R E C E N S I O N E


Recensione di Haron Dini

Negli ultimi anni si è visto il Regno Unito riportare in auge uno dei generi musicali più ascoltati e che ha totalizzato e totalizzerà un nuovo dettame nel music business, ma non solo. Nel corso della storia, in questo caso nel post-punk e affini, ci sono stati progetti che si sono fatti valere nell’ambito politico e sociale: cerchiamo di immaginare progetti come Blur e il loro leader Damon Albarn che, molto attivo al movimento contro la guerra, si è scagliato più e più volte contro situazioni sensibili come Afghanistan e Iraq. Ecco, lo spirito ribelle del rock si è tramutato anche in una visione verso gli ultimi interiorizzando una grande consapevolezza, dove molti ascoltatori si sono rivisti anche in ambito sociale, economico, familiare, ma anche adolescenziale. Questa corrente durerà per tutto il decennio, prendendo poi successivamente una dura parabola discendente che porterà di fatto il rock a non godere di ottima salute. Senza troppi slanci questa seconda ondata è molto più piccola della precedente, però dobbiamo ringraziare nuovamente l’Inghilterra, precisamente più Bristol, perché in questo caso gli Idles sono stati e sono tutt’ora il progetto più potente in grado di far rimettere in discussione tutto il rock nei suoi temi e nelle sue sonorità. Dalle prime accortezze del genere sono passati quasi vent’anni e gli Idles lo evidenziano sotto vari punti di vista: ovviamente cambia il tempo, cambiano le persone e cambia anche il complesso di relazioni.

Gli Idles si formeranno nel 2009, ma dovremo aspettare ben otto anni per ascoltare il loro primo album – Brutalism (2017) – e questo ci fa capire quanto sarà marchiante ora e più che mai la fruizione della musica, che sarà destinata in futuro a cambiare spasmodicamente. La svolta sarà anche il fatto che produrre un disco si rivelerà più un peso che una gioia. Ci sarà anche una svolta a livello anagrafico perché qui si assiste ad una band già vissuta a livello di età. Se il post-punk era la ribellione dei ventenni, qui il brio adolescenziale e gli anni della formazione scolastica sono ormai lontani o non esistono più. Infatti i temi sono il lato più caratteristico della band: qui si elogia la vulnerabilità, l’inclusività e gli outsiders di qualsiasi tipo e genere. Ma anche un più genuino diritto di essere repulsivi e cinici nei confronti del luogo in cui si vive e di chi ci circonda. Tutto ciò sarà il manifesto principale nel loro secondo album – Joy As An Act Of Resistance (2018) – ma resistenza a cosa? Resistenza al perfezionismo, alla competitività e al non dipendere dagli algoritmi, dai feedback e dai fatturati. Tutto troverà definitiva attuazione anche nei capitoli successivi – Ultra Mono (2020) e Crawler (2021) – arrivando ad una grande simbiosi con questi concetti in cui anche la musica parlerà più di mille parole. Aspra, dissonante, graffiante ai limiti del post-hardcore e con il marchio di fabbrica distintivo degli Idles: il cantato atonale di Joe Talbot.

Tangk (2024) in uscita proprio oggi, conferma l’irrequietezza degli inglesi, non a caso il titolo prende il nome dal suono della pennata sulle corde della chitarra. Una fiaba rock che mira su tematiche come l’unione, il socialismo e la voglia di ballare e urlare più sui propri risentimenti che sui propri sogni. Un disco energico, ritmato, che non si smuove dalla propria sfera personale, ma anzi, si allarga inglobando tutto quello che è essenziale. L’esaltante collaborazione come quella con Nigel Godrich (Radiohead e Beck) regala pieno spunto nei pianoforti cristallini di Idea 01 e le sfumature elettroniche in Grace. Altra collaborazione molto importante la possiamo trovare in Dancer, primo singolo uscito con gli LCD Soundsystem che rivitalizza il disco portandolo ad un divertimento ulteriore. La cosa che salta all’occhio in questo lavoro è anche il cambio di vesti che Tangk assume: dalla Dance Punk di Hall & Oates, al Jazz presente in Monolith o alla coppia stupenda Gratitude e Jungle (quest’ultima racconta la necessità di salvarsi a vicenda). Il lavoro è studiato per divertire l’ascoltatore e portarlo, non tanto a distaccarsi dai problemi quotidiani ma a ballarci sopra con tutta la determinazione possibile.

Gli Idles continuano a confermare selvaggiamente anche stavolta che l’intento è tutto nella musica rock. Non bisogna cercare di essere dei bravi cantanti e la lezione che dobbiamo imparare è proprio questa: le buone vocals a volte sacrificano anche molto altro. Non dobbiamo girare intorno alle cose e non bisogna velare le cose. La genuinità diventa verità, il modo di fare diventa veicolo di messaggio e risposta e la musica diventa una presa di posizione e manifestazione. Tangk, rispetto al suo predecessore Crawler ritorna ad essere più incisivo e meno formale e introspettivo, un’ennesima prova della band britannica che solleva sempre molto hype ad ogni sua conferma non passando mai inosservata, rischiando di fare sempre incursione nelle migliori top di tutte le webzine del globo. Gli Idles, un po’ per retaggio musicale, un po’ per il loro successo straordinario, rimarranno sempre un sollievo nella cronica crisi d’identità che il rock ha affrontato in questi vent’anni, riportando ad emergere un po’ quella schiettezza che mancava. La band continua a fare la propria parte dando un colpo finale a tutti quegli anni grigi che in molti davano per spacciati.

Tracklist:
01. Idea 01 (3:38)
02. Gift Horse (4:10)
03. Pop Pop Pop (4:17)
04. Roy (4:10)
05. A Gospel (3:45)
06. Dancer (3:09)
07. Grace (3:53)
08. Hall & Oates (2:23)
09. Jungle (4:11)
10. Gratitude (3:41)
11. Monolith (2:53)

Photo © Tom Ham

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