R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
l titoli di alcuni brani dell’album che andiamo a recensire lasciano pochi dubbi. “Radici”, “frutti di rovo”, “fili d’erba”, “tronco d’albero”, “eulalia”… Visitando l’Interiora Terrae si va frugando tra le viscere della Natura, nel grembo della vita vegetale. Si può perdere il senso del tempo osservando i semi di acero e di olmo – le Samares che danno il nome a questo lavoro – mentre scendono a spirale dagli alberi mossi dal vento. Una pars pro toto che rappresenta la Vita, quella forza talmente potente che alle volte è in grado di travolgere persino sé stessa. L’anima del pianista Colin Vallon, decisamente non ribolle di schemi collaudati riferiti al jazz più classico. Ne ammiro, dal mio punto di osservazione, lo stile totalmente personale, il gusto per la rarefazione sonica, persino i suoi misuratissimi interventi elettronici al piano o gli estemporanei aggiustamenti di preparazione strumentale che diversamente, in altri casi, avrei trovato piuttosto stucchevoli. Non sono d’accordo, tuttavia, nel definire la sua musica, come spesso ho letto, particolarmente malinconica. Per me, invece, si tratta di una grammatica attenta alle piccole cose, il risultato di una formazione che sembra per altro impegnarsi in una perlustrazione collettiva del classico attimo fuggente.

Nessuna auto-indulgenza, semmai un’impronta acusmatica nelle timbriche e nella provenienza originale delle sonorità. Un pianoforte come questo possiede una visione ulteriore, lontana anni luce dalla tradizione, in assoluta ricerca di una dimensione altra. La musica di Vallon e sodali, infatti, è autentica ispirazione, un’ipostasi che pare provenire da una diversa cognizione ritmica spazio-temporale, alternando sorprendentemente, ad esempio, le veloci coordinate di Timo con le aeree esperienze contemplative di Etincelle. Le melodie scorrono con naturalezza, evocando persino qualche tessitura new-age, come nella suggestiva Brin. Alle volte, invece, si ha come l’impressione di un brulichio sonoro, un simbolico dialogo sottovoce in ipnotico itinere e millimetrica interazione tra le essenze più nascoste della Natura. La scrittura e l’improvvisazione si continuano l’una dall’altra, esattamente come i semi di samara veicolano l’energia vitale trasmessa dai loro alberi. Insieme a Vallon ci sono altri due musicisti – si tratta di Patrice Moret al contrabbasso e Julian Sartorius alla batteria – che approcciano i loro strumenti quasi con aristocratico distacco, senza parsimonia ma valutando con attenzione le essenziali note di basso e il contenuto apporto delle percussioni. Del resto non potrebbe essere altrimenti in questo lavoro dove non ci sono proclami, né atti dimostrativi e tanto meno improvvide escursioni avantgarde. Con ciò Vallon dimostra la propria coerenza pubblicando con questi partner un album decisamente in continuità stilistica e progettuale coi suoi tre precedenti lavori ECM per formazione a trio, anche se nel primo album Rruga troviamo Samuel Rohrer alla batteria al posto dell’attuale Sartorius. La rotta principale viene comunque solo lievemente modificata permettendo al gruppo di compattarsi ancor di più, trovando infine più luce al termine del suo viaggio introspettivo.
L’inizio con Racine sembra quasi rincorrere atmosfere indocinesi, con lo sfregamento del rullante ad imitazione del vento e il piano preparato che intercala una melodia a carillon. Quando entra la timbrica naturale del pianoforte proviamo un senso di smarrimento, quasi si possa osservare il mondo come cosa in sé, unendo la sorpresa e lo stupore di una consapevolezza del tutto nuova ed autonoma. Mars si consacra ad un melodismo poeticamente toccante, un’autentica viriditas alchemica sostenuta da un comping in tempi dispari, soffice ma ben presente come una sotterranea pulsazione linfatica. L’interplay tra i componenti del trio raggiunge qui momenti di rara sottigliezza, mentre Vallon lavora sulla semplicità, niente scale turbinose e utilizzo di voicing molto puliti. Lou è il nome di uno dei due figli di Vallon e il piano preparato, in questo caso, sottolinea con le sue appoggiature la dimensione affettiva dell’Autore. Sembra quasi una meditazione sul destino individuale, figli che nascono come frutti dagli alberi e destinati poi ad allontanarsi per vivere il proprio destino in libertà. Contrabbasso e batteria punteggiano i suoni del pianoforte con la solita discrezione, mentre verso il finale del brano pare aumentare un vago senso d’ansietà, con la ritmica che incrementa la sottolineatura dinamica della melodia. Tra i brani migliori dell’intera raccolta.

Ronce possiede invece un animo inquieto, vuoi per l’apporto scandito in maniera leggermente più decisa vuoi per le note di piano macchiate di elettronica o le scale a toni interi, che sembrano qui prescelte rispetto ad altre, circondate da un velo di leggera tensione. In questi interventi pianistici emerge con maggior evidenza il profilo personale dell’Autore, protagonista di una tecnica invidiabile per scelte autonome, di apparente semplicità – una tra le cose più difficili da ottenere da un pianoforte – e di assoluto effetto emotivo. Etincelle in italiano è l’Eulalia o in termini botanici conosciuta con il nome latino di Miscanthus Sinensis, detta anche erba argentata cinese. Un’introduzione di contrabbasso sembra costituire l’ossatura della melodia che verrà ripresa dal piano. Note carezzevoli, ricordano – ma forse è solo una suggestione personale – l’ondulazione di questo cespuglio dall’aspetto morbido sotto un soffio di vento. Vallon costruisce delle celle melodico-armoniche contenitive – artificio che utilizza in molte occasioni – dentro e attorno a cui inserire note di contorno che vanno a perdersi, in questo caso, con il chiacchiericcio dei piatti della batteria. Timo è il nome del secondo figlio dell’autore. Le sonorità del pianoforte sono smorzate, non so se con particolari preparazioni delle corde o per effetto elettronico, ma perderanno poi questa attenuazione timbrica solo verso il finale. Rispetto a Lou, questa traccia sembra godere di maggior indipendenza, sottolineando una tensione emozionale diversa, con un incremento dinamico nella parte terminale che tende a riempire tutto lo spazio sonoro. Il brano si costruisce soprattutto giocando su una sequenza d’intervalli discendenti che sono un po’ il motore semantico dello stesso. Samares suona come un brano descrittivo, in quanto inizialmente il ripetersi delle scale a scendere del piano, seguendo però uno schema progressivo contrario, sembra raccontare la caduta lenta ed elicoidale di questi semi quando si staccano dai rami. Vallon e compagni cercano quasi di fermare il tempo, cristallizzando l’osservazione in una contemplazione che sfiora i termini del misticismo con il costante mantra ritmico di sottofondo, quasi un ansito sottolineato dal contrasto tra rullante e piatti della batteria. Souche si allunga tra percussioni lignee e trasformazioni delle timbriche pianistiche in un’inquieta, meditativa dance macabre, un parodo corale dal commento drammatico. Brin conclude il tutto con un pensiero dolce ed enigmatico nello stesso tempo, forse manifestando l’intenzione di un delicato commento sulla brillanza interiore di ogni forma di vita, anche quella dei semplici semi a cui l’album è dedicato.
Le linee armoniche di Vallon, così personali e lasciatemi dire anche insolite nel contesto del jazz contemporaneo, sembrano sempre sul punto di disfarsi, di lasciarsi andare ad uno smolecolio centrifugo da un momento all’altro. Invece si comprende come le sue strutture apparentemente frugali nascondano una chiave di lettura probante alla comprensione della Realtà, questa sorta di mistero impenetrabile e non sostanziale che si ri-vela ogni volta che si cerchi di svelarla. Vallon e i suoi sodali si avvicinano a ciò che si nasconde, non con la rabbia né la frustrazione di chi si senta escluso dalla comprensione delle cose, ma con una strana arrendevolezza, una ricognizione spirituale che scruta tra le pieghe della Natura con l’occhio immune di un bambino.
Tracklist:
01. Racine (3:26)
02. Mars (6:47)
03. Lou (5:38)
04. Ronce (4:07)
05. Étincelle (6:17)
06. Timo (4:45)
07. Samares (3:40)
08. Souche (3:34)
09. Brin (5:04)
Photo © Nicolas Masson






Rispondi