A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
Bisognerebbe non perdere mai la curiosità ed il candore dei bambini, non per imperativi morali di varia natura, ma molto più semplicemente perché può tornare utile. Lo pensavo qualche settimana fa passeggiando tra le macchine di Jean Tinguely, esposte nei giganteschi spazi del Pirelli HangarBicocca di Milano e visitabili fino al prossimo due febbraio 2025. La cosa in fondo non mi riguarda poiché io bambino lo sono da sempre, anche se aspetto con trepidazione di diventare dipendente INPS e dedicarmi alle cose che mi interessano. Scherzi a parte (ma mica tanto), per accostarsi all’opera del grande scultore (?) svizzero occorre possedere la naturale ingenuità e la predisposizione alla meraviglia che è propria dei bambini: in fondo non occorre davvero altro. Tinguely è uno dei principali esponenti dell’arte cinetica che ha operato, come è noto, con materiali di scarto come ingranaggi e rottami, trasformati in complesse sculture meccaniche rumorose, cacofoniche, ironiche, strabilianti.

A partire dagli anni Cinquanta, a Tinguely la Svizzera comincia a stare stretta e, come dargli torto, si trasferisce a Parigi, dove la sua produzione si concentra su quelle che verranno conosciute come composizioni “Méta-mécaniques”, caratterizzate dall’inserimento di piccoli motori elettrici che permettono il movimento di alcune parti delle composizioni. Ma non tutto è solo gioco, infatti Tinguely sembra voler ribaltare la concezione “industrialista” della macchina, destinata alla produzione, per un’idea anarchica di essa: i movimenti dati dall’assemblaggio complesso ed intricato di parti meccaniche e piccoli motori, non producono nulla, se vogliamo, nulla di materiale, ma nemmeno nulla che abbia un senso logico. In Italia Tinguely viene conosciuto, principalmente, dopo l’invito di un mostro sacro del design italiano, Bruno Munari, che lo chiamò nel 1954 ad esporre presso lo studio B24 di Milano. Negli anni Sessanta l’artista sbarca anche a New York, dove presenta la celeberrima scultura-performance Homage to New York. Tinguely è piuttosto noto in Italia anche grazie alla sua retrospettiva che fu presentata a Palazzo Grassi a Venezia nel 1987 che si intitolava Una magia più grande della morte. Ora che Il Pirelli Hangar presenta questa grande mostra, la prima dopo la sua scomparsa, pensiamo che nessun titolo fosse più sbagliato di quello, perché è certamente la morte l’avvenimento più importante della nostra vita (si sente che ho appena letto Cioran vero?). È tuttavia fuori discussione che se i corpi transitano, le anime restano: alcune restano nell’atmosfera di un luogo, alcune nella spirito delle città, altre restano nei libri, quelle degli artisti restano nelle loro opere. E in questo senso andava letto il titolo della mostra di Venezia. Oggi basta solo il suo nome ad evocare una gioiosa macchina di pace quali sono le sue creazioni.

All’Hangar sono esposte quaranta “opere seminali”, come si usa dire, cioè capaci di generare da esse stesse altre opere per partogenesi. Negli apparati, sono esposte tutte le documentazioni della performance milanese del 1970, intitolata “La Vittoria” e consistente nell’incendio,in piazza del Duomo, di un gigantesco pene di cartapesta, legno ed altri materiali. La mostra si apre con “Cercle et carré-éclatés” del 1981: le due figure perfette ed equilibrate, in realtà qui girano a vuoto in uno dei circuiti imperfetti di Tinguely provocando un sostanziale senso di disarmonia. Ma sono proprio le disarmonie a creare nuove armonie (è così un po’ in tutte le arti, se ci si pensa bene). Lo stesso accade in Meta-Matic del 1959, dove piccoli motori mettono in moto congegni meccanici che realizzano disegni strampalati. L’installazione fu realizzata per la Galerie Iris Clert di Parigi, dove l’artista presentava le sue strabilianti sculture. Successivamente, una triade di tre opere che fanno parte della parte più storica del corpus del lavoro di Tinguely. Si tratta di Sculpture méta-mécanique automobile del 1954, Méta-Herbin del 1955 e Tricycle del 1954 e potremmo anche forse dire che con queste tre opere Tinguely abbia già detto tutto ciò che in realtà continuò poi a ripetere per molti anni. Ma è nel 1967 che con Requiem pour une feuille morte che Tinguely realizza il suo indimenticabile capolavoro (insieme alla fontana Stravinskij, in collaborazione con Niki Saint-Phalle), e quest’opera divenne poi il sipario meccanico installato al parigino Théâtre de Champs-Elysées per la coreografia Éloge de la Folie di Ronald Petit: serie di ruote e cinghie di trasmissione, retroilluminate di grandissima suggestione e che per anni ha accolto i visitatori all’ingresso del Musée d’Art Moderne del Centre Pompidou. Quello che colpisce è certamente il suggestivo contrasto dei meccanismi dipinti di un nero opaco su uno sfondo luminoso, che toglie all’opera quell’idea di ludico post-consumismo che invece ne caratterizza altre. Per esempio, un po’ fuori contesto è certamente Pit Stop del 1984, che altro non è che un esploso tridimensionale di una Renault di Formula Uno di quegli anni, pilotata da Alain Prost e Eddie Cheever, dove indubbiamente l’artista ebbe una caduta di stile strizzando l’occhio al bel mondo delle corse di auto. Ma tornando alle opere più pregnanti come non ricordare lo straordinario Ballet des pauvres del 1961 dove Tinguely fa interagire tra loro oggetti di recupero di uso domestico come vassoi, calze, una camicia da notte, una pelliccia di volpe, ed altri che all’improvviso e ad intervalli regolari inscenano, attraverso il movimento di un motore meccanico, un surreale balletto.

Con Rotozaza del 1997 la critica al consumismo e alla produzione seriale raggiunge il suo apice di ilarità ed ironia: un nastro trasporta bottiglie di vetro che, attraverso un complesso meccanismo, sembrano uscire da una produzione industriale e alla fine vengono frantumate da un martello. È ovvio che il modello ancestrale di questa e di molte opere non possa essere che il Grand Verre duchampiano dove la semplicità dell’atto viene messa in ridicolo dalla inaudita complicazione, attraverso cui nel gioco dell’arte viene esposta. Sempre degli anni Sessanta ecco Le gorille de Niki (1963), un piccolo gorilla giocattolo su una base in lamiera e ferro che interagisce con un motore elettrico, omaggio alla compagna di Tinguely e anche riferimento all’intramontabile King Kong. Ma la lunga teoria di varianti delle macchine di Tinguely potrebbe continuare a lungo, ma descrivere a parole meccanismi tanto complessi e assolutamente inutili è un po’ una fatica di Sisifo, quindi tanto vale, fare un salto all’Hangar portando magari con sé un bambino che, se fosse necessario, potrebbe “spiegarci” le opere e, se non siete muniti di bambini, liberate il bambino che è in Voi.






Foto © Courtesy di Pirelli HangarBicocca, Milano




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