L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

«È come l’intelligenza, la follia, lo sai? Non si può spiegarla. Ti viene addosso, ti riempie di sé, e allora la capisci. Ma quando ti abbandona, non la capisci più»

Splendida citazione tratta dal film del 1959 Hiroshima mon amour dal quale il locale storico di Torino trae il nome e sorta di didascalia al concerto dei La Crus che dopo molti anni ricalcano questo palco facendo aprire una profonda voragine in quella che è per antonomasia la città dell’esoterismo e dell’occultismo. Da dove sgorga la voce di Giovanardi se non da un universo parallelo e inarrivabile? Possiede il dono di catturare, stringere in un nodo gordiano impossibile da sciogliere per chiunque lo stia ascoltando. Librarsi in volo quasi profetico sulle scale musicali, una zona di luce e una di tenebre, alchimia che esplode e diventa incontenibile.

Ultima data estiva del tour Proteggimi da ciò che voglio album di inediti de La Crus che torna dopo 19 anni da Infinite possibilità e si rivela come una disarmante discesa nei condotti dell’anima per abbracciarne le debolezze, baciarne le imperfezioni, toccarne le incertezze e trascinare fuori gli entusiasmi e le dolcezze emotive. Riprendersi il valore del tempo attraverso l’orologio del cuore, credere che un elettroshock possa servire a modulare la continuità monotona di un percorso stabilito dentro il quale un automa si muove come ingabbiato negli schemi «mangia, dormi, lavora, ripeti e poi crepi dentro l’inferno di un flusso di dati e di reti».

È una “pioggia di forme, di oggetti” quella che cade su un pubblico in attesa; quella che monda la mente dalla ripetizione del sangue che non si può sentire, ma che scorre aspettando un altro giorno, una corrente nuova, un altro livello del mondo. Incurante della definizione della sua forma, la pioggia cade da sempre da nuvole alte che volano e spingono emozioni e idee oltre linee di rosa confine. «Non porto tasche perché tutto mi appartiene e niente è mio», questo forse è davvero il denso senso di solitudine del vivere. Appartenenza al tutto e al nulla, di nuovo in bocca al solito amore o tra le cose perse nella dinamica della vita e del tempo.

Se è vero che i musicisti smettono quando non hanno più musica, dentro questi meravigliosi artisti, che hanno fatto delle note il loro credo, non smetteranno mai di fare vibrare i loro strumenti e accerchiare ogni tentativo di fuga da un soggiogamento e da un rapimento nel quale trascinano come in un gorgo senza chiave di salvezza. Sembra una minaccia? Forse lo è, ma è la minaccia di una devastante bellezza.

Mauro Ermanno Giovanardi (voce e armonica), Cesare Malfatti (chitarre e campioni), Chiara Castello (tastiere e cori), Marco Carusino (basso e chitarre), Leziero Rescigno (batterie) accompagnati da un ospite speciale come Tommaso Cerasuolo, sono mattatori che portano inesorabilmente alla resa di ogni ragione mentale, si raggiunge in tempo zero la sensazione di essere catapultati in una transizione cognitiva: un dilatarsi dei sensi. Un ricordo lucido, un bicchiere di vino e un fiore da chiedere prima della morte come fece Piero Ciampi.

Inarrestabile voglia di poesia fino all’ultimo brivido, bucando le sofferenze e andando oltre. Spalancando quelle finestre che si sono chiuse tra amici scomparsi, perdite e schegge di cuore taglienti come lame affilate. Non si può inventare la felicità, per i greci l’eudaimonia va tradotta con l’espressione “avere un buon Demone” ovvero essere abitati da divinità che ci riportano in qualche modo “a casa” perché l’anima è la dimora della nostra sorte come disse Democrito. Questa è la strada per attraversare ogni cosa, il guado più profondo, il cielo più azzurro. Un punto focale in noi dove appoggiare sempre il cuore, dove lasciare battere la paura, dove trarre forza e determinazione.

Tutto è Dentro me e non esiste alba abbastanza chiara e notte abbastanza scura. Realismo immaginario, delicato equilibrio di elementi buoni e cattivi, un passaggio attraverso il tempo per regalarsi totalmente al se. Un “io” a volte difficile da accettare, da guardare allo specchio, da coccolare e proteggere. Osservare alterarsi il pigmento cutaneo e non averne paura; la Discronia: vita e morte al tempo stesso, un circolo senza fine.

Appartenere a questa serata, a questo concerto, è aver vissuto un cerchio perfetto. Una ruota in equilibrio delicatissimo fra il continuo mutamento ed il mantenimento di un’identità. La morte non è l’antitesi della vita, ma ne è parte integrante, un passaggio critico, un solstizio d’inverno. Esorcizzare la Nera signora è ballarla, rovesciare le ali. Un punto di incontro che non è repressione del divenire ma metamorfosi evolutiva.

Una dissacrante Shitstorm che inevitabilmente ci cade addosso perché fa parte del fatto stesso di essere al mondo. Ciò che conta è il sapere come attraversarla, forse anche con un’altra bugia. Mentimi: dimmi che il dolore non farà più male, dimmi che la pioggia oggi non cadrà, dimmi che qualcuno fermerà la guerra, che il conto da pagare non arriverà. Ciascuno di noi ha bisogno di questa salvezza emotiva, di questo fuggire dalla realtà per trarre la forza necessaria di tornare in battaglia e oltrepassare il senso di scoramento e vulnerabilità che lo attanaglia.

Sarà anche “un’illogica allegria“, come cantava Gaber, ma esiste una profonda e spietata necessità di aggrapparsi alle prime luci del mattino, ad un piccolo bagliore. Ricordare come ci esorta a fare il brano di Morricone tema portante del film di Giuseppe Tornatore “Una pura formalità” del 1988 e ripreso con l’eleganza e l’inconfondibile timbro di Giovanardi voce unica e meravigliosa, suadente, calda e non paragonabile a nessuna. Così setosa e sensuale, quasi un vizio capitale, talmente tanto bella da mutarsi in lussuria. «Mentre guardo la notte ripiegarsi su sé, io mi sento ubriaco di tutto questo e di te»: questo estratto di Stringimi ancora direi possa essere la chiosa perfetta dell’emozione vissuta.

Ho lasciato volutamente per ultimi i due brani che hanno un effetto incontrollabile sul mio cuore. Dopo aver ascoltato per la prima volta Io confesso durante il Festival di Sanremo del 2011, un processo irrefrenabile di possederla in qualche modo per sempre ha fatto si che finisse scritta a pennellate azzurre su uno dei muri di casa: «questa frase sopra al muro no, non la cancellerò». Tra la citazione di Wilde e la provocazione di un passo ateista, sfocia un indimenticabile e irripetibile incipit orchestrale con fiati, archi e percussioni così indescrivibile da permettere solo alla mente di assuefarsene.

E Come ogni volta quando la musica s’interrompe, questa violenta e delicata scossa al tempo stesso che ha attraversato i sensi rimane e non si placa come «mille volte un’unica poesia».

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