I N T E R V I S T A


Articolo di Arianna Mancini

Siamo in compagnia dei fratelli Winstons: Enro Winston (Enrico Gabrielli), Linnon Winston (Lino Gitto) e Rob Winston (Roberto Dell’Era). Questi tre musicisti straordinari, uniti in amicizia e fratellanza musicale, sono in tour per presentare il loro terzo album che s’intitola ‘Third’ (qui la recensione). Abbiamo colto l’occasione al volo e li abbiamo incontrati al Locomotiv Club di Bologna poco prima del loro concerto, per cercare di carpire l’anima di questo nuovo lavoro. Un disco che, per certi aspetti, si spinge oltre la loro comfort zone (ma considerate bene che parlare di comfort zone con loro è sempre relativo, il loro sound abituale è davvero sui generis) sperimentando un nuovo approccio creativo. In questa intervista Enro, Linnon e Rob ci accompagnano dietro le quinte di Third, si raccontano senza filtri: dalla genesi fino ai dettagli che creano e sono parte del tutto.

Qual è stata la scintilla che ha dato il La per iniziare a lavorare ad un nuovo album?
Rob Winston (basso elettrico, chitarra, voce): Fare il terzo disco, no? Tu ti ricordi qualcosa? (Ndr. Sorride e guarda Lino)
Linnon Winston: (batteria, piano, voce): Sì… fare un nuovo disco!
Rob Winston: In realtà noi non ci fermiamo mai. Dall’inizio della pandemia abbiamo cominciato a lavorare con Carlo Giardina, al Bach Studio di Milano, quello di Toto Cutugno, che dall’anno scorso non è più con noi. Abbiamo stabilito campo base lì per fare un lavoro di sonorizzazione di quadri di Giordano Floreancing, pittore friulano, anarchico, pazzo. Ci ha chiesto di fare una prima nazionale dove tu, avvicinandoti ai quadri, potessi sentire un tema musicale. È stata un’esperienza fighissima perché non devi scrivere neanche in forma canzone. Ogni quadro deve seguire un’ispirazione. Del tipo, lui ci ha detto: “Questo quadro deve suonare tipo Berlino 1932, con un’atmosfera un po’ tedesca; quest’altro invece lo facciamo funk, e l’altro lo facciamo come ci viene…

…L’improvvisazione, pane per i vostri denti!
Rob Winston: Esatto! Infatti lì la situazione è stata incredibilmente prolifica, invece quando devi fare canzoni che vanno nel disco, è un’altra roba. Da quell’esperienza ci siamo affezionati a vicenda e abbiamo trascorso lì tante nottate a buttare giù idee. Lui ci diceva di andare di notte perché c’erano dei buchi di tempo. Siamo andati avanti così ad oltranza, e poi siamo arrivati ad un punto in cui avevamo accumulato tanto materiale. C’era anche una session del disco precedente, Vinegar Way, che è uno dei due pezzi molto lunghi, realizzato a Londra da Luke Oldfield che è il figlio di Mike Oldfield. Il papà si è separato e adesso abita alle Bahamas da tanti anni. Luke ha mantenuto il suo home studio che è uno studio fantastico: tecnologia anni ‘70 su nastro. Poi avevamo pure una session iniziata a Roma al Forum Studios, che è lo studio fondato da Morricone insieme ad altri autori e compositori dell’epoca alla fine degli anni ’60. Una session in un contesto particolare: noi dovevamo essere un po’ la centerpiece di una jam session, però quel giorno Enrico non è potuto venire per problemi familiari, per cui io e Lino abbiamo riascoltato i vari audio, registrazioni, parti che via via ci mandiamo, ne abbiamo scelti alcuni e ci abbiamo lavorato con altri musicisti che erano lì: Andrea Pesce al piano e Beppe Scardino al sax, entrambi musicisti di grande livello. In un’ora abbiamo assemblato tutto e chiamato quest’insieme di parti ‘Medley’, che è il titolo di lavorazione, diventato poi Break The Seal. Quando siamo tornati a Milano, Enrico ha integrato le sue parti. In questo pezzo c’è una mini orchestra, ci sono anche: Sebastiano De Gennaro, altro personaggio favoloso che ha fatto dei vibrafoni, con cui partecipo alle date del tributo a Morricone con i Calibro 35; poi ci sono Alessandro Trabace, il violinista che ha fatto gli archi scritti da Enrico, ed il chitarrista Danny Bronzini che ha suonato nell’ultimissima sezione di Break the Seal. Quindi, una volta a Milano abbiamo proseguito ad oltranza, avremmo potuto durare un’ora, poi però abbiamo messo il punto e ci siamo detti: “Va bene così!”.


Io sono un’amante delle sessioni estese; quando vedo che un brano supera abbondantemente i cinque minuti mi rilasso e mi prende bene. Infatti Break the Seal e Vinegar Way sono due pezzi bomba, meravigliosi! C’è un viaggio che non finisce mai!
Linnon Winston: Non t’abbandonano ed è tutto sempre un po’ casuale.
Rob Winston: Non c’è mai un’idea strutturata. Infatti circa un anno e mezzo fa ci siamo trovati, abbiamo ascoltato tutto quello che avevamo più o meno finito escludendo tutto ciò che non ci piaceva, abbiamo selezionato, deciso e messo un punto. C’è tanto materiale postumo che tu neanche immagini!
(Ndr. Ridiamo)

Ispirandomi ad una canzone dedicata, presente nel vostro disco, proprio Mark Lanegan nel corso di una intervista disse che un album riflette lo stato d’animo dell’autore o degli artisti che ci hanno lavorato. Quali sentimenti o stati d’animo ci sono in Third?
Rob Winston: A partire dalla pandemia c’è stata tanta cupezza generale e pure tante problematiche (non fra noi tre) a cui si sono aggiunte tante altre situazioni. Per esempio, io ed Enrico siamo papà, e non è un momento facile per fare i genitori. Poi non è altrettanto facile fare questo lavoro, che al momento è ridottissimo in termini di economia. Noi muoviamo piccole economie; tutti i club, come stasera il Locomotiv, muovono piccolissime economie. È durissima, perché in questo momento più che mai siamo attaccati ai numeri, e tutto questo va ovviamente a discapito della commercializzazione, della produzione e della distribuzione di musica che non fa grandi economie. Per cui, se metti insieme tutto questo e ci aggiungi le nostre tempistiche, posso dirti che Third sicuramente contiene del malessere, ma allo stesso tempo contiene per risposta anche dei pezzi molto happy, tipo Abi Song: un brano molto felice come scrittura, come gesto e anche come attitudine. Facciamo delle cose per salvarci! Diamo anche noi un nostro contributo planetario alla magia! Per esempio, seguendo questa linea di pensiero, proprio questa notte abbiamo fatto uscire un pezzo nuovo che è già nel vinile. Solo chi lo ha già comprato ha potuto sentirlo in anteprima, ed è proprio una canzone in linea con il periodo, assolutamente in clima natalizio!

Ah sì, Three Xmas Tree! Fra l’altro con il gioco di parole three e tree, che sono quasi omofone, richiama doppiamente il famoso numero Tre.
Rob Winston: Siii, davvero! Tutto il disco come concept è sempre incentrato sul Tre: noi siamo in tre, Third è il terzo disco, poi una nostra band comune di riferimento sono i Soft Machine ed il loro terzo disco è ‘Third’.
Linnon Winston: C’è anche il triangolo della copertina dell’album, che è uguale al triangolo che c’è a Milano in Centrale… me ne sono reso conto solo dopo…
(Ndr. Ridiamo)

Sì tutto ruota intorno al numero Tre, però secondo me non è un concept album in senso stretto o canonico perché questo disco è molto variegato. Le tematiche sono eterogenee, ci sono nove brani – anzi dieci – in cui si respira un po’ di tutto: ci sono due suite meravigliose da 12 minuti l’una, frammenti sonori, ballate acustiche e lisergiche, episodi blues, più ritmati ed altri più rilassati. Mi sembra che Third esplori nuovi territori sonori rispetto ai vostri lavori precedenti. Raccontateci qualcosa di questo nuovo approccio creativo
Rob Winston: Sì, l’approccio è cambiato parecchio; questo disco suona un po’ diverso rispetto agli altri, ma il processo è andato un po’ in automatico. Ovviamente cambiando collaboratori e studio il suono viene fuori un po’ diverso. Sicuramente sono uscite delle cose più blues; c’è anche del blues elettrico, ci sono molte melodie, ci sono delle canzoni – non necessariamente nella forma canzone – con delle melodie più stabili, più centrate, più riconoscibili.

Linnon Winston: Qual è il brano che preferisci?
A livello emotivo Song for Mark, ma lì c’è una questione personale. Altrimenti i due brani che rimetto in loop sono Break The Seal e Vinegar Way. Pari merito, non so sceglierne uno, dipende dai momenti.

Rob Winston: Ieri sera c’era il concerto tributo per Mark Lanegan alla Roundhouse di Londra; ha partecipato anche Rodrigo d’Erasmo con Josh Homme e Greg Dulli. Pazzesco! Immagino, pazzesco davvero!

Dato che stiamo parlando di Mark, la mia domanda arriva proprio con un tempismo perfetto. Innanzitutto grazie per questa dedica; sentire qualcosa dedicato a lui, proprio da voi, mi emoziona molto. Appena ho letto il titolo della canzone ho avvertito un tuffo al cuore perché ho intuito che Mark era quel Mark. Raccontatemi a ruota libera cosa c’è dietro questo brano…
Rob Winston: Quella canzone è proprio dedicata; ce l’avevo pronta, e volevo registrarla da anni. Io ed Enrico abbiamo fatto dei pezzi di tour insieme a lui in America, quando con gli After abbiamo aperto ai Twilight Singers. Abbiamo passato un po’ di tempo con lui che si era aggiunto verso l’inizio del tour perché grande amico di Greg Dulli. Poi, una sera, quando lui e Greg Dulli erano qui a Milano con il loro progetto The Gutter Twins, siamo andati con gli After nel tour bus, e Mark mi dice: “Rob, I come with you!”. Così io, Enrico e Mark Lanegan siamo andati a fare un giro in macchina. Emozionante… una persona come Mark che ti prende in simpatia nel tempo, c’è sempre stato dell’affetto. Lui è un personaggio particolare che ne ha viste di tutti i colori, è molto sotto controllo. Quando eravamo in macchina gli ho detto: “Ti faccio sentire un nuovo artista americano” e gli ho messo il primo disco di Bob Dylan, e sentivo che rideva.
Enro Winston (tastiere, fiati, voce): Tu guidavi con la tua Volvo, e a destra c’era Mark Lanegan. A un certo punto ha abbassato il finestrino per respirare l’aria da fuori, ed io ero dietro, vedevo la scena di questi due gigantoni come se fossi stato un bambino.  
Rob Winston: Song for Mark era una canzone che volevo dare a Mark ma non l’ho mai registrata. La mia sensazione è che si tendeva a volergli bene, forse per la sua storia ma anche come persona.
Enro Winston: Era un’anima in pena, e alle anime in pena gli si vuol sempre bene.

Qual è stato il brano più difficile da completare e quello che vi è venuto più naturale?
Rob Winston: È stato così doloroso da parte mia che ho rimosso il processo. Non me ne viene in mente uno facile. Forse Song for Mark è più facile perché è in acustico, e ho cantato abbastanza di getto.
Enro Winston: Anche Break the Seal non è stato difficile da completare.
Rob Winston: Il più difficile: Never, Never, Never
Linnon Winston: Sì; Never, Never, Never
Enro Winston: Never, Never, Never è stato un enorme dilemma.
Rob Winston: Gli volevamo dare un sound un po’ meno improvvisato. È stato un pochino più lavorato e noi non siamo fortissimi sulle cose quando c’è da elaborare tanto, perché ci incastriamo. Più analizzi una cosa, più ci sono discordanze di pareri. Più le cose si fanno in velocità, più – una volta fatte – si scivola e si va avanti. Direi queste due, forse. Da una parte Never, Never, Never e dall’altra Break the Seal; farla è stata un’esperienza abbastanza felice.

C’è una canzone che considerate il cuore di Third? Se sì, qual è?
Enro Winston: La prima, Break the Seal.
Rob Winston: Break the Seal.
Linnon Winston: Vinegar Way. È un detto siciliano che significa prendere d’aceto. Andare a male… perché si sa, si parte sempre bene, con le migliori intenzioni ma poi come si finisce chi lo sa?

La vostra attitudine sonora imprevedibile è difficile che prenda d’aceto!

Lo spirito del viaggio, oltre che nelle sonorità, lo avete applicato anche alle session di registrazione. Da quanto ho capito vi siete mossi fra vari studi; raccontateci anche questa odissea.
Rob Winston: Fondamentalmente abbiamo registrato allo studio Bach di Milano con Carlo Giardina con cui abbiamo coprodotto il disco. Poi c’è la session londinese al Tilehouse Studios di Luke Oldfied, in questo cottage di fine ‘800 nella campagna inglese che è bellissimo, dove avevamo già registrato il secondo disco ed il singolo in cui abbiamo fatto il pezzo degli Stranglers. C’è poi il Forum Studios di Morricone a Roma. Invece Winstonsland viene da una session all’EDAC studio di Fino Mornasco, un bello studio di Davide Lasala. È una raccolta di più studi ed esperienze diverse, e quello sicuramente porta varietà, ma come suono è tutto abbastanza omogeneo.

Se vogliamo continuare a parlare del viaggio si deve anche includere l’artwork e tutto il progetto grafico. Una meraviglia! Forse ve lo avranno già detto: l’artwork è un incrocio fra il ‘White Album’ e ‘The Dark Side of the Moon’ rovesciato. Si potrebbe parlare di ‘The Reversed White Side of the Winstons’…
(Ndr. Ridiamo)
Enro Winston: Il progetto grafico è di Pazzi Design Studio, che sono due fratelli che si chiamano proprio Pazzi di cognome e sono discendenti diretti della famiglia Pazzi di Dante; hanno secoli e secoli di follia alle spalle e sono due geniacci matricolati. È incredibile, ad oggi è uno dei progetti grafici più belli che abbia fatto in vita mia. Il disegno interno, di Giordano Landi, utilizza il sistema tridimensionale, la tecnica della stereoscopia naturale. Con il disco ci sono degli occhialini 3D con lenti blu e rosse; tappando una lente o l’altra, si vedono due disegni diversi, e l’immagine cambia completamente. Se poi non usi il filtro delle lenti colorate il disegno assume un altro aspetto ancora. Il progetto grafico è stato complicato. Tutto l’editing del testo è stato un inferno; un vero cazzo di inferno! Cioè… editare tutti i testi e fare tutte le correzioni; è un miracolo che non ci siano errori!

Quanto tempo ci ha messo ‘Third’ per divenire una creatura viva?
Enro Winston: È stata una faticaccia durata cinque anni!

Ora vi faccio l’ultima domanda: immaginate di mettere Third in una capsula del tempo e di lanciarla nello spazio. Che cosa scrivereste nel biglietto che l’accompagna a chi troverà questo disco fra cento anni?
Linnon Winston: Aiuto! Aiutateci!
Rob Winston: Non sappiamo gestirci. Firmato: The Winstons – Il mondo.
Linnon Winston: No, no… non possiamo autogestirci, è diverso!
(Ndr. Ridiamo)
Enro Winston: Aiuto!
Rob Winston: Aiuto, siamo dei pazzi!

Pianeta Winstons, grazie per questo viaggio e per il vostro tempo, ora torno alla realtà.

Ma non finisce qui, il tour prosegue nel nuovo anno e ci sarà anche spazio per un racconto inedito dal palco.
Continuate a seguirci per il terzo atto…

Una risposta a “The Winstons: ‘Third’, l’arte del terzo passo”

  1. […] questo periodo sono in tour per presentare il loro nuovo album, Third (qui la nostra recensione e l’intervista). Ed ecco che con il live report, terza parte di approfondimento, giunge idealmente a compimento […]

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