra dalle fascinazioni psichedeliche, devastante nel dipingere uno scenario rurale: un luogo “non luogo” (come molti presenti nell’immaginario di Umberto) in cui l’uomo si dedica totalmente alla fatica (mettendo in pratica i gesti tipici del lavoro in campagna, “corri forte / vanga / taglia la legna / scendi a valle prega”) e con devozione e sacrificio porta avanti la sua vita, proiettandosi oltre quel desiderio che spesso l’ambiente circostante gli nega (“ero arrivato tardi / di fronte al tuo cancello / con la natura che confidava / di strangolarmi il collo”: si schiude la prima dicotomia dell’album dopo quella anticipata dal titolo, quella smania a cui solo la forza della natura può porre un freno). L’incedere della batteria è una costante nel brano, la chitarra è un fiume in piena, ritorna a quel suono di campane cadenzato solo nella strofa e come quelle raduna alla funzione, rimanendo psichedelica in ogni passaggio. Non c’è pace alcuna né per l’imperatore a capo del mondo, né per il re di quel “non luogo”: saranno presto spodestati entrambi, complici le prime luci del mattino che stravolgeranno tutto (“l’imperatore piange / nella gloria di una Roma vinta / arriveranno i barbari in un’alba epilettica”).
Miracoli ad alta quota l’ho sognata la stessa notte in cui l’ho ascoltata per la prima volta, forse perché, trattandosi di un brano che parla delle inquietudini e delle mille sfaccettature dell’amore, è un po’ come guardarsi dentro quando non si ha nessuno intorno. Ricorda molto Saga, uno dei miei pezzi preferiti di UMG, presente ne La dieta dell’imperatrice. Di nuovo la chitarra a tessere trame incantevoli e la batteria a scandire il tempo, giusto quello necessario a dare al sentimento cui obbedisce tutto l’universo significati chiari e concisi; gli scenari sono ampi e a tratti pacati, fino a sfociare nei colori finali degli occhi del protagonista e di quel “non luogo” di moltheniana memoria che fa nuovamente capolino (“lasciami qui / coi miei occhi al cobalto / Vittima bionda degli anni del malto”).
Andromeda (scritta dal chitarrista storico Marco Marzo Maracas) è una stilettata in pieno petto. Ammetto senza riserve di non riuscire a smettere di ascoltarla da quella notte in cui, cuffie nelle orecchie e passo veloce, ho affrontato il gelo della città deserta per comprenderla appieno. Un altro cantautore seguì le orme del mito, anni fa; certo è che, prendendo in prestito una sua immagine, quando si arriva qui non si può fare a meno di snudare il fianco dai pugnali. Sì, perché qui la forza dell’amore è più prepotente e sognata che mai, chiusa in un bozzolo affinché il mondo non la contamini, opposta alla paura ancestrale di perdere la persona tanto desiderata (quell’ “amore mio, splendore mio / marea mia / difesa mia” gridato a pieni polmoni con infinita passione) e crudele come uno schiaffo preso in pieno volto nella notte gelida. Umberto fa tesoro delle sonorità a lui più care degli anni Novanta (Alice in Chains, Marlene Kuntz) e spinge il brano fino a trasformarlo in una ballata dal sapore hard rock tutto personale, rendendolo l’esempio più alto della forza del contrasto che tiene in equilibrio l’intero disco. Gli infiniti paesaggi sonori che chitarra e batteria riescono a evocare hanno un forte connotato magico, quasi a voler schermare i due amanti dai colpi fatali che l’esistenza infligge (“dentro a un cerchio io e te / definiamo il mondo / cerbottana vita mia / rilanciami / proteggimi”.)
Con La notte assistiamo a un momento di pausa dalla tensione e dalla passione travolgente dell’inizio. Il piano alleggerisce le atmosfere cupe che si rincorrono per tutto l’album, la voce di Giardini si schiude in un sussurro come se ci raccontasse un segreto: non a caso, è la traccia più autobiografica dell’intero lavoro. Umberto si mette totalmente a nudo affrontando le sue paure e le sue delusioni, illanguidendosi nelle sfumature e nelle sonorità (“dalle città fuggiremo in autostop / col coraggio che al momento io non ho / la verità ha la mia calligrafia / in letargo addormentata con la tua”).
Le tue mani segna la fine della prima parte dell’album. Con il testo e la presenza carismatica di Cristiano Godano, la melodia vira verso l’incedere tipico di una marcia. Protagonista del brano un uomo, consapevole di cosa ha perso e di cosa non tornerà più nella sua vita: quell’amore sbocciato sulle poltrone del cinema appartiene a un tempo ormai passato. Godano recita con voce malinconica il suo testo, accompagnato dalla chitarra di Umberto e dalla batteria sincopata che rendono ancor più straniante e attraente la sua voce, fino a confezionare un microcosmo dotato di vita propria in quello che, a riascoltarlo più volte, sembra il preludio all’Antimondo.
Versus minorenne apre la seconda parte del disco con chiari riferimenti al rock d’autore (Radiohead su tutti). Umberto si guarda allo specchio con una profondità e un rigore mai visto altrove; la melodia esplode con l’accendersi della sua rabbia per un periodo che mai più tornerà. La chitarra, delicata, stride quasi con quel rimorso che ha dentro e non nasconde, fino a farlo crescere nel ritornello: il sussurro si schiude in un autentico tormento (“eravamo tanti / quaranta anni in tre / occhi con la luce dei diamanti / per chi vuole capirà / per chi vuole brillerà “). C’è presa di coscienza e dispiacere nel guardare un’immagine riflessa che non corrisponde a quella voluta. Qualora aveste dei dubbi sulla vita passata e quella futura, state pur certi che questo brano vi rovisterà dentro con un impeto tale da lasciarvi con mille domande. E non finisce qui. Giusto una breve pausa, una chitarra acustica che apre una lenta e dolce malinconia, la paura dell’oblio dopo la fine di una storia.
È un addio Nei giardini tuoi, a metà tra il sogno e la realtà, spinta in avanti da una sei corde che dondola tra atmosfere vagamente smithsiane e rimandi al cantautorato d’autore. Perché tutto finisce, se ne prende atto e pace. Ma non sempre. C’è chi accetta e chi non dimentica, chi rivive quei luoghi di periferia come se li vedesse per la prima volta. È l’architettura gotica degli anni che si snoda in Muro contro muro, il dolore del ricordo, i tratti distintivi di una storia (“le tue mani dolci e inconfondibili / cugine di un peccato femminile: ricordate “i tuoi lineamenti cugini di un vincolo nella mente mia” di quel piccolo capolavoro che è Tutto è Anticristo?) che si rifiuta di morire e di indossare il colore del lutto. L’Antimondo sembra finire sotto casa della persona amata, lontana dal comprendere e ricambiare quel sentimento, nel tentativo di fissare nella mente più istantanee possibili della sua figura; quel cancello che la natura non permetteva di valicare al re di quel non luogo non esiste più, perché il desiderio è morto senza imboccare la strada del ritorno. Il brano è un addio che lascia sbigottiti e increduli: è tutto perfetto e disperatamente tragico in questa ballata, il piano di Floriano Bocchino (autore del pezzo insieme a Giardini), la chitarra, che vorrebbe dipingere un nostos impossibile, le liriche, molto simili, nell’intensità, a Omega, canzone del bellissimo Ep Ognuno di noi è un po’ Anticristo. Nel finale la voce di Umberto, in preda a una indicibile sofferenza, sembra quasi piangere sulle note del pianoforte, illudendosi di poter vivere del solo ricordo, sicura che non ritroverà più quell’amore nelle pieghe della sua esistenza (“così ogni volta che mi fermo e ti guardo / rubo ore al tempo”).

Lenta e dolcissima, quasi irreale è Figlia del corteo, una gemma preziosa incastonata in sonorità che richiamano un certo cantautorato di Tanworth in Arden e un pop rarefatto e pregno di tristezza; si avvicina la fine, e non poteva esistere commiato migliore della title track, Mondo e Antimondo. Il protagonista si risveglia dal sogno e traccia un bilancio della sua esistenza fino a quel momento. Non ha pietà nei confronti della società, osserva in maniera analitica le reazioni dell’uomo che mercifica tutto ciò che tocca e se ne discosta, sdegnato. A un certo punto però il brano cambia improvvisamente registro. Umberto si guarda dentro, ancor più profondamente di come ha fatto fino a quel momento. Ha una spina nel cuore che gli impedisce di respirare. La batteria segna il passaggio dalle atmosfere oniriche ed elettroniche a quelle reali e quotidiane, in perfetto accordo con la chitarra acustica. C’è disincanto, delusione, consapevolezza di cosa è stato fatto nella maniera giusta e di ciò che è stato sbagliato. La voce è un fiume in piena, si oscura appena nel finale e come una lama non risparmia nulla, affonda i muscoli in profondità come la vanga del contadino devoto, il “Re” del mondo. E a quello Giardini decide di ispirarsi, scegliendo di votare la sua vita al sacrificio e alla devozione più estrema. Mette sul piatto della bilancia rinunce e desideri (“Io per te ho girato la faccia alla felicità / ho contato i minuti a piedi nudi”), conscio di aver fatto pendere spesso l’ago dalla parte sbagliata e causato tanto male (“io per te come forbice affilata / nella carta tagliata per un nuovo collage”); la natura non sarà più matrigna ma stimolo e linfa per rinascere e tornare immacolato dall’alta quota madre di tanti miracoli, forte di una volontà salda e di uno spirito mai domo (“io per te / come polvere ovunque / come neve pulita nella cima del monte / Ma io / per te / diverrò perpendicolare / nella mia disciplina nella povertà nella mia morale”).
Se ne va in un sussurro infinito Umberto, consapevole di aver narrato le due facce di una stessa medaglia mantenendo un equilibrio e una grazia senza pari, mettendo a nudo se stesso come mai aveva fatto prima, rivelandosi profondamente sfiduciato nei confronti della società e forse anche schiacciato dalle sue debolezze. Mondo e Antimondo è l’accettazione di una maturità sofferta ma necessaria, un cammino di fede pagana sorretto dalle spine e dal rimpianto. È la celebrazione mistica di una forza e di una dignità che trapelano da ogni nota, da ogni sfumatura della voce, da ogni arpeggio di chitarra, da ogni colpo di rullante. Giardini fa del proprio calvario personale un ponte verso la bellezza e pone le basi per l’architettura di un nuovo futuro, in nome dell’amore.
Mi tremano le mani nel concludere questo scritto. Forse perché ho sentito così tanto mio quest’album da aver quasi l’impressione che si stia allontanando da me, e che con lui stia fuggendo anche quella che ero un tempo. Se dovessi raccontare come mi ha ramificato dentro, e con quale forza mi ha schiaffeggiato in volto, non troverei le parole giuste.
Lascio a voi, dunque, la libertà di andare incontro alla vostra catarsi. La mia non è ancora completa, troppi vuoti devono essere colmati. E se un giorno saprò chiamare per nome i mille frammenti che questo specchio ha lasciato deflagrare in me, non avrò più paura della mia vita rubina.
Tracklist:
01. Re
02. Miracoli ad alta quota
03. Andromeda
04. La notte
05. Le tue mani
06. Versus minorenne
07. Nei giardini tuoi
08. Muro contro muro
09. Figlia del corteo
10. Mondo e antimondo
Photo © David Nicastro




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