L I V E – R E P O R T


Articolo di Olivia Gazzarrini

Il 4 Luglio è arrivato ed il fermento che da giorni mi dava frenetica eccitazione, non era collegato alla celebrazione dei 250 anni della nascita degli Stati Uniti d’America ma piuttosto all’attesissimo concerto degli Idles al Sequioia Park Festival di Bologna. Oltre all’impeccabile organizzazione per il parcheggio e l’immediato accesso dalla tangenziale, il festival vanta svariati aspetti positivi tra cui il Circolo Arci Caserme Rosse all’ingresso e soprattutto un’arena a misura d’uomo con una capienza massima di 5000 persone. E questo ci fa sentire a casa, protetti e ricaputaltati in uno spazio-tempo che conosciamo ed in cui la musica prende vita dal basso e pulsa nel cuore sublimando chi suona e chi ascolta in una sinergia fisica e visiva.  Il gigantismo dei live degli ultimi anni, vedi articolo di Stefano Solventi Sentireascoltare, in cui l’artista diventa un minuscolo puntino lontano, i megaschermi ti risucchiamo in una realtà virtuale dell’evento in tempo reale e la moltitudine multiforme viene convogliata in spazi agorafobici e costretta ciberneticamente a token e a pit, sembra essere diventato una realtà aumentata e sensazionalistica fine a sé stessa e ai relativi profitti. Cosa altrettanto dissonante è che parte degli introiti generati da questi mega eventi non vengono reinvestiti in cultura, quando la maggiorparte dei piccoli locali di musica live delle città stanno scomparendo. L’equazione è ampiamente impari ed aberrante.

Il concerto di stasera è sold out, la serata dipinta da un tramonto che colora il cielo in uno spettro acceso di toni caldi ed intensi. Il palco del Sequoia è diviso dalla zona bivacco da quello del Bonsai festival, che quest’anno ha visto passare band di tutto rispetto come i Flaming Lips e i Jet. Chiudo gli occhi e mi ritrovo catapultata in una grande festa dell’Unità; quelle che negli anni ’80 e ’90 ed in particolare nelle roccaforti emiliane, hanno visto esibirsi giganti della musica come i Genesis, gli Aerosmith, gli Whitesnake e un’icona assoluta come David Bowie. Quei grandi raduni hanno segnato la storia politica e culturale italiana non solo come comizi, ma come veri e propri festival musicali. Nelle storiche edizioni nazionali e territoriali, i concerti delle Feste dell’Unità erano occasioni uniche per unire la socialità e l’intrattenimento popolare, promuovendo nel contempo band emergenti e grandi artisti del panorama italiano e internazionale. Ed è quindi verità storica l’aver aperto la strada a quelli che sono oggi i grandi festival contemporanei. Viva Bologna e il suo imprinting di città di resistenza dove il tempo non sembra scorrere lineare ma sempre controculturalmente di traverso al conformismo vigente. Nessun miglior palco per gli Idles, che in questa sede non si sono astenuti da prese di posizioni sulla Palestina e dall’inneggiare canti partigiani sulla scia dei Kneecap, che qualche settimana fa hanno infiammato lo stesso palco.

Poco dopo la fine del set di apertura degli Enola Gay e il rapido cambio palco, le luci si accendono sulle note di Levitator, il singolo inedito che anticipa l‘uscita del loro sesto album in studio e il ritorno, se ne evince dal tono, al furore originale post punk della band ed in seguito all’uscita di un disco imprevedibile come Tangk e il lavoro sulla colonna sonora del film Caught stealing di Darren Aronofsky. Nel frattempo sono già arrivati sul palco l’irrefrenabile Mark Bowen, con il suo look iconoclasta da brit nanny, Adam Devonshire al basso, Jon Beavis alla batteria e Lee Kiernan alla chitarra ritmica, preparando l’entrata timida di Joe Talbot, voce e leader carismatico della band, che saluta energicamente un’arena sold out. Rivolto verso il cielo e con la gamba destra piegata sul monitor, sembra quasi voler canalizzare energia dall’alto e rimandare in cielo gratitudine. Questa l’impostazione identitaria che terrà più volte durante lo show. La batteria infiamma una cavalcata di rock psichedelico, in cui la ritmica corre verso il muro del suono distorto pesantemente dalle chitarre e Talbot incita a intonare Bella Ciao, emulando nuovamente i Kneecap, che hanno fatto cantare l’arena in un coro potente, proiettando immagini di primi ministri impiccati. L’enorme logo Idles sarà il solo sfondo alle loro spalle per tutta la durata del concerto, a voler porre l’attenzione esclusivamente al suono e alla performance sonora dura e pura.

Il pezzo che segue è Mother dal primo disco Brutalism del 2017, il quale è contemporaneamente un viscerale tributo alla madre e una feroce critica all’ineguaglianza sociale, alla mascolinità tossica e alla violenza di genere. Gift Horse, il primo brano che eseguono da Tangk, esaspera e trasla il timbro punk rock e post punk in distorsioni graffianti post hardcore contemporanee, evocando un’estetica dai suoni psicotici che ricordano i Public Image LTD, formazione post Sex Pistols di Johnny Rotten e quelli caustici dei Gang of Four. Gli Idles si incontrano e prendono vita in ambienti da scuola d’arte, progressisti ed intellettuali di una città multietnica e musicalmente alchemica come Bristol, proprio durante il decennio in cui la Brexit piomba come un macigno  sulla società inglese con tutti i suoi effetti collaterali. Regalando alla loro visione artistica materiale umano e uno specchio dove far riflettere, accecando, un periodo storico, sociale e politico che non può che tradursi in protesta sovversiva e dissenso trasversale a cui il punk ha sempre dato voce. Quanto mai urgente e necessario ai giorni d’oggi. Mentre Talbot rimane canalizzato in direzione spaziale, la musica del pezzo successivo si fa più riflessiva e dinamizzandosi progressivamente in una curva verticale verso l’alto, si autoalimenta e si carica sempre di più. Nella cupezza questa tensione è verso la luce. È meccanica che ti divarica le viscere e una turbina industriale che ti scandisce il battito cardiaco, da cui Talbot fa scaturire la voce urlata, sofferente e riottosa che stimola la nostra ad uscire e liberarsi. Ci vorrà qualche giorno per elaborare la bordata sonica ed apprezzarne tutte le sfumature.

Attraverso il pubblico stordito ed esaltato, Talbot mi appare per un secondo come un sindacalista punk, agguerrito e sinceramente interessato al bene collettivo e all’emancipazione degli ultimi e degli abusati. Attraverso l’elevazione dell’atto creativo si percepisce ed intravede negli occhi dei musicisti una luminosa emanazione e gratitudine per il pubblico di Bologna in ascolto la cui intensità Talbot definisce un’ atto di amore nei loro confronti. Mentre l’anima gli esce attraverso la voce, mi sento risucchiata dentro un meccanismo tritacarne da una fenomenale ed apnoica sezione ritmica che mi inietta nelle viscere il suono detonante, scarno e sublimato. The Wheel, dall’album Crawler, è un lamento di idllio punk rock, dove Talbot inneggia la folla ad incitazioni pro Palestina, mentre, durante Divide & Conquer, traccia da Brutalism di denuncia verso lo smembramento del sistema sanitario nazionale, il microfono viene lanciato in mezzo al pubblico per attizzare gli animi a pogare e aumentare le temperature già infuocate. Pop pop pop è il secondo ed ultimo pezzo che eseguiranno da Tangk, disco prodotto da due pezzi da novanta come Nigel Godrich (Radiohead, Beck) e dal guru del hip-hop Kenny Beats, insieme al chitarrista Mark Bowen.

Si alza un’astronave di suoni che ci catapultano altrove ed in atmosfere dall’intensità sonica apocalittica, simili a quelle di genere trip hop di fine millennio, che proprio dalla geniale Wild Bunch di Bristol ha preso forma. Si passa dal manicomio sonoro di Car crash e War in cui Bowen, Kiernan e Beavis si allineano davanti al batterista per farsi espoldere le tempie ed esaltare la loro unità strumentale e sonora e traghettarci dentro 1049 Gotho, quintessenza punk e tiro in levare che trasuda alienazione distopica contemporanea, come il suo testo descrive senza figure retoriche. In Gratitude si alza un coro antifascista che i musicisti supportano strumentalmente mentre incitano il pubblico ad abbassarsi a terra mentre il microfono è nuovamente finito tra le prime file per direzionare il salto di Bowen nel pubblico. C’è una commistione di rabbia, inquietudine, sofferenza e dolcezza che scaturisce dalla voce di Joe Talbot e che ci incanta e confonde, mentre ci ha toccato le corde dell’animo più delicate e sottili, e che si riflette nella sua scrittura su temi attuali che accomunano ed opprimono ogni società dell’Occidente contemporaneo. In The Beachland ballroom, uno dei pezzi più intimi e autobiografici, le suddette caratteristiche vi si concentrano al massimo, dando luogo ad una formidabile e struggente richiesta di redenzione, mentre in Danny Nedelko, manifesto d’integrazione sociale, inneggia ai nostri rispettivi governi e alle loro orrende politiche migratorie. “Gli immigrati sono belli e rendono l’Italia e la Gran Bretagna posti migliori” ci ricorda. Dancer apre la pista al finale col botto che la band piazzerà con Rottweiler, dall’album Joy as an act of resistance, in cui le chitarre impazzite e la furia del batterista creano un limbo sonoro in divenire, un’entropia senza climax e un delirio sonoro che è un mostro a cinque teste che cavalca inesorabile verso la deflagrazione cerebrale. Guardo le casse incenerite sul palco bianco e nero. Un unico nucleo umano al centro del palco ci saluta. Dopo questa aggressione sonora si accendono le luci illuminandoci le fronti incendiate e guardandomi intorno vedo volti e corpi dal volto sereno e dallo sguardo appagato in un ritrovato senso di appartenenza gli uni agli altri.

Immagini sonore Ⓒ Luca Mallardo

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere