L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
Dreams and other stories… non è un titolo bellissimo per un concerto? Come facilmente intuibile, deriva da un album omonimo uscito lo scorso anno a nome del trio composto da Giulio Granati, piano e composizioni, Antonio Cervellino, contrabbasso, e Francesco D’Auria, batteria. Ho ascoltato parecchie volte D’Auria, un po’ meno Cervellino, e Granati solo in una bella occasione pochi mesi fa in cui accompagnava, con lo stesso D’Auria ed il contrabbassista Marco Conti, la brava cantante varesina Giusy Consoli in una emozionante serata in ricordo di Renato Bertossi. Se Bertossi è stata una figura decisamente significativa per il jazz intorno a Varese, l’associazione Varese Vive ne raccoglie in parte l’eredità e con la direzione artistica di Claudio Borroni prosegue il cammino di condivisione di questo stile musicale. Comunque, quell’unica volta con Giulio Granati mi aveva lasciato un segno positivo e perciò ho colto prontamente l’opportunità di riascoltarlo in un progetto più suo. Un’ora e mezza abbondante di ottima musica, quasi tutti brani originali, suonata con affiatamento e maestria dal trio, iniziando con un delicatissimo piano solo, corrispondente al Dream N.24.

Sono ormai quasi una trentina i Sogni composti da Giulio Granati, il primo circa trent’anni fa, ed è curioso spiegarne l’origine. Si tratta di brani nati proprio durante la fase REM del riposo notturno: l’autore in alcune mattine si è svegliato con una melodia in testa che ha poi sviluppato al pianoforte, suo strumento ideale, scrivendone ogni nota con precisione, come per una partitura classica, su doppio pentagramma. Alcuni di essi sono stati in seguito arrangiati per trio, ad esempio il Dream N.22 ed il Dream N.23, altri invece, come il Dream N.26 ed il Dream N.27, sono proprio nati per trio, ma la matrice classica, dove “niente è affidato al caso”, e frutto della prima formazione di Granati, rimane.
Cosa sono invece le Altre Storie che completano il titolo dell’album? Sono brani che appartengono maggiormente al linguaggio del jazz e, pertanto, scritti su un unico pentagramma. L’improvvisazione degli altri due strumenti trova la sua più naturale espressione nelle Other Stories, per quanto anche nei Sogni, pur seguendone la scrittura più ‘rigida’, ci sia lo spazio e la si percepisca.

La scaletta della serata si differenzia dall’ordine sequenziale dell’album, illustrato in copertina da un bell’art work di Granati, che ama esprimersi anche attraverso la pittura. Fra i quattro Dreams in trio già menzionati, per lo più ariosi e gioiosi, sostenuti con piacevole leggerezza dalla sezione ritmica, segnalo il N.26 in cui al piano si accompagna l’incantevole suono ‘liquido’ dell’hang di Francesco D’Auria, che qui lo alterna agilmente alla batteria.
I brani di ispirazione jazzistica sono Looking through a different pair of eyes, dal ritmo altalenante e la chiusura decisa, Renaissance, ancora più acceso con tocchi sicuri sui tasti e lucido stop finale, e Stardance, in cui apprezzo particolarmente l’accoppiata strumentale di Cervellino e D’Auria che continuano a guardarsi finché Francesco non si avventura in uno dei suoi soli. Ovviamente entrambi trovano spesso spazio per i propri assoli, ma il piano, anche se non dichiarato, è sempre il leader, autorevole ma non autoritario, della formazione che comunque risulta molto ben equilibrata e regala momenti intensi e coinvolgenti. Per Granati la prima ‘folgorazione’ jazz fu con Oscar Peterson, ma il “vero faro”, come lui stesso ama definirlo, è Bill Evans. Oltre a questi originali, viene presentato l’energico standard jazz, datato 1946, Bouncin’ with Bud del pianista e compositore statunitense Bud Powell che sicuramente contribuisce ad aumentare la temperatura della serata.
Aleggiano anche atmosfere blues, anzi è un Double Blues, e qui si vede Giulio Granati ‘scatenarsi’ divertito sulla tastiera, lasciando in parte la scena prima a Cervellino, che pizzica con vigore le corde del suo strumento, e poi a D’Auria che, dopo aver segnato il passo, prosegue in solo.

Cosa manca per completare un quadro musicale già così ricco ed avvincente? Qualche ballad, sicuro! La prima, originale, è anche uno dei brani preferiti del suo stesso compositore, nonché uno dei suoi primi che io ho ascoltato, ed è la dolcissima The first snow. Le mani di Granati si muovono sul piano con la necessaria lentezza, i polpastrelli di Cervellino fanno vibrare le corde e sulla batteria sono le spazzole a dare il ritmo adeguato. Immagino di vedere da una finestra la neve scendere piano nella notte… e penso che in questo preciso passaggio avrebbe giovato un po’ di penombra nel locale invece così tanto illuminato: prima la luce non disturbava ma ora stride un po’ con il romanticismo che si è creato. C’è un bel dialogo fra piano e basso, la batteria è un sottofondo discreto, poi Granati scivola verso la conclusione con un lungo solo di piano -la neve sta aumentando!- e le ultime note sono in trio. La ballad successiva, verso la seconda metà del concerto, è un altro standard jazz, Blame it on my youth del 1934, a firma del pianista americano Oscar Levant, ed inizia con misura per addolcirsi in seguito, il piano si mantiene protagonista e sul finale si lancia in un solo che abbraccia le celeberrime note di (Somewhere) Over the rainbow.

Potrei già dirmi soddisfatta e invece arriva, a grande richiesta, il bis. Introdotto dal piano solo e poi sviluppato in trio, il terzo ed ultimo standard della serata è Stella by starlight, celebre brano popolare scritto nel 1944 dall’artista americano Victor Young. Così si conclude degnamente un bellissimo programma che mi ha permesso di iniziare con entusiasmo il nuovo anno di musica live e farmi pensare sognante -è proprio il caso di dirlo!- il mio primo #eiovadoadormirefelice del 2024.







Rispondi