R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Quasi una pinacoteca sonora, questo raffinato lavoro d’esordio del trentenne contrabbassista Alessio Zoratto. L’idea di scrivere musica sotto l’ispirazione dell’arte figurativa – nell’occasione si tratta di opere novecentesche di autori iconici che hanno fatto la storia della pittura del XX° secolo – ha un precedente illustre che ci rimanda un po’ indietro nel tempo e precisamente nel 1874. In quell’anno il compositore russo Modest Petrovic Musorgskij visitò all’Accademia di San Pietroburgo la mostra di dipinti dell’amico Viktor Aleksandrovic Hartmann, rimanendone a tal punto colpito che poche settimane dopo terminò la sua opera più famosa, la celeberrima Quadri d’un Esposizione, pubblicata postuma nel 1886. Del resto il rapporto tra materia musicale e immagine è quanto di più immediato ci possa essere, avendo entrambe queste espressioni trovato da sempre un emozionante piano di scambio reciproco sia nelle opere teatrali che in quelle cinematografiche, da Mozart alle moderne colonne sonore. Ma nel caso di Zoratto, tanto per non cadere in equivoci, non si tratta di descrittivismo, bensì di una vera e propria esperienza estetica, un legame molecolare che lega la sensibilità di un musicista autentico e profondo come il contrabbassista friulano, forte anche dei suoi studi nel campo dell’arte figurativa, con il linguaggio della pittura.

La classica aporia di chi è arrivato prima, se l’uovo o la gallina, si può qui risolvere ammettendo che i dipinti neolitici rupestri e i suoni tribali percussivi siano forse nati insieme per motivi rituali, religiosi o di semplice – perché no? – espressione intensa di comunicazione. Ognuno di questi dieci brani presenti nell’album di Zoratto, Canvas Melodies – bel titolo, tra l’altro – è stato poi visualmente ripercorso con l’aiuto della I.A. ad opera dell’artista Giacomo Urban che ha realizzato, combinando le sollecitazioni musicali con l’accenno ad alcune delle opere pittoriche ispiratrici dello stesso Zoratto, altrettante nuove immagini reperibili all’interno del libretto del Cd o nella stessa confezione dell’Lp. L’Autore, già allievo del pianista Glauco Venier e del polistrumentista Alfonso Deidda, viene supportato dalla partecipazione del chitarrista francese Manu Codjia, dal vibrafonista Giovanni Perin, dal batterista lussemburgese Paul Wiltgen e con l’ospitata ai fiati del grande Javier Girotto – puoi leggere qui e anche qui. La musica si sospende tra sonorità contemporanee, sempre tonali e gradevoli, con parecchie – ma non preponderanti – influenze rock e comunque con un’impronta di base riferita ad un jazz moderno più orientato verso orizzonti fusion, mantenendo un suono magnetico alimentato da sotterranee simbologie connesse con le correnti pittoriche del novecento – simbolismo, surrealismo, astrattismo, dadaismo, cubismo – che hanno caratterizzato la forma e il senso di quel momento storico-artistico. Il comune denominatore di Canvas Melodies è centrato su una libertà espressiva che punta ad un variegato impasto percettivo, ben equilibrato e senza eccessivi clamori sonori ma che offre una panoramica visione sinestesica in cui udito e vista si compenetrano l’uno nell’altro senza sforzo. Certo, se dovessimo fare un paragone sull’asse dello sperimentalismo, bisognerebbe prendere atto che artisti come Duchamp, Kandinsky, Schiele, Matisse, Dalì, Picasso, Magritte, Man Ray, Fontana (Franco) e Basquiat, tanto per citare i più importanti tra quelli che hanno colpito l’immaginazione di Zoratto, avevano realmente superato l’argine della convenzionalità, allargando i confini delle arti figurative fin oltre il limite della stessa tela dipinta o della pellicola fotografica. Il contrabbassista di Udine, invece, si mantiene prudentemente al di qua del guado – non dimentichiamo però che il suo è un esordio discografico – metabolizzando e traducendo quei Maestri tanto ammirati in un tributo musicale misurato da una scorrevole agilità strumentale, piena di interessanti reticoli strutturali e nel contempo priva di scontati passaggi armonici. Il contrabbasso, lungi dal mettersi in mostra in evidente primo piano, appare come lo strumento ideale in grado di far risaltare la personalità degli altri strumentisti, coadiuvato dal secondo perno ritmico dell’album, cioè la batteria di Wiltgen.
Il primo brano, Landscape, emerge facendosi largo tra qualche nota di chitarra e il flauto andino di Girotto. L’attacco netto, arpeggiato da Codija e stigmatizzato dalla coppia ritmica Zoratto-Wiltgen, prelude all’esposizione del tema a cui fa seguito un lirico e focoso assolo di Girotto al soprano, sostenuto dal suono distorto della chitarra. Un parziale rallentamento e il conseguente diradarsi della trama musicale lascia campo aperto al vibrafono che s’inserisce nel tessuto musicale con una presenza ben leggibile e con uno dei pochi interventi all’insegna del be-bop dell’intero album. Creative Dance dimostra un’iniziale pulsione energetica modale, seguita a tratti da un sincrono tra vibrafono e una chitarra nervosa. Il brano spinge sul ritmo e sulla potenza ritmica, con un dialogo serrato tra Perin e Codija. Dopo un iniziale assolo chitarristico ne compare un secondo da parte di Perin al vibrafono, a cui ne fa seguito un terzo dell’Autore che si lancia con piglio autorevole sulle corde del contrabbasso, anticipando il ritorno dialogico di chitarra e vibrafono. Il brano è turbinoso, sfavillante, molto materico. For Guernica non lascia dubbi, facendo riferimento al famoso e drammatico dipinto di Picasso. I toni s’anneriscono e diventano plumbei, mentre il contrabbasso pare aggirarsi tra le macerie della città basca, con la chitarra che geme e fischia imitando le sirene d’allarme e forse anche la caduta delle bombe. Il tema prende un andamento quasi innodico e la tensione drammatica esprime la contemplazione dolorosa degli effetti della distruzione. What is This For You è una classica domanda che spesso ci accomuna di fronte ai dipinti astratti. La progressiva dissoluzione della forma del primo novecento – in realtà iniziata tempo prima già con l’Impressionismo – ha proceduto di pari passo con la destrutturazione della Materia e l’avvento del relativismo spazio-temporale che comparve insieme alla nuova fisica dei quanti. Tutto questo si è riflesso dapprima con la contemporaneità della visione oggettuale del Cubismo e poi, pian piano ma ineluttabilmente, con la considerazione che la Forma non poteva più essere l’aspetto finalizzato della Sostanza, così come raccontava l’eredità aristotelica. Comunque, What is This For You è tra i brani migliori in assoluto dell’album. Un iniziale preludio discorsivo tra contrabbasso e chitarra elettrica introduce uno schema a trio, dove la batteria s’intrufola tra i due strumenti a corde. Un lungo assolo rarefatto dell’Autore viene contrappuntato dagli accordi di Codija per poi assistere ad un proficuo scambio di ruoli tra i due strumentisti. Il brano è efficace nella sua asciuttezza, pragmatico e vitalistico quanto basta.

In Dreamin’ a Dream il trio diventa quartetto quando, nel mezzo delle progressioni discendenti innescate dalla chitarra, interviene il vibrafono mescolandosi all’intenso percorso ritmico a sostegno della traccia. Interessanti i momenti in assolo di contrabbasso e di chitarra che sembrano in qualche modo essere la continuazione ideale del pezzo precedente. Si va a terminare riproponendo la progressione ascoltata inizialmente. Two Lovers si materializza con la seducente comparsa del sax soprano di Girotto in un brano estremamente vellutato che pare quasi dondolarsi nell’aria, in quell’attenzione delicata che gli amanti evocati dal titolo sembrano dedicarsi reciprocamente. Il contrabbasso è un battito cardiaco lontano dall’eccitazione, siamo al di là della passione, nei territori di tenerezza crepuscolare dove respiri e confidenze diventano la quintessenza di una relazione amorosa. Grande prova del sax ma da sottolineare l’accompagnamento sobrio, quasi austero, in cui si nota l’assenza della chitarra. Ma questo strumento ritorna preponderante in Drippin’ Memories, brano che resta in un clima moderato e contenuto nelle dinamiche, proponendosi in una qualche somiglianza con quel modo distaccato ed elegante di approcciare la chitarra secondo lo stile di Pat Metheny. Siamo in modalità fusion, quindi, in formazione triadica per metà della lunghezza del brano così com’è stato in What is This For You ma non c’è alcuna frenesia nella conduzione strumentale. Ci sono invece due begli assoli di contrabbasso e chitarra prima che la comparsa del vibrafono ristabilisca la stabilità della struttura a quattro. La batteria emerge in numerosi stacchi perentori verso la parte finale, non veri e propri assoli ma appunti ritmici che iniettano energia a sigillo del brano stesso. Basquiat, pittore statunitense morto nemmeno trentenne ed innovativo esponente del graffitismo, viene qui celebrato con un riff circolare e reiterato di vibrafono, dalle influenze latineggianti, forse a ricordare in parte le origini portoricane dell’artista. Uno stacco improvviso e propulsivo gestito dal contrabbasso e dal supporto della batteria, accompagnano l’assolo di Perin tra prolungati e stirati accordi di chitarra. Segue un secondo assolo, questa volta ad opera di Codija, che si muove tra moderate distorsioni e picchi di sonorità difformi – veramente un’ottima prova, questa del chitarrista francese. E poi arriva This is Not Jazz. Questo brano mi fa venire alla mente – ma la mia è solo un’osservazione personale – il famoso dipinto di Magritte, Ceci n’est pas une pipe del 1929. Qualche anno prima, il semiotico Peirce rielaborò un’antica osservazione della filosofia stoica nel suo saggio La logica delle relazioni, ribadendo la distinzione tra significante, significato concettuale e referente. Magritte, dipingendo una pipa ma avvertendo con una scritta sottostante che in realtà quella non era l’oggetto ma solo la sua immagine, ribadiva il pensiero e la riflessione dello stesso Peirce. Per un motivo analogo l’affermazione magrittiana potrebbe benissimo appartenere a Zoratto, interrogando idealmente l’ascoltatore sulla natura della musica che sta ascoltando. Jazz? Fusion? Jazz-Rock o cos’altro? Il titolo è quindi provocatorio, evoca una domanda pleonastica e a conti fatti perfettamente inutile. Il brano è una corda tesa in perfetto stile jazz-fusion dove la bravura del chitarrista lo spinge sulle orme di Scofield e Abercrombie. Tace il contrabbasso per lunghi momenti lasciando il pallino del gioco alla diade Codija-Wiltgen ma quando rientra Zoratto si ristabilisce la centralità del trio. Gran pezzo di bravura di questi tre musicisti in una traccia che consiglierei di memorizzare nelle playlist personali. Ma la tensione non molla e continua nell’ultimo brano Dada, forse il tratto più coraggioso, piuttosto rabbioso e dissonante. Il gap su base innovativa tra i pittori ammirati da Zoratto e il proprio gruppo tende qui a minimizzarsi proprio tra queste ultime note dove i musicisti provano ad osare di più.
Non possiamo certo affermare che Canvas Melodies sia avaro di tensioni dinamiche e stilistiche e in questo carattere è sicuramente allineato alle trasformazioni psicologiche e filosofiche che hanno riguardato la storia dell’Arte del ventesimo secolo. Piuttosto è interessante l’ipotesi di lavoro di Zoratto che mi sembra di capire voglia dirigersi, almeno in questa circostanza, verso un’anticonvenzionale visione globale, almeno dal punto di vista concettuale, che fonda arte figurativa e musicale quasi in un unico flusso ideale. Una sorta di museo immaginario, se mi si passa l’analogia, dove la pittura possa prendere vita con i suoni, le note e le vibrazioni ad essa dedicate.
Tracklist:
01. Landscape (06:18)
02. Creative Dance (05:01)
03. For Guernica (04:24)
04. What Is This For You (06:14)
05. Dreamin’ A Dream (04:52)
06. Two Lovers (06:31)
07. Drippin’ Memories (06:16)
08. Basquiat (04:13)
09. This Is Not Jazz (05:20)
10. Dada (02:21)
Photo © Luca A. d’Agostino/Phocus Agency 2024






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