R E C E N S I O N E
Articolo di Laura Savoini
“Noi siamo sempre storti, non riusciamo a andare dritti” canta Emma Nolde nella canzone Voci Stonate. Un brano rivolto a tutti coloro che si sentono inadeguati, tagliati fuori e in
qualche modo sbagliati. Di canzoni, film, opere che cercano di trovare un posto sicuro per gli outsiders, la nostra società ne è piena. Così piena da esserne quasi intasata. Ormai essere diversi va di moda e trovare un qualcosa che ci faccia sentire genuinamente compresi con tutte le nostre stranezze è praticamente un’impresa. È per questo che gruppi come gli I Hate My Village sono così importanti. Il 17 maggio è uscito il loro ultimo album, Nevermind The Tempo, un vero e proprio manuale delle istruzioni per chiunque si senta sempre e comunque controcorrente.

Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours) hanno formato il gruppo nel 2018. A loro si sono poi uniti Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Alberto Ferrari (Verdena). Gli I Hate My Village dunque condensano buona parte della scena alternativa italiana, unendo esperienze profondamente diverse, ma che al contempo sono garanzia di qualità. L’esordio avviene nel 2019 con il disco I Hate My Village, e il successo immediato che ne consegue è un riscatto in piena regola per tutta la musica indipendente del nostro Paese.
Se il primo album proponeva nove tracce, quasi interamente strumentali e lontane da un qualsiasi schema predefinito, Nevermind The Tempo inverte la marcia. Questo non significa che abbandoni le origini da cui è nata la band. Il disco dà vita a un universo fatto di suoni smontati e riassemblati, in mezzo ai quali si nascondono le influenze afro-beat tanto care alla prima versione degli I Hate My Village. In Nevermind The Tempo la voce ha sicuramente un ruolo determinante. Su dieci tracce solo una è puramente strumentale. Si tratta di Dun Dun, un viaggio ipnotico che ci trasporta in un mondo onirico in cui non si riesce a capire se sia più forte la paura di non riuscire a fuggire o il desiderio di esplorarlo. Quel che è certo è che qui, come nelle altre tracce, si vive una vera e propria estasi. Le prime note di Artiminime ci proiettano in un vortice psichedelico e delirante, che ci trasporta verso Water Tanks, il vero ponte tra quello che è stato e ciò che in futuro saranno gli I Hate My Village. Il brano fa ripensare ai ritmi caraibici di Acquaragia e Tramp, entrambi composti per il primo album. Eno Degrado ed Erbaccia procedono storte e sbilenche verso atmosfere inquietanti, oscure e irresistibili, in cui aleggiano riverberi e assoli di chitarre. Con Jim invece si ritrova una parvenza di equilibrio dai ritmi soul e che, insieme a Broken Mic può forse essere considerata tra le tracce più pop, ma non per questo meno introspettive, dell’album.
Gli I Hate my village insomma sono quelle voci stonate di cui parla Emma Nolde, incapaci, e soprattutto determinati a non pensare sempre uguale al coro. Con Nevermind The Tempo, Adriano Viterbini, Fabio Rondanini, Marco Fasolo e Alberto Ferrari si confermano una delle band più preziose della scena indipendente italiana, che con i loro meticolosi errori riflettono appieno una società imperfetta che ha la pretesa di nascondersi dietro una facciata ipocrita dalla quale detta ordini che annientano le imperfezioni e tutto ciò che dona bellezza alla vita umana.
Tracklist:
01. Artiminime
02. Water Tanks
03. Italiapaura
04. Eno Degrado
05. Mauritania Twist
06. Erbaccia
07. Jim
08. Dun Dun
09. Come Una Poliziotta
10. Broken Mic
Photo © Donato Sansone




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