R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

In Homage, il settantaduenne sassofonista Joe Lovano si unisce al trio di Marcin Wasilewski per un album che si propone di promuovere una ricerca ardita all’interno del jazz contemporaneo. La capacità d’insinuarsi nel profondo dei sentimenti con tatto e delicatezza avviene attraverso diverse strade armoniche – lunghe dilatazioni modali ma per contro anche continui salti tonali, persino qualche imbucata bluesy –  inoltrandosi via via in un elegiaco paesaggio sonoro sospeso in una fattiva ipnagosi di stampo creativo. La serenità agrodolce così acquisita racconta di un mondo privato, quasi irreale, ma questa è la direzione verso cui punta gran parte del jazz odierno, spesso visto come una simbolica, argonautica esplorazione verso l’estremo limite del territorio conosciuto. Ed è, se ci pensiamo bene, uno strano paradosso – o è un’evoluzione ? –  per una musica come questa, nata storicamente in contesti sociali difficili che ha descritto dapprima la vita urbana soprattutto delle grandi periferie, poi si è politicizzata, spiritualizzata, ambientalizzata in geografie inaspettate ed imprevedibili. Fino ad arrivare come in questo caso a percorrere spazi più mentali che reali, sconfinando in una natura pulviscolare fatta di suoni organizzati spesso con nuovi ordini al limite del perimetro armonico.

Sassofonista Joe Lovano mentre applaude sul palco, vestito con una camicia scura e un sax in mano, con uno sfondo scuro.

C’è da sottolineare, peraltro, come l’intesa quasi telepatica tra Lovano e il trio polacco funzioni motu proprio, in modo spontaneo, con una componente ritmica – contrabbasso e batteria –  geometricamente non euclidea che si esprime a volte quasi come una coppia di strumenti solisti. Del resto la lunga frequentazione reciproca del quartetto, tenendo anche conto della precedente esperienza discografica – Arctic Riff del 2020 –  ha sicuramente promosso un certo impressionismo linguistico, questione di segni subliminali, di comunicazioni non verbali che hanno il potere di trasformarsi nell’immediato in una relazione sonora, come in un atto magico. Il trio del pianista Wasilewski si completa con il contrabbasso di Slawomir Kurkiewicz e la batteria di Michal Miskiewicz, mentre Lovano, oltre che il sax tenore, suona il tarogatò, uno strumento a fiato di provenienza ungherese della famiglia dei clarinetti. Inoltre, il musicista statunitense, si concede in questo album qualche intervento percussivo, giusto per incrementare il dialogo con la batteria di Miskiewicz. I brani proposti in Homage sono tutti attribuiti a Lovano, tranne il primo della sequenza che è una composizione del violinista polacco Zbigniew Seifert, musicista che ha lavorato nella sua breve vita con molti nomi importanti della scena jazz internazionale, come ad esempio Tomasz Stanko, Jasper van’t Hof, Charlie Mariano, Joachim Kuhn, Oregon, Philippe Catherine tra gli altri…

Ed è quindi di Siefert il primo brano dell’album, per me addirittura il miglior momento di Homage. Con una naturalezza impressionante, il quartetto muove le acque di Love in the Garden, una traccia di straordinaria bellezza tematica che si allunga tra tonalità crepuscolari e vellutate in un fondale metafisico fatto di ombre e subitanei riflessi di luce. Sono le note di pianoforte ad introdurre il sax tenore che pare distendersi con estrema dolcezza sul letto percussivo offerto dalla batteria. Poi Wasilewski ri-contorna il tutto con gli accordi delicati del suo piano. Il brano assume i tratti di una ballad dai toni pacificati in cui i sensi s’aprono alla quiete e alla riflessione. Golden Horn, circondato dalle percussioni come un albero dalle cicale, emerge in forma modale con un accompagnamento di contrabbasso che ricorda, più per l’intenzione che per la realizzazione, il riff di A Love Supreme di coltraniana memoria. Qualche cambio di toniche  in quello che sembra a volte un percorso circolare dove il sax pare fraseggiare per gioco, quasi per sé stesso, mentre la batteria – e qualche gong manipolato da Lovano –  aleggia attorno al fiato del sax. La tessitura musicale assomiglia ad un polimero chimico, dove gli elementi formano legami dinamicamente fluidi. Arriva poi, circa a metà brano, una zampata pianistica dove Wasilewski risolve le sue scale con un assolo di grande limpidezza cromatica, le percussioni occupano spazi maggiori e s’incrementa il gioco sui piatti. Lovano imbraccia il tarogatò dalla sonorità sovrapponibile a quella di un sax soprano.

Joe Lovano si esibisce al sax tenore insieme al trio di Marcin Wasilewski, composto da un pianista, un contrabbassista e un batterista, in un contesto di concerti jazz.

La title-track Homage si riferisce al fatto che questo brano venne dedicato da  Lovano nel 2023 sia a Manfred Eicher – creatore dell’etichetta ECM – in occasione del suo ottantesimo compleanno e sia in contemporanea alla celebrazione della nascita della casa discografica stessa. Per quello che posso capire, si tratta di un’improvvisazione totalmente libera. Il sax pronuncia note brevi, spesso in solitudine, creando uno spazio riempito atonalmente dal pianoforte e dal contrabbasso che dimostrano di non seguire alcuna traccia melodica precisa. Si tratta di un brano in cui la seconda parte pare rincorrere una certa linearità ma di sicuro si divertono più i musicisti che non gli ascoltatori. Giving Thanks è un solo di sax tenore, un discorso solipsistico che però non rischia di cortocircuitare, data l’indubbia classe di Lovano. Il tessuto ritmico non esiste di fatto ma aleggia nel vuoto, scansionando comunque i tempi dei fraseggi. Questo sax pare continuare all’interno del brano successivo, This Side-Catville riproponendo l’idea dell’improvvisazione estemporaneamente libera. A differenza di Homage, però, questa prova audace –  dodici minuti di pura libertà espressiva –  lascia in chi s’appresta all’ascolto la sensazione di una filiforme comunicazione inconscia tra i musicisti, qualcosa che mantenga, come in un quantistico entanglement, le diverse parti unite tra loro, per cui quando qualcuno manifesta l’intenzione di cambiare registro, anche gli altri strumentisti si adeguano in sincronia. Sensazione peraltro corroborata nella seconda porzione del brano dove la musica pare riacquistare un senso progettuale, una scrittura che stabilisca un ponte comunicativo più solido tra le diverse parti. Festa di sole percussioni è invece la fotografia di Projection, ultimo brano dell’album, che si svolge con una serie di miniature improvvisate che consolidano l’idea di un progetto costruito sull’interazione spontanea e sull’ascolto reciproco. Anche se a volte si ha la netta impressione di trovarsi all’interno di un edificio religioso orientale nel bel mezzo di una cerimonia. E in effetti qualcosa di religioso ci deve pur essere all’interno di una formazione il cui credo si affida più alla trascendenza dell’improvvisazione piuttosto che alla razionalizzazione della scrittura.

Luci ed ombre in questo contesto ben soppesato di Lovano e sodali. Nonostante si dimostri con una certa efficacia come l’arte dell’improvvisazione non abbia confini ma solo infinite possibilità, resta una certa distanza qualitativa tra un brano – meraviglioso – come Love in the Garden e il resto delle composizioni, troppo spesso fondate sulla presunta certezza della assoluta validità improvvisativa. Ma, a favore di Lovano & C, resta l’abilità del gruppo di saper evitare il monolitismo della perpetuazione del passato che solo al loro livello è possibile mettere in atto con tanta eleganza e strategia. 

Tracklist:
01. Love in the Garden (4:12)
02. Golden Horn (10:18)
03. Homage (8:00)
04. Giving Thanks (2:27)
05. This Side – Catville (12:04)
06. Projection (2:02)

Una risposta a “Joe Lovano – Homage (ECM Records, 2025)”

  1. […] Roma (2019) progetto condiviso col trombettista Enrico Rava, Garden of Expression (2021) e Homage […]

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