R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La copertina dell’ultimo album Blue Note di Jonathan Blake, Passage, dice tutto. Il bambino dallo sguardo intenso in braccio al padre non rappresenta solo un transito generazionale ma anche il suggello di continuità per quel che riguarda una certa eredità musicale. E suggerisce anche un altro concetto, più volte ripreso lungo il decorso dell’opera. Allude al tempo che passa e all’evoluzione della musica. Sottintende il valore dei legami familiari che sembrano rappresentare, leggendo le interviste personali fatte a molti musicisti jazz contemporanei, una vera e propria ancora di salvezza. Tutto diverso da qualche decennio fa, dove alcuni jazzisti non avevano mai posseduto una casa propria, come Chet Baker, oppure ciondolavano lungo le strade cittadine in cerca del loro pusher occasionale. Ma qui siamo nella ricca mitologia del jazz. Oggi, giustamente, il musicista gode, almeno in teoria, di un maggior rispetto di sé e di una considerazione sociale diversa. E soprattutto nessuno più, almeno credo, s’infila eroina nelle vene credendo di poter suonare come Charlie Parker o come Bill Evans. Ma c’è ancora un’ultima cosa, in merito alla foto di copertina, forse la più importante. Essa racconta di un ragazzino che, crescendo, è riuscito a realizzare i propri sogni. Oggi Jonathan, figlio di John, dedica appunto questo Passage alla memoria del padre, famoso violinista jazz. Attualmente Jonathan è infatti uno dei migliori batteristi in circolazione e se foste sufficientemente curiosi potreste fare un giro qui a rileggervi la recensione di Off Topic del precedente album, il denso e bruciante Homeward Bound del 2021. Ma di Blake abbiamo parlato anche recensendo Lonnie Smith col suo Breathe (2021, vedi qui) e in occasione del disco di Oded Tzur, Isabela, (2022, lo trovate qui). In questo ultimo album Blake si presenta con i Pentad, cioè gli stessi colleghi con cui ha registrato il già citato Homeward Bound. E questi musicisti fanno parte, attualmente, della crema dei jazzisti statunitensi.

Chi segue le nostre pagine ricorderà certamente di aver letto più di qualcosa riguardo al contraltista Immanuel Wilkins, il vibrafonista Joel Ross, il pianista David Virelles e ancora il contrabbassista Dezron Douglas. Si tratta di musicisti che compaiono spesso nelle migliori formazioni di jazz contemporaneo – e sono tra l’altro tra i miei preferiti – e che anche in questa circostanza contribuiscono in prima persona alla realizzazione di questo album. Non si tratta di una musica facile nel senso più orecchiabile del termine, qui non siamo tra i prodotti di consumo né tra spazi riempiti per obblighi contrattuali. Un album come questo va ascoltato con attenzione e direi anche con il rispetto dovuto ad un lavoro molto elaborato, un ritratto affettivo di un’America colta nei suoi aspetti più intimi e vitali. Quello che sto notando, parlando di batteristi-compositori non solo come Blake ma riferendomi ad esempio a Tyshawn Sorey o a Kendrick Scott o ancora al sudafricano Asher Gamedze, è che il ruolo della batteria è in completa evoluzione e da strumento solo percussivo è assurto a vero e proprio dispensatore di sonorità in grado di interagire attivamente ma in modo discreto con gli altri musicisti, senza prevaricare ma adattandosi anche a fare il comprimario, qualora fosse necessario. L’inizio dell’album è affidato ad un breve assolo di Blake, tutto giocato sulle frequenze basse dei timpani.
Lament for Lo, questo il titolo del brano in apertura, è un breve epitaffio dedicato alla scomparsa di Lawrence “Lo” Leathers, un batterista quasi coetaneo ed amico dello stesso Blake. Il pezzo che intitola il disco, Passage, è stato composto dal padre di Jonathan, John Blake Jr e mai pubblicato fino ad ora. Un vamp iniziale di pochi accordi di piano tesi tra batteria e contrabbasso preludono all’intervento del contralto di Wilkins, dolce come un oboe, che disegna un tema melodico in cui si alternano momenti più tranquilli ad altri più nervosi. Dopo che lo stesso tema viene ripetuto un paio di volte, il sax lavora con un’improvvisazione che a tratti pare adagiarsi in momenti di quiete ma che ben presto diventa una centrifuga di fraseggi in pieno stile hard be-bop. Il ritmo cresce, l’improvvisazione diventa regina sconfinando in una parentesi decisamente free, ma Wilkins non perde il controllo e cede in un secondo tempo i riflettori al pianista cubano Virelles. Una certa frenesia ritmica sembra farla da padrone, possedendo il piano e investendolo di dissonanze. Sul finale ritorna il tema e quella dolcezza iniziale perduta. Il brano, nel suo contesto, è un po’ enigmatico e sembra ambivalentemente combattuto tra una grazia dai tocchi malinconici e un parossistico desiderio vitale. Muna & Johna’s Playtime è una traccia che Blake dedica ai suoi figli e ai loro giochi. Un accordo ripetuto di piano, con l’irruenza del contrabbasso di Douglas e i ritmi spezzettati di batteria, inducono a supporre un tema spensierato. Ma in realtà non è propriamente così. La comparsa del sax di Wilkins non si libera da una certa aura malinconica, come se l’Autore leggesse attraverso i giochi dei suoi figli quello che inevitabilmente significherà l’abbandono dell’età infantile. Infatti il sax, in questo album più morbido del solito, improvvisa qualche fraseggio coltraniano dai toni affettivi mentre sale, inaspettatamente, una voce elettronica – ricorda il moog degli anni ’70, presumibilmente suonato da Virelles – che entra in dialogo con il sax. La tensione complessiva sale, le evoluzioni di Wilkins s’incrementano fino al punto in cui tutto ritorna al tema iniziale. Ora è il turno di Ross col suo vibrafono che accentua la riflessione meditativa attraverso uno spettacolare assolo emotivamente molto partecipato. Da gustare l’interpretazione ritmica di Blake che si mette quasi a discorrere con Ross, mentre Wilkins, in secondo piano, fraseggia ripetutamente una semplice sequenza che sfuma via via con tutto il resto degli altri strumenti. Sembra quasi che Blake riveda, attraverso i suoi figli e filtrato da questo velo di lontananze, sé stesso bambino. Il piglio di Tiempos fa invece trasparire le radici cubane di Virelles, che infatti è l’autore di questo brano. Aria di nuvole in transito, profumi di mare ed impeti alternati a vaporose malinconie alla Albeniz. Questa atmosfera iniziale viene però superata progressivamente da una serie di modulazioni e cambi tonali che fungono da innesto per un’improvvisazione pianistica all’avanguardia e ricca di dissonanze, anche irrisolte. Il momento è affidato al trio di piano, batteria e contrabbasso. Incredibile come si sia passati facilmente dai momenti nostalgici iniziali a quelli avantgarde che seguono, deviando decisamente verso la sponda free. Spiazzante il brano seguente, composto sempre da Blake.

Groundhog Day ha sicuramente un titolo curioso ma la marmotta a cui il titolo allude c’entra poco. Solitamente lo slang nordamericano definisce groundhog day come uno di quei giorni noiosi e prevedibili in cui fastidiosi avvenimenti sembrano rimandare ad altri giorni analoghi. Il tema proposto inizialmente dal piano, poi ricalcato all’unisono con sax e vibrafono, è di marca chiaramente be-bop e nel suo vitalismo si presenta con colori accesi scaccia-tristezze. Il pezzo è eseguito in modo magistrale, qui siamo all’apice sia delle possibilità tecniche e dell’interpretazione contemporanea del jazz. Assolo libero di Wilkins, si sentono persino degli accordi d’organo en passant apparire fuggevolmente tra le maglie sonore. Finale più contratto, quasi rassegnato, direi, in omaggio al presunto significato del titolo. Invece Tears I Cannot Hide è del batterista Ralph Peterson ed è un brano contenuto nel suo album Raise up Off Me, pubblicato nell’anno della sua morte avvenuta nel 2021. Originariamente la traccia era cantata da Jazzmeia Horn ed era svolta in forma di ballad, grosso modo come la esegue Blake. Il linguaggio espressivo è terso, accorato, ed è la piazza ideale per il vibrafono di Ross che pur dividendo gli assoli con Wilkins e con Douglas, è il musicista che maggiormente acconcia, con la sua grazia errabonda, il tono poetico che anima l’intero brano. A Slight Taste è un breve intro di contrabbasso di Dez Douglas che anticipa la sua composizione omonima. Un funky con molto groove è l’invito del contrabbassista per un brano che presto si trasforma, grazie a Wilkins, in un approccio decisamente d’avanguardia. Riconosciamo nel suono del contralto le tipicità di Wilkins che abbandona le eventuali dolcezze mostrate qui e là lungo il decorso dei brani dell’album per evidenziare la sua naturale veemenza. Dopo il sax arriva Ross che tempesta le sue barre metalliche con continue vibrazioni percussive, fraseggiando in scioltezza. Ancora la tastiera elettronica simil-moog che regala un’atmosfera straniante, muovendosi tra la fitta rete di colpi di batteria – quasi un mitragliamento in piena regola – e le continue velature del vibrafono. Si chiude, come da prammatica, riprendendo il tema funky iniziale. Blake riottiene il pallino della composizione con il lento slow Out of Sight, Out of Mind, introdotto dal baluginare di qualche nota di vibrafono in perfetta solitudine. I potenti chiaroscuri di questo brano vengono accentuati sia dal contrabbasso che si muove lentamente in linea con la musica, sia dagli accordi delicati del piano che si sovrappongono alle meditate note di Ross. Eleganza raffinata anche nell’assolo di piano con suoni soppesati e sobri, pieni di intervalli e di spazi suggeriti. Blake segue i giochi mantenendosene lontano quel tanto che basta per non interferire sul mood che si è venuto a creare. Chiude ancora il vibrafono, ideale insieme di vibrazioni affini allo spirito del pezzo. L’ultimo brano dell’album, non è inedito. Si tratta di una composizione sempre di Blake, West Berkley st., presente nel suo doppio album Trion, uscito nel 2019, un po’ più addolcita rispetto all’edizione originale, allora mediata dal sax di Chris Potter e il contrabbasso della Linda May Han Oh. Il titolo rappresenta il nome della strada del quartiere di Germantown, a Philadelphia, dove risiedeva il padre. E in effetti, si ascoltano le voci dei messaggi vocali tra John e il figlio Johnathan. Comunque il finale è un piacevole motivo di soul-jazz, senza toni nostalgici, che chiude in chiara serenità l’intero album.
Come già detto poco sopra, la musica di Blake richiede una certa concentrazione all’ascolto ma non perché sia di difficile fruibilità, tutt’altro. I brani, infatti, subiscono un lento modellamento a cui tutti gli strumenti partecipano come per far emergere una forma da un blocco di marmo. Ed è proprio questo gioco paziente, risolutivo ed elegante, che si presta all’interesse del jazzofilo. Come smontare un giocattolo per capacitarsi del suo funzionamento. Questa attenzione analitica non deve però trarre in inganno perché Passage si può ascoltare anche con un po’ più di leggerezza, lasciandosi andare ai suoni, persino quando diventano – ma per brevi momenti – apparentemente più insondabili, talora posseduti da qualche smania free. Per il resto siamo di fronte ad una vera e propria cratofania che dimostra il livello tecnico, veramente impressionante, di tutto il quintetto.
Tracklist:
01. Lament For Lo (1:14)
02. Passage (9:38)
03. Muna & Johna’s Playtime (9:38)
04. Tiempos (6:29)
05. Groundhog Day (5:07)
06. Tears I Cannot Hide (5:21)
07. A Slight Taste (Dez Intro) (1:04)
08. A Slight Taste (8:36)
09. Out of Sight, Out of Mind (7:07)
10. West Berkley St. (4:23)
Photo © (2) Jimmy Katz




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