R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

In un panorama ormai saturo di album realizzati nella classica forma a trio piano-contrabbasso e batteria, Travelogue, ultimo lavoro del cinquantenne pianista losangeliano Danny Grissett, si distingue come un lirico esempio di equilibrio e profondità. Non è infrequente, infatti, riscontrare in molti ensemble triadici, oltre alla loro dovuta e professionale qualità intrinseca, una certa ripetitività che costringe spesso l’ispirazione a perdersi in una sterile ricerca di perfezione tecnica. Invece questo lavoro sembra possedere un atteggiamento più personale, direi quasi scettico verso le formule schematiche più frequentemente adottate. Viene proposto un commento musicale che come suggerisce il titolo stesso non è una semplice descrizione di un percorso ma una riflessione sul proprio cammino individuale, forse comune ad altri musicisti jazz, con annotazioni che comunque ogni diario di viaggio dovrebbe saper raccontare. In realtà il peregrinare a cui Grissett si riferisce riguarda tre spostamenti fondamentali nella sua vita. Partendo dalla città natale di Los Angeles, dove ha iniziato e completato i suoi studi musicali, il pianista si è poi trasferito a New York, luogo ideale per creare le sue principali relazioni come collaboratore e dare corpo alle proprie incisioni da solista – il primo album come titolare è stato Promise (2006). Ma oggi Grissett risiede in Europa, a Vienna, dove insegna al Jam Music Lab University.

Ritratto di un uomo con giacca nera e camicia a quadri, che tiene entrambe le mani aperte di fronte a sé, su uno sfondo scuro.

Può essere senz’altro naturale, quindi, arrivato ai cinquant’anni – età notoriamente critica per i bilanci personali – riesaminare e valutare con attenzione emotiva il proprio percorso, forse non solo quello professionale. Grissett, che molti già conosceranno per le sue collaborazioni con Jeremy Pelt e Tom Harrell, porta in Travelogue, settimo album da titolare, un relativismo che si traduce in elastica flessibilità musicale. Non c’è traccia della supponenza talvolta riscontrata in quei leader che devono costantemente dimostrare qualcosa, ma piuttosto il piacere autentico di suonare, di dialogare e di stabilire un punto d’ascolto con gli altri strumentisti della band. Il suo stile, che colpisce per leggerezza di tocco e profondità emotiva, lungi dall’essere un esercizio di virtuosismo fine a se stesso, si basa su una sensibilità post-bop riconoscendo anche l’influenza della musica classica che si può ben avvertire in un brano come Picture in Picture, una delle migliori tracce dell’album. Se dovessi trovare dei riferimenti con altri pianisti, potrei forse citare Cedar Walton, per la propensione di quest’ultimo ad atmosfere a volte chiaroscurali. Ma è indubbio che gran parte dei migliori pianisti jazz abbiano lasciato in Grissett tracce più o meno visibili. Le composizioni originali – otto su dieci proposte nell’album – riflettono un cosmopolitismo che emerge non solo parzialmente dai titoli ma anche dalla varietà delle atmosfere. Travelogue sembra domandarsi se il viaggio abbia davvero una meta o se il suo reale valore stia nella continua esplorazione. L’album è un invito, quindi, a lasciarsi trasportare, senza la necessità di trovare risposte definitive, ma con la consapevolezza che ogni passo compiuto nella propria esistenza sia un tassello di un quadro più grande, la cui comprensione si realizzi attraverso una riflessione condotta in età più matura. Ad accompagnare il pianista americano troviamo Vicente Archer al basso e Bill Stewart alla batteria – per quest’ultimo leggi qui – a costituire una ritmica che si muove con una coesione rara, molto rispettosa della narrazione di Grissett, ma che non si limita ad un ruolo di semplice comprimarietà. Il loro apporto è infatti fondamentale nel costruire la rete di sostegno per la raffinata ed elegantissima trama musicale impostata dall’Autore.

The Long Way Home apre l’album con una delicatezza rimarchevole basato non solo sul pianismo veloce e lieve di Grissett ma anche, e non si fa fatica ad accorgersene, sul battito ravvicinato delle bacchette di Stewart ai piatti, un ticchettio continuo e discreto che sembra uno scroscio di pioggia primaverile. Anche il contrabbasso di Archer trova spazio per un breve assolo. Le dita del pianista sembrano possedere quasi istintivamente un senso dello swing sulla tastiera e non indugiano in fraseggi troppo chiusi ma tengono conto sia degli intervalli che degli spazi respirati tra le note. Wonder Wander, con quegli iniziali, ingannevoli arpeggi di piano un po’ new-age, s’immette poi all’interno di in un tema melodico aperto, spesso raddoppiato nelle note più basse dallo strumento di Archer. Il pianismo dell’Autore non diventa mai labirintico, nemmeno quando le frasi melodiche s’infittiscono confluendo in un be bop piuttosto distaccato. Ma la ritmica, qui, supera sé stessa, tra i numerosi arresti e le continue riprese. L’ammiccante accortezza interpretativa di Grissett gioca su livelli di eleganza tecnica veramente moto alti e ci si rende effettivamente conto di essere al cospetto di una prova di qualità complessiva decisamente superiore alla media. Interlude:Inbound viene a scivolare in un curioso riff reiterato di contrabbasso su cui il piano costruisce una frase altrettanto ripetuta con la mano sinistra dell’Autore, creando così un accompagnamento modale che si allunga per buona parte del brano, mentre la mano destra pesca note rilassate e intriganti nella loro insolita rarefazione.

Un pianista che suona al pianoforte, concentrato, con una luce soft che illumina il suo volto e lo strumento, mentre la riflessione del pianoforte è visibile in primo piano.

The People in the City sembra prediligere temi più orecchiabili, trascritti in un bell’incipit con una sequenza molto armonica e consonante di accordi. L’assolo di contrabbasso, cauto e melodico di note, va a confluire nella parte solista del pianista, mai come ora in un sentore di fragranze jarrettiane. Ancora rimarchevole lo scambio emozionale con la ritmica che sottolinea l’ottima sintonia del trio. Picture in Picture, come già accennato prima, è a mio parere da annoverare tra i brani più belli dell’album. Gli accordi acquarellati dell’inizio, che sembrano estratti da una partitura debussyana, pare vogliano indirizzare l’ascoltatore ad una ballad che però s’immette ben presto in una corsia più veloce. L’effervescenza delle note di piano, peraltro sempre così discrete e misurate, proseguono  almeno fino all’assolo di contrabbasso, lungo e articolato. Da qui in poi si rientra nel clima ovattato della jazz ballad, con gli accordi decisamente seducenti di Grissett. Whisper Not viene rivisitato – il brano è del tenorsassofonista  Billy Golson, scomparso lo scorso anno all’età di novantacinque anni – in maniera piuttosto lineare seguendo un tracciato melodico riconoscibile, rivendicando un’armonizzazione be bop molto rispettosa, più diligente che fantasiosa. Interlude: Outbound riprende la linea tematica introdotta nel precedente Inbound dal contrabbasso, ma questa volta riproducendola al piano al di sopra di un ritmo latineggiante. Grissett disaggrega le celle melodiche in un’improvvisazione ben sostenuta dalla ritmica, lavorando sugli intervalli regolati dall’incrociarsi ottimale di batteria e contrabbasso. The After Hours si sviluppa in un tempo intero con un abbraccio al be bop ma anche qui in forma ordinata, lontana da ogni idea di tumulto sonoro in un brano che mi ha ricordato a tratti il pianismo di Hancock. Gran lavoro di batteria, regolare sui piatti ma più inventivo sui tamburi. Per quello che riguarda Here’s That Rainy Day, un meraviglioso standard di Van Heusen-Burke, ho ancora in memoria l’irripetibile versione di Bill Evans in Alone (1968) e francamente mi è difficile condurre raffronti di sorta. Ma il dialogare sottovoce del pianoforte e della ritmica, seguendo un’armonizzazione con sweet chords, regala un ottimo punteggio anche a questa reinterpretazione, affrontata con trasparenza melodica e una quasi sanguinosa essenzialità. Spin Cycle, ultimo brano dell’album, si avvale di un tema irresistibile nella sua apparente semplicità e ciclicità, seguito da una briosa iniezione ritmica, sempre risultante dall’intesa psichica quasi paranormale tra Grissett e sodali.

Danny Grissett non cerca di stupire con soluzioni sgargianti o scorciatoie emozionali: il suo tocco morbido e riflessivo si pone come antidoto al clamore. In un mondo dove il rumore spesso sovrasta la melodia, Grissett ci ricorda che il vero piacere risiede nella sottigliezza, nella precisione e nell’autenticità. E, tutto sommato, questo diario di viaggio possiamo immaginarlo come un nobile pretesto per ribadire la bontà dell’esperienza in trio, struttura che resiste e ancora crea meraviglia quando si abbia a che fare con musicisti di questo solido spessore.

Tracklist:
01. The Long Way Home (5:25)
02. Wonder Wander (4:47)
03. Interlude: Inbound (2:43)
04. The People in the City (7:08)
05. Picture in Picture (5:17)
06. Whisper Not (4:35)
07. Interlude: Outbound (2:01)
08. The After Hours (5:19)
09. Here’s That Rainy Day (5:21)
10. Spin Cycle (6:23)

Photo 2 © Samuele Romano


 

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