R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’orecchio ben temperato del cinquantaseienne pianista romano Francesco Venerucci – Off Topic ha recensito anche il suo lavoro precedente, Tramas, leggi qui – si è affinato nel tempo non solo attraverso i canonici, regolari studi accademici ma anche per mezzo di una policromia di interessi nell’ambito della composizione classica, dell’opera lirica, delle colonne sonore e soprattutto in quello che più interessa in questo caso specifico, nel perimetro del jazz entro cui Venerucci è approdato piuttosto tardivamente attorno ai quarant’anni. Tutta l’esperienza acquisita sul campo ha portato il musicista romano ad essere un pianista d’impostazione melodica, definizione che sulla carta suona un po’ sbiadita date le numerose tensioni moderniste che animano la sempre ribollente scena jazz italiana e internazionale, ma che ne tratteggia similmente la profonda identità artistica. Venerucci si esprime attraverso una tecnica pulita e precisa, con accordi leggibili, senza abuso di cluster e restando ancorato ad un sistema tonale che fa della sua musica un piacevole habitat dentro cui lasciarsi andare alla nitida compostezza e delicatezza del suo messaggio sonoro. Non vorrei creare però dei malintesi a questo riguardo. Infatti, se è pur vero che in questo ultimo album Indian Summer – il quarto, dopo i primi tre, due dei quali registrati con il sassofonista Dave Liebman tra il 2017 e il 2019 – non sono presenti eccessive esuberanze, è altrettanto evidente che nemmeno si riscontrano episodi di stucchevole malinconia.

Da un certo punto di vista trovo che il pianismo ordinato di Venerucci, in cui si avverte l’impronta della musica classica europea, comunque mai invasiva, abbia qualche sintonia con quello di Enrico Pieranunzi, soprattutto quando quest’ultimo si allontana da quell’hard bop che è comunque spesso nelle sue corde ma meno in quelle di Venerucci. Uno tra i riferimenti principali, valido ad ogni modo per entrambi, è quello del sobrio jazz-classico che appartiene allo stile di Bill Evans, colto, terso e fondamentalmente anche romantico, sebbene quest’ultimo termine, spesso inflazionato, andrebbe soppesato in questi casi con una certa oculatezza. Il concetto d’innovazione, quindi, non è la pietra angolare dell’arte di Venerucci, è bensì qualcosa da manipolare con attenzione, dato il legame sincero che unisce questo Autore con il melodismo e che lo tiene lontano dalle ardite sintassi di molti jazzisti contemporanei. Indian Summer è un lavoro rasserenante, improntato alla stabilità e all’essenzialità del quartetto. Ma contrariamente a ciò che questo titolo pare suggerire, siamo di fronte ad un album tutt’altro che effimero, inoltre senza intrusioni rumoriste né narcisistiche bizzarrie armoniche. Il tono generale di questo ultimo lavoro possiede comunque le buone credenziali dei musicisti che vi collaborano, a partire dai fiati di Javier Girotto – vedi qui, qui e ancora qui – con il contrabbasso di Jacopo Ferrazza, che mi aveva molto ben impressionato nel suo lavoro del 2022, Fantàsia – leggi qui – e la batteria dell’eccellente Ettore Fioravanti. I dieci brani qui presenti sono tutte composizioni di Venerucci nei quali si coglie l’interpretazione spontanea e lineare, spesso arricchita da una melodica cantabilità. Non c’è ostentazione ma si raggiunge l’equilibrio – mai scontato – tra la costruzione di una forma e la necessità dell’improvvisazione che è l’anima significativa della musica jazz. Inoltre non sono presenti né cover né tanto meno quei soliti tributi che attualmente imperversano nel jazz contemporaneo e che si ritrovano, ormai quasi abitudinariamente, in molte delle nuove uscite discografiche. Vi sono invece influenze latine, ballad, qualche momento di maggior coinvolgimento ritmico nei quali emergono brillanti groove dai toni elegantemente funky.
Si parte con I Funamboli, un ¾ in cui le note iniziali di piano sembrano descrivere il volteggiare di un’acrobata. Come raccontato nelle note stampa dello stesso Autore, il brano s’ispira a un film di Marcel Carnè, Les Enfants du Paradis del 1945. L’entrée della band si palesa con un incedere delicato, così come il soprano di Girotto. Ferrazza s’impone con un sintetico assolo di contrabbasso, appoggiato sul morbido cuscino dell’accompagnamento percussivo. Venerucci lavora di fino sulla tastiera ma senza disposizione a perdersi, anzi con un’improvvisazione che appare molto controllata. Girotto invece smbra più libero e meno formale, in un assolo che precede la riproposizione collettiva del tema. Sintomatico rilevare come questi ritmi in forma di valzer, dall’aria un po’ scanzonata e fanciullesca, siano spesso anche scelti da Pieranunzi nei suoi album, a rinforzo della somiglianza a cui si accennava precedentemente. Il Tempo Stinge è un meraviglioso titolo la cui traccia è una prelibatezza timbrica che s’annuncia musicalmente con una rullata di Fioravanti e un sincrono su singole note ripetute tra sax baritono e piano. Molto più sciolto, questa volta, l’assolo di Venerucci, melodico e nitido di elementi essenziali. Il brano ha un’insolita cadenza, sembra a tratti un r&b velato di soul ma rivisto in chiave jazz, consolidato dall’arcigno apporto del baritono di Girotto. El Chiquirino è un graziosissimo brano che, come spiega lo stesso Autore, porta un titolo che non significa nulla di per sé ma che personalmente, dal punto di vista delle assonanze, mi evoca qualcosa di piccolo e in perenne movimento, forse un animaletto curioso. Il sax soprano è dominante ed evoca un disegno tutto angoli e mutamenti direzionali, ben sorretto da una ritmica frammentata e dagli accordi pieni e melodici di pianoforte. Il tema portante viene spesso ripetuto ed intervallato da raggianti fraseggi improvvisati da Girotto.

Just a Ballad si qualifica da sola e qui si entra senz’altro in un territorio molto congeniale sia a Venerucci che allo stesso Girotto. Il brano nasce dal promettente incedere crepuscolare che prende l’abbrivio da un accordo pianistico di Si bemolle con la settima maggiore, probabilmente in rivolto, uno di quei punti di partenza che da soli innescano un mondo di possibilità. E infatti la coppia Venerucci-Girotto sfrutta tutte le potenzialità melodiche che si parano loro dinnanzi. La sensualità del baritono gioca su qualche evocazione citazionista, nel suo lungo assolo si possono cogliere frammenti di Mona Lisa (Evans-Livingston-1950) e di Roma Nun fa la Stupida Stasera (Trovajoli-Garinei-Giovannini, 1962). Il dialogo tranquillo tra pianoforte e sax ha qualcosa di realmente discorsivo, come un pacato scambio di impressioni o un reciproco, indolente raccontarsi. A ribadire le influenze latine presenti in questo album partecipa anche Piccadilly Circus che si muove ritmicamente ondeggiando su una bossa-nova. Il brano ha in sé la capacità di smussare ogni angolo possibile, con Girotto che torna al soprano. Se volete poi farvi un’idea della pulizia di suono di Venerucci, prestate attenzione al suo assolo, a seguito di un intermezzo di Ferrazza al contrabbasso e poi ad un altro del morbidissimo sax. Le note del fraseggio pianistico si susseguono armoniose, luminose, ben interpretabili. Una piccola lezione su come costruire una pura narrazione melodica. Il pezzo che segue, Le Stagioni, pone inizialmente alla ribalta la componente classica dell’Autore che si esprime con un canto strumentale in progressione. Poi, però, il brano stesso vira verso una struttura improvvisata in cui sax e pianoforte s’impegnano nelle loro fantasie estemporanee amalgamandosi con la tematica di fondo. Un buon esempio di come miscelare le due impronte principali della musica di Venerucci, cioè quella derivativa più classica e una seconda più contemporanea, per ottenere infine un jazz venato di soul-pop. Dream riprende i connotati della forma a ballad con temi estremamente melodici e orecchiabili, quasi mascherati sotto le vesti apparenti di una simil-canzone. Sarà il celestiale apporto del soprano di Girotto ad immettere in questo brano una corrente più jazzy, seguito dal pianoforte, come sempre assai elegante nel suo assolo eseguito con calma ed introspezione. La title-track Indian Summer sembra nascondere nell’introduzione – a volte il paradosso(!) – qualche traccia di jazz nordico, soprattutto con quelle note di contrabbasso ritmicamente ribattute, forse una precognizione imminente dell’inverno in arrivo, nonostante la breve parentesi di S.Martino. Il soprano di Girotto s’impegna in un percorso malinconico, dialogante alla distanza con il pianoforte. La serie di saliscendi timbrici e dinamici del sax preludono all’assolo di Venerucci, con Girotto che lo contrappunta tratteggiando pennellate a larga campitura ed un finale più accelerato quasi in forma di tango. Girotondo risalta un po’ insolitamente dopo la sequenza dei brani appena scorsi. Con un movimento identificabile quasi in latin-funk appare tra i brani più contemporanei dell’album, soprattutto per l’esuberante baritono di Girotto che consuma fiato con una voracità a volte quasi fanciullesca. Ma anche l’assolo di pianoforte sembra abbandonare per un momento il suo rigore formale, mentre Fioravanti porta in chiusura il brano con una serie di rullate vitaminiche prima dell’improvviso e inaspettato arresto del pezzo stesso. L’ultimo brano, Lament Song, contiene una citazione svelata dallo stesso Autore nelle note stampa di un’aria di Henry Purcell dal Didone ed Enea. Girotto passa dal flauto andino, che inizialmente si rapporta al pianoforte attraverso una melodia a metà tra Morricone e ricordi etnici, al sax soprano dopo che Venerucci ha impostato il suo assolo, cristallino e luminoso come sempre. Il brano è molto solido e strutturato con anche la presenza di una tastiera elettronica in sottofondo a riempire lo spazio sonoro.
Tra momenti più assorti e parentesi brillanti, la musica di Venerucci & C. dimostra una buona esperienza d’insieme e mi riferisco non solo all’interplay tra musicisti ma soprattutto alla capacità integrativa di varie influenze culturali, in primis la musica classica con le multiformi istanze del jazz, connubio sempre piuttosto difficile da sostenere onde evitare indigeste marmellate sonore. L’Autore ha comunque scelto la strada più giusta, quella della pulizia nel tocco e nei fraseggi – promossa da una tecnica raffinata – aggiungendo una chiarezza quasi disarmante nel proporre assoli ed interventi, ben distribuiti nei tempi e nelle parti. Naturalmente non si può non segnalare la compattezza del gruppo, con una particolare menzione che riserverei a Javier Girotto e al suo convincente eclettismo strumentale.
Tracklist:
01. I Funamboli (6:15)
02. Il Tempo Stinge (3:46)
03. El Chiquirino (4:29)
04. Just A Ballad (6:09)
05. Piccadilly Circus (6:31)
06. Le Stagioni (6:46)
07. Dream (5:00)
08. Indian Summer (5:03)
09. Girotondo (4:51)
10. Lament Song (5:51)




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