R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Provo una segreta felicità per un album come questo Beyond This Place, soprattutto grazie alla presenza di tre musicisti che ammiro da sempre, guarda caso tutti di Philadelphia. Il primo di questi è Kenny Barron – ottantunenne pianista e compositore dalla fedina musicale ricca di incisioni con più di cento pubblicazioni in carriera, nonché titolare di quest’ultima uscita. Poi tra i miei preferiti ci sono altri due artisti dei quali Off Topic si è già occupata in passato e sono il contraltista ventisettenne Immanuel Wilkins – vedi qui – e il batterista quarantasettenne Jonathan Blake – leggi anche qui. Completano il quintetto il vibrafonista Steve Nelson (nato nel ’54), vecchia conoscenza dello stesso Barron, con alle spalle una lunga militanza insieme a Dave Holland e il sessantacinquenne contrabbassista Kiyoshi Kitagawa, altro storico sodale. Ma nel contempo avverto un certo imbarazzo nel constatare che Off Topic non si era mai occupata direttamente del pianismo di Barron e allora cercheremo, oggi, di colmare almeno parzialmente l’evidente lacuna. Questo pianista della Pennsylvania ha contribuito alla storia del jazz statunitense soprattutto a partire dal 1962 quando accompagnò Dizzy Gillespie per quattro anni in tour attraverso gli Stati Uniti e l’Europa. Erano i tempi, tra l’altro, in cui lo stesso Gillespie si propose provocatoriamente come candidato indipendente alla presidenza degli USA nel ’64.

In quel periodo Barron veniva influenzato dai post-boppers come Tommy Flanagan, Hank Jones e Wynton Kelly, ai quali aggiungerei la mitica figura di Monk, visto il precedente con gli Sphere, quando Barron stesso si accompagnò a due monkiani di ferro come Charlie Rouse e Ben Riley. Del resto un omaggio a Monk – anzi due se valgono pure i riferimenti indiretti, come vedremo – è comunque ben presente anche in questo ultimo album. Dal punto di vista strettamente tecnico a Barron si deve, tra l’altro, l’ideazione di accordi particolari, i Kenny Barron Chords, voicings pianistici costituiti da una serie di quattro intervalli di quinta giusta. Possiamo affermare con certezza come questo pianista sia in grado di suonare qualsiasi cosa, dalle ballate classiche più turgide alle più impervie scale be–bop, prediligendo comunque l’esibizione in gruppo, dato che le pubblicazioni in solitudine sono state solo quattro in cinquant’anni di attività discografica. La sua musica porta i segni della filiazione dai grandi maestri degli anni ’50 e ’60, tenendo presente che appena diciassettenne cominciò attivamente a collaborare con musicisti del calibro di Lee Morgan, John Coltrane e Youseef Lateef, tanto per gradire. Per avere comunque informazioni sul suo costante stato di grazia, a chi ancora non lo conoscesse e volesse farsi un’idea più precisa della sua arte, potrei suggerire, oltre a quest’ultimo Beyond This Place, anche l’ascolto della recente pubblicazione di una registrazione live dell’86 in coppia con il contrabbassista Buster Williams, tra l’altro avvenuta in Italia, The Complete Two as One.
Focalizzando l’attenzione su questo ultimo Beyond… possiamo dire che in questo caso, in ambito musicale, c’è di tutto o quasi. Ballate, rielaborazioni di standard o di brani già editati da Barron stesso, momenti collettivi, duetti, trii, insomma una grande varietà di proposte, un viaggio riassuntivo attraverso decenni di jazz in cui si confrontano età diverse ma tutte accomunate da un unico sentire. Lo stile è sempre brillante, elegante, animato ora come un tempo da una ferace febbre interiore per cui un pianista ottantenne suona ancora come un ragazzo di vent’anni e per contro musicisti giovani come Wilkins sembrano navigati lupi di mare. Il primo brano che possiamo ascoltare è un classicone da novanta, lo standard di Carmichael-Washington scritto nel 1938, The Nearness of You. Sono rimasto sorpreso da due particolari. Il primo è che sia stata scelta una ballad proprio in apertura dell’album, dato che solitamente in pole-position vengono sistemati, presumo per motivi legati all’impatto psicologico, pezzi più coinvolgenti dal punto di vista ritmico. Ma il secondo genuino stupore è stato quello di ascoltare il sax di Wilkins suonare con il melodico appeal di un Ben Webster o di un Johnny Hodges, anche se con tipologia di strumento differente. Da notare che Barron si era già cimentato con questo brano accompagnando il sax di Bennie Wallace in un disco che portava lo stesso titolo del pezzo medesimo e pubblicato nel 2004. La sonorità del contralto di Wilkins è lineare, fin commovente per la misura emotiva in cui egli appare coinvolto nell’interpretazione. Il sassofonista allunga sensibilmente le sue note, le addolcisce, disciplinando la sua verve, così come si conviene ad un musicista completo come lui, lavorando non sul fraseggio ma sulla purezza della melodia. Barron, dal canto suo, resta velatamente dietro le quinte, suggerendo i tempi insieme alla avviluppante ritmica contrabbasso-batteria assolutamente perfetta. Scratch è un brano di Barron che comparve in un album omonimo del 1985. Dall’indubbia impronta monkiana, con il suo aspetto hard-bebop, viene a creare un’insolita schisi con il sognante pezzo precedente ma qui abbiamo la possibilità di ascoltare praticamente tutti i musicisti fare sfoggio delle proprie capacità tecniche. L’inizio è una corsa a due tra il walking bass di Kitagawa e la turbinante batteria di Blake, seguita dall’impostazione tematica. Wilkins, tenuto a bada nel brano precedente, è un propulsore d’energia che pompa con accanimento la personale idea di fraseggio iper-veloce, andando a confluire insieme alla ritmica in una zona next free. La ripresa del tema prelude all’assolo del vibrafono. Segue poi un’altra riproposizione tematica sostenuta dallo stesso Nelson, a cui fa seguito Barron che a dispetto dell’età non verdissima si lancia in uno spumeggiante effluvio di note, arricchite da strategiche dissonanze che oserei definire nettamente monkiane. Il tema finale, ripreso all together, chiude autorevolmente il brano. Innocence proviene dall’omonimo album del 1978. Si tratta di una melodia mansueta, un po’ oscura che sembra custodire reconditi segreti, sviluppandosi attraverso un percorso quasi circolare a progressioni discendenti. Dopo la presentazione del tema è la volta di Wilkins avventurarsi improvvisando lungo la strada delineata della composizione. Dopo un suo preludio un po’ guardingo e misurato, le circonvoluzioni dei fraseggi tendono ad aumentare, restando però all’interno di un criterio di moderatezza affine allo spirito del brano. Molto elegante l’assolo iridescente di Nelson al vibrafono. Barron si butta nei rubati, accelerando e decelerando a piacimento, imponendo così qualche angolo più nervoso allo schema melodico. Si riprende il tema riproposto dall’insieme e si arriva alla chiusura del brano.

Blues on Stratford Road è invece una creazione di Blake, pubblicato nel febbraio di quest’anno nell’album Truth to Power a nome del Black Art Jazz Collective. La versione dei B.A.J.C., affidata all’orchestrazione di fiati, ha ovviamente un tono più swingante e trascinante, molto urbano, mentre Barron & C. puntano maggiormente alle colorazioni blues. Il peso del tema viene affidato alla coppia Wilkins-Nelson con la pulsazione tipica del contrabbasso che fa ben avvertire il suo passo gommoso. Gli assoli si susseguono secondo schemi prestabiliti. Nelson, Wilkins e Barron dicono la loro con la solita autorevolezza, scavandosi delle nicchie melodiche all’interno delle dodici battute ma anche Kitagawa partecipa con un assolo, come si dice in questi casi, molto groovy. Il tema rallentato ritmicamente conclude poi il brano. Tragic Magic fu scritto da Barron alla fine dei ’70, un brano in Fa minore che sembra ricalcare parzialmente Mean Streets di Tommy Flanagan – niente a che vedere con l’omonimo pezzo dei Traffic del ’73. Si tratta di un vigoroso nerbo d’autore, quindi, una melodia scattante, presa d’infilata fin da subito da Wilkins, raddoppiato all’unisono nell’esposizione tematica dal vibrafono di Nelson. Il contralto offre la parte più nobile di sé attraverso lo scorrere di una serie di veloci ma puliti fraseggi in scioltezza, così come lo sono quelli al vibrafono a seguire. Arriva Barron e mi stupisce sempre la nitidezza dei suoi passaggi, la precisione, la varianza di tocco e perché no l’integra velocità esecutiva di sempre. E finalmente è anche il momento della tempesta ritmica di Blake giocata sulla pulizia e sulla scorrevolezza dei suoi colpi percussivi, anziché sulla potenza sonora. Termina tutto con l’usuale, classica riproposta tematica. Arriva il momento della title-track, Beyond This Place, un brano lento in formato ballad ma con alcune cadenze gospel. La linearità della traccia impone una sorta di autocontrollo dei singoli solismi e in effetti Barron vi costruisce all’interno un’improvvisazione misurata per non togliere il senso di ariosa semplicità. Wilkins addirittura sottolinea il tutto con pochissime note prolungate, quasi a rimarcare le toniche degli accordi di base. Tocca ora ad uno standard ultra famoso, si tratta di Softly, as in a Morning Sunrise scritto nel 1928 da Romberg e Hammerstein. Esso si manifesta in un semplice ma accanito duetto tra Barron e Blake che manda fuoco e fiamme per poco più di tre minuti. Poca reminiscenza vintage e grande visione di mareggiate e lampi sonori, direi quasi una prova di forza e di virtuosismo, un autentico calderone sonoro di spiriti bollenti. Sunset è una composizione di Barron che apriva la sequenza dei brani nel suo primo disco, Sunset to Dawn del 1973. Un po’ diversa dalla versione originaria, pecca però di quell’accompagnamento così simile a Song for my Father… o forse è un omaggio non dichiarato ufficialmente ad Horace Silver? Ad ogni modo si tratta di uno tra i brani migliori della sequenza di Beyond This Place, con quella introduzione in sincrono di sax e vibrafono che prelude alla successiva atmosfera più libera in cui compaiono gli assoli. Inizia proprio Nelson con una successione di note pesate, prestando attenzione al valore emotivo di ognuna di loro, anziché alla velocità esecutiva. Segue Wilkins con un’ennesima, eccellente affabulazione di sax dal tocco leggermente drammatico. Poi è la volta di Barron, molto rilassato, a dimostrare come un pezzo ideato cinquant’anni fa possa suonare molto contemporaneo. Curiosa la parentesi finale, con qualche capriccio di piano intercalato dai suoni accennati e svagati del sax. Arriviamo a We See, puro, scintillante Thelonious Monk d’autore, datato 1956 dall’album Monk, una raccolta di brani editati dalla Prestige e registrati nei due anni precedenti. Ovviamente qui non ci sono orchestrazioni di fiati come nell’album originale, ma è sufficiente per rendere l’idea il percorso a due tra sax e piano che rende ancor più evidente l’andamento a piccoli controbalzi ritmici tipico di alcune composizioni monkiane.
Quasi inutile commentare un album come questo, di evidente qualità stellare. Un lavoro che dimostra da un lato l’appartenenza all’aristocrazia musicale di un pianista come Barron e dall’altro la sorprendente (?) duttilità di Wilkins, oramai solida conferma nell’ambito jazzistico mondiale. Nelson rimarca di essere qualcosa di più, per quello che riguarda la sua partecipazione a questo disco, di un puro comprimario e del resto i suoi assoli parlano a sufficienza. Fantastica la componente ritmica, dove Blake e Kitagawa appaiono sempre in perfetta sintonia. La musica proposta da Barron non mostra alcuna ruga né cali di lucidità. E del resto Beyond the Place è forse uno di quei rari casi dove non ci sono appunti di sorta da rimarcare, alcun ridicolo minimologismo a cui riferirsi ma solo musica, bella goduriosa e soprattutto senza momenti morti.
Tracklist:
01. The Nearness of You (6:35)
02. Scratch (5:35)
03. Innocence (8:18)
04. Blues on Stratford Road (6:41)
05. Tragic Magic (5:36)
06. Beyond This Place (5:05)
07. Softly As in a Morning Sunrise (3:15)
08. Sunset (7:10)
09. We See (4:34)
Photo © Philippe Levy-Stab


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