R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

Locarno come Palm Desert. Senza giri di parole inquadriamo subito geograficamente questo nuovo ascolto: il nostro viaggio di oggi racconta degli Houstones, un gruppo molto interessante, con base a Locarno, in Svizzera, appunto, ma che risente della contaminazione e della passione per quel filone musicale che vede a Palm Desert (California) le proprie origini. Lo chiamano “stoner rock”, il braccio lento, dal suono profondo ed evocativo, dell’heavy metal, dal quale – a dire il vero – mi sembra distante anni luce, dato l’effetto emotivo completamente differente che suscita. Gli Houstones esistono musicalmente e collettivamente parlando dal 2012 (quando ancora il loro sound era ancora genericamente ascritto all’enorme calderone dell’alt-rock) e si compongono di Saul Savarino (voce, chitarra), Joel Pfister (batteria), Maurizio Cuomo (basso) e Serena Maggini (tastiere e voce).  Nel corso degli anni la loro impronta sonora si è raffinata ed è evoluta fino a toccare il mondo dello stoner rock, ma anche quello dello shoegaze e del dream pop – oltre che molto altro, come vedremo.


Il primo LP risale al 2016, seguito da un secondo disco del 2019, frutto entrambi della collaborazione con Marco Bonanomi (già collaboratore dei Ministri, fra gli altri). Nel 2022 i ragazzi hanno dato un primo assaggio di quello che sarebbe stato il nuovo lavoro appena uscito, sfornando il bellissimo pezzo, nonché il primo singolo che vede l’utilizzo della lingua italiana,
Ittero: questo brano, su cui torneremo più tardi, è stato anche accompagnato da un interessante video, descritto come una sorta di “esperimento cinematografico”, ma arricchito da molta improvvisazione. Grazie alla collaborazione con il nostro amato Marco Fasolo – lo ricordo, per chi ancora non me ne ha sentito scrivere a sufficienza: stiamo parlando di un musicista di punta dei Jennifer Gentle (potete leggere qui) e degli I Hate My Village (qui), ma anche molto altro, ovvero eccellente produttore di progetti validissimi come Weekend Martyr (qui) e Animaux Formidables (qui) – dallo scorso 14 giugno è fuori A+C, loro terzo lavoro ufficiale (Soppressa Records, Collettivo Dotto e Entes Anomicos) e risultato del percorso evolutivo e sperimentale della loro musica: “si tratta di un disco diverso dal nostro solito, meno pesante, più ‘ballabile‘” Ha spiegato Saul Savarino (e certamente si percepisce molto bene la cura dei dettagli, rispetto ai lavori precedenti, frutto dei tempi dilatati nella realizzazione) “ma anche, paradossalmente, più compatto e più live’, piuttosto che ‘da studio’”, come ha raccontato Saul.


Aristocrush è la prima traccia che apre questo prodotto (estremamente internazionale, non credo ci fosse bisogno di dirlo) – nonché terzo singolo rilasciato – un brano che esordisce con un sound perfetto per fare da intro a un live, l’ideale se vuoi generare attesa smodata: uno strumento che pare a corda, monotona e in crescendo, poi passi forti, come di una camminata in mezzo alle pozzanghere anticipa la linea vocale femminile – cristallina e molto molto “sonica” – che si alterna al cantato maschile successivo, dal bellissimo timbro che mi ricorda certamente Dave Gahan, ma anche qualche artista d’oltreoceano che ha nutrito la mia anima musicale anni fa, per rendermi quella che sono. Questa ouverture è veramente degna di nota anche per il susseguirsi dei cambi ritmici, nonostante la linea melodica sia tenuta e costituisca una piacevole continuità. A livello lessicale si tratta di un ironico neologismo, è “una presa in giro dei capricci degli individui di una società ricca che si lamentano per delle cazzate”, così hanno raccontato gli stessi Houstones.
Segue a ruota la già citata Ittero, fresco e sognante miscuglio bilingue, nella quale i dEUS di Roses mi paiono affacciarsi a più riprese: credo proprio che i ragazzi non me ne vorranno per questo spavaldo e arrogante riferimento. E poi Holy, un bellissimo pezzo potente, ossessivo, che esordisce richiamando quasi Everlong di Grohl e soci, per proseguire con quella reiterata e anglofona esortazione “try to get it on”, che te la fa entrare in testa come un mantra. Proseguono l’ossessione e la reiterazione in Hasselhoff, brano che si fa declamazione di giustizia con quel “io l’ho sempre detto”

Con Adderall, che scopro essere un farmaco, “stimolatore cognitivo che aiuta il mantenimento della concentrazione agendo sul sistema nervoso” (stile Limitless, avete presente?) e con i suoi suoni pieni e totalizzanti, il sound stoner emerge potente e cadenzato, come la sua tradizione vuole. Lo ha apprezzato, questo sound, persino Chris Goss, produttore di spicco che si può senza problemi definire come uno dei precursori del genere (Kyuss, Queens of the Stone Age): tra i più grossi riconoscimenti ricevuti dagli Houstones figurano infatti proprio le parole di Goss, che ha speso per loro parole di stima, definendoli come “gioia, aggressività, tristezza, riflessività, humor: proprio ciò che cerco”. L’ironia, come mezzo peer esorcizzare uno stato depressivo torna anche in Big Penis, lungo brano di quasi otto minuti, suddiviso in una prima parte principale, sonoricamente impegnata e piena, che poi sfuma in un finale evocativo, lento, unplugged, e molto convincente. Chiudono il disco Squeez e Fiesta Forever: la prima una delicata nenia beat scandita dal ritmo sfuggente e dalla piacevolissima voce tagliente e delicata al contempo di Serena, seguita solo in conclusione dai bassi di Saul, che danno il via a cambi di ritmo sempre più interessanti e varianti ritmiche e melodiche sapientemente mixate. L’ultimo pezzo, Fiesta Forever, è uno psichedelico pot pourri di contaminazioni, che parte dark e new wave, per poi tramutarsi in rock a tratti orchestrale, per brillare infine con lampi di shoegaze. Mi piace considerare quest’ultimo brano l’emblema del concept di tutto l’album, se ne vogliamo trovare uno: a dispetto del titolo accattivante e felice, il testo – che anche in questo caso scivola tra lingua inglese e lingua italiana, quasi come se un cambio fonetico non ci fosse – esprime una tristezza e una depressione che desiderano essere esorcizzate dalla musica, come hanno raccontato gli stessi Houstones.

E questo desiderio prova a essere esaudito con convinzione, in questo A+C: la musica per gli Houstones è cura da sé stessi e dal disagio che il mondo ci procura. Vale la pena provare questa cura, sono certa che una dose serva a tutti noi.

Tracklist:
01. Aristocrush 
02. Ittero 
03. Holy 
04. Hasselhoff 
05. Adderall 
06. Big Penis (It seems nothing can keep us together) 
07. Squeeze 
08. Fiesta Forever


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