R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il cadrage sonoro scelto dal pianista tedesco Florian Weber per questo suo ultimo, ambizioso lavoro ECM Imaginary Cycle, non ha niente a che vedere con gli ultimi riferimenti lasciateci dagli album registrati insieme a Matthieu Bordenave – vedi qui – e Ralph Alessi – leggi anche qui. Nella recensione dell’album dello stesso Bordenave, avevo definito Weber, senza mezze misure, “…tra i pianisti migliori che abbia mai ascoltato, in termini di capacità d’esecuzione estemporanea e per modernità di suono”. Non solo ribadisco la mia opinione ma prendo atto che la struttura sfaccettata delle sue attuali composizioni e il limite ancora più sfumato tra scrittura e improvvisazione –  che lo stesso Weber chiama con un’azzeccata sincrasia comprovvisazione – lo trasportano, in questo contesto, in altro luogo rispetto al jazz audace e contemporaneo a cui eravamo finora abituati. Nelle dinamiche aperte e misteriose di Ciclo Immaginario, Weber si avvicina ad una lettura bifronte della sua musica, riferendosi da un lato ad una tradizione madrigalistica polifonica che parte ad esempio da musicisti tra il ‘500 e il ‘600 come Monteverdi e Gesualdo da Venosa, per arrivare dall’altro capo ad un camerismo contemporaneo dove il suo pianoforte e la nutrita compagine di ottoni s’incontrano in un clima austero, non privo di crepuscolari introversioni.

L’album si presenta innanzitutto con una notevole componente di fiati ad affiancare il suo pianoforte. Una formazione di tromboni tutta al femminile (Lisa Stick, Sonja Beeh, Victoria Rose Davey, Maxine Troglauer) più il quartetto Opus 33 (Corentin Morvan, Jean Daufresne, Patrick Wibar, Vianney Desplantes) interamente composto da eufonii –  l’eufonio è uno strumento a fiato che corrisponde al flicorno basso o a una tuba tenore – a cui s’aggiunge il flauto di Anna-Lena Schnabel e l’ormai iconico serpentone di Michel Godard. Poi l’intero lavoro viene suddiviso in quattro parti fondamentali costituite da tre Opening, quattro Word, quattro Sacrifice e infine altri quattro Blessing, il tutto annunciato da un Preludio e concluso con l’Epilogo finale. Questi termini rendono, nella loro totalità d’insieme, l’idea di una funzione sacra, una Messa in grado di raccogliere le fasi di coinvolgimento della coscienza dell’ascoltatore, senza però riferimenti religiosi precisi. Interessante è apprendere le condizioni in cui, secondo quanto racconta lo stesso Autore, sia nato questo ultimo album. A quanto pare l’attiva collaborazione suggerita da Manfred Eicher sotto forma d’intervento dialogico ha facilitato lo scambio di idee tra artista e produttore, conducendo entrambi alle soluzioni migliori per la realizzazione dell’opera. Focalizzando l’attenzione sulla musica cinque-seicentesca, non possono che tornare alla mente anche quei dipinti naturalisti d’ispirazione campestre e pastorale come quelli di Poussain, Giorgione, Pietro da Cortona ecc… il cui ricordo sembra abbiano pure influenzato il clima compositivo. Ma la partecipazione di momenti musicali del nostro tempo, l’emergere di una contemporaneità che sembra farsi strada in modo spontaneo all’interno di una collaudata polifonia d’ispirazione antica e spesso liturgica, orientano Imaginary Cycle verso un’opera fuori schema, inclassificabile secondo le usuali griglie interpretative. La capacità di scrittura, notevole per poter strutturare tali polifonie, può mescolarsi all’improvvisazione con passo morbido ed elegante. Intere sezioni di fiati sembrano a volte deviare verso territori inattesi, in un continuo fluire che si mantiene tuttavia lontano da vacui sperimentalismi. Ma la domanda è: a che tipologia di appassionati si può rivolgere un album come questo? Potrà uscire dalle maglie raffinate ed esclusive dello stigma ECM per rivolgersi ad un pubblico più ampio? Dato l’elevato numero di brani – diciassette – che occupano il CD o le facciate di due Lp dell’edizione vinilica, ritengo questa volta utile un’analisi più elastica relativa ai quattro blocchi di tracce, meno dispersiva e più generalizzata rispetto alla lente d’ingrandimento posta su ogni brano come d’abitudine.

Primo pezzo in sequenza è il Prelude in tonalità minore. Il primo approccio alla tastiera si sviluppa con cautela e circospezione, ricorda quasi un modello come quello di Tigram Hamasyan ma ciò che sembra superficialmente una costruzione modale si dispone poi in cambi tonali susseguenti e in progressivo crescendo. Grappoli di note finiscono poi in un arpeggio fluido su cui intervengono gli ottoni posti in secondo piano, con una certa solennità. Il brano si allunga in quel vago confine psicologico che talvolta separa tra loro i ricordi, vive di un intenso lirismo, sfrangiandosi in un caleidoscopio di colori con tendenza all’escapismo centrifugo. Da questo Preludio passiamo alle tre parti di Opening. Ancora il piano occupa una scansione importante con il bellissimo tema del movimento che evoca fragranze d’Altrove, condotto con poche note inglobate in accordi essenziali. A metà percorso entrano gli ottoni da molto lontano senza peraltro, dapprima, mettersi dialetticamente in contatto col piano. Solo con il II° movimento i fiati entrano in relazione contrappuntistica con lo strumento di Weber, riempiendo soprattutto le frequenze medio-basse dello spettro sonoro. Poi gli ottoni proseguono da soli inseguendo diverse linee melodiche armonizzandosi tra loro in senso polifonico, fino ad assumere un assetto decisamente drammatico, alleggerito solo dalle note del flauto. Nel III° movimento ritorniamo ad ascoltare l’andamento erratico del piano in perfetta solitudine in uno stile che ricorda Scriabin.

L’inizio di Word si annuncia con la voce insinuante e panica del flauto solo, una modulazione che sembra provenire quasi da un fondale fiabesco e che si dilata riflettendosi nella propria eco. Il II° movimento di Word è un aggraziato madrigale portato fondamentalmente dai fiati che sfocia poi in un crescendo romantico, rifinito dal pianoforte. Sospeso tra barocco, ibridazioni novecentesche e accenni di tardo romanticismo, questo brano si stacca notevolmente dal seguente III°. Infatti in quest’ultimo ci si affaccia quasi al rumorismo contemporaneo. Chiamiamolo, comunque, momento libero, tanto per dargli una collocazione più autorevole. Fortunatamente ci pensa il IV° movimento a rimettere a posto le cose. Dopo un rarefatto e spiritato inizio di solo pianoforte, crescono gli ottoni unendosi in una sorta di bordone su cui Weber arpeggia con passaggi insistiti. Il brontolio dei fiati è quasi minaccioso ma è il piano che si anima con una serie di passaggi che sembrano giocosi, prima di inglobarsi nel gorgo sonoro dei tromboni & C. Si entra nei quattro brani di Sacrifice. Il movimento mi ricorda certe dissonanze guidate e ingenuamente misteriose alla Nino Rota. Un assolo di eufonio, almeno credo, si prende tutto lo spazio disponibile prima di ritornare in dialogo col piano. L’atmosfera metafisica si alza con un insieme di ottoni che rianimano il clima madrigalesco precedentemente attraversato e che potrebbero timbricamente ricordare i registri di un organo chiesastico. Nel II° il tono sacrale iniziale viene stemperato da alcune note valzerine di piano e da qualche partecipazione di flauto. Fiati e piano si compenetrano intimamente come in una serie di matrioske strumentali ma si fatica a seguire un filo conduttore. Molto bello il flauto che dalla seconda metà in poi pulisce l’aria sopra il crescendo orchestrale. Ancora elementi interlocutori si ascoltano nel dialogo attivo tra il piano rarefatto e fiati nel III° movimento dove, volendo stare al gioco, si possono anche percepire frammenti occasionali di blues e di standard jazz – Body and Soul? Il IV° e ultimo movimento di Sacrifice, si affida alla spazialità armonica del piano, mirabilmente suonato da Weber, alla ricerca di estatiche risoluzioni armoniche attraverso un colorato calembour di suoni. Sottilmente presente, quasi fosse un brusio, un lontano bordone di fiati. Quando tace il piano si libera nell’aria il canto celestiale del flauto, delicato come un colibrì. Più aggressivo verso il finale, quando si sovrappone al piano in una chiusura luminosa di suoni cristallini. Blessing è un botta e risposta tra flauto e Serpentone, quasi uno scherzo. Il II° si iscrive tra le pagine di un randagismo pianistico, in gran parte improvvisato, che segue però un bel tema ombroso dove Weber ha modo di sottolineare il suo modo moderno di affrontare l’armonia, tenendo sotto controllo le divagazioni tonali e dando corpo a un sonorità spoglia ma essenziale. Il III° movimento presenta una breve introduzione di piano seguita dall’insieme degli ottoni. La tastiera suona evanescente, poi la tensione pare incrementarsi ma è solo un momentaneo passaggio verso il IV°. Ancora pianoforte in solitudine che s’arricchisce di fraseggi veloci per andare incontro al jazz, finora solo idealmente sfiorato. Il poderoso accompagnamento con la mano sinistra insiste su un ostinato di bassi mentre la mano destra corre veloce e sfrontata al limite della tastiera. L’Epilogue si dondola ancora una volta in un dialogo tra fiati e pianoforte e si conclude semplicemente, senza altri dettagli aggiuntivi a ciò che è stato già abbondantemente raccontato.

Alla fine di questo album resta un nodo di sentimenti contrastanti, dettati dalle numerose ibridazioni tra classico e moderno. Sicuramente, come avevo accennato all’inizio della recensione, questo Imaginary Cycle è un lavoro ambizioso. Il cerchio si disegna tra la polifonia seicentesca e parte della musica cameristica contemporanea e non è certo un percorso facile, anche se dubito che Weber fosse intenzionato a chiudere questa circonferenza. Già la scelta della strumentazione è coraggiosa e forse, come lo stesso Autore riferisce, l’influenza di Garbarek con il suo Officium del1994 è avvertita almeno sostanzialmente, se pur non formalmente. Che siano queste le prime declinazioni di una nuova musica europea di là da venire?

Tracklist:
01. Prelude (3:41)
02. Opening I (3:10)
03. Opening II (5:49)
04. Opening III (2:02)
05. Word I (2:48)
06. Word II (3:45)
07. Word III (3:33)
08. Word IV (4:49)
09. Sacrifice I (5:41)
10. Sacrifice II (6:01)
11. Sacrifice III (3:09)
12. Sacrifice IV (5:36)
13. Blessing I (1:58)
14. Blessing II (3:21)
15. Blessing III (3:22)
16. Blessing IV (3:31)
17. Epilogue (2:06)

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