A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
Non è cosa comune andare a una mostra per ascoltare più che vedere o sarebbe meglio dire, in questo caso, una mostra da ascoltare e da vedere: Improvisation in 10 Days di Tarek Atoui è veramente qualcosa di più e di diverso dalle solite installazioni multisensoriali. Lo Shed del Pirelli HangarBicocca di Milano è stato trasformato in qualcosa che assomiglia più ad un set di musica sperimentale, che non ad uno spazio espositivo. Se però, come è sempre necessario, dobbiamo essere minimamente critici e non sempre genuflessi davanti tutto ciò che ci viene proposto, la mostra curata da Lucia Aspesi, qualche dubbio lo solleva, non tanto per le opere esposte, quanto perché opere di tal genere, necessitano fortemente della presenza del loro autore.

Le opere di Atoui, libanese che vive a Parigi, necessiterebbero infatti della costante interazione dell’artista, mentre, per ovvie ma fastidiose esigenze organizzative, restano inattive per lunghissimi minuti in attesa che un timer dia loro la vita. L’effetto-attesa non è particolarmente gradito e molto spesso spazientisce il pubblico, rendendolo distratto. La mostra è comunque una occasione per fare la conoscenza di un artista molto originale e che si inserisce alla perfezione nella filosofia delle mostre dello Shed del Pirelli Hangar, ispirata all’interazione dell’agire artistico con la vita del mondo naturale a cominciare dall’aria, forse il primo elemento della natura. La serie Souffle Continu è costituita da quattro distinte opere che, attraverso dispositivi per il passaggio dell’aria, producono suoni. Si tratta dispositivi, sistemati sul pavimento in maniera tentacolare e che, attraverso il passaggio dell’aria, generano vibrazioni amplificate che si traducono in basse frequenze, percepite anche attraverso vibrazioni rilasciate dalle Reedboxes che potremmo definire casse acustiche primordiali.

Quella di Atoui appare, a tratti, quasi una ricerca etnografica più che una azione artistica a se stante, come nel caso di The Rain, progetto maturato durante un soggiorno in Corea del Sud dove a contatto con studiosi di cultura locale, l’artista ha selezionato materiali attraverso la loro capacità di trasmettere il suono, come ceramica, porcellana e carta (una carta particolare che si chiama hanji), costruendo una sorta di pelle di tamburo sulla quale vibrano piccoli oggetti e si producono piccole e grevi percussioni. In Waters’ Witness (2020/2023) si esplora il mondo dei suoni prodotti dall’acqua, ma si badi bene, non solo di acque incontaminate, arcadiche o letterarie, ma anche di acque industriali quelle nelle vicinanze dei porti e in particolare sfruttando le esperienze sonore raccolte ad Atene, Abu Dhabi, Beirut, Istanbul, Porto, Singapore, Sidney, città simbolicamente legate alle acque dei propri porti. Paesaggi sonori fatti di registrazioni, ma anche di acustiche minimali realizzate dallo sfregare di metalli, dallo stridore di marmi e di altri materiali. Le inaspettate risonanze acustiche di materiali usati nella vita quotidiana, sono l’altro grande filone di Improvisation in 10 Days. Attraverso l’utilizzo di oggetti motorizzati e vibranti, l’attenzione dello spettatore viene fatta convergere su suoni residuali e minimali, cui nella nostra frastornante realtà quotidiana non prestiamo la minima attenzione, ma che se fatti oggetto del fare artistico possono rivelare una grande potenzialità poetica.







Foto © Courtesy di Pirelli HangarBicocca, Milano e © Mario Grella




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