R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Come si può articolare, attraverso l’ancia viva di un sax contralto, ciò che si trattiene al confine tra suono e silenzio? In Howling Silence, la trentasettenne sassofonista russa Olga Amelchenko, prova ad orientarsi in quel limbo espressivo dove la musica viene a trovarsi in uno stato liminale in cui non s’annuncia con ostentazione ma preferisce insinuarsi. E la strategia di questa artista s’avvale di un gruppo di musicisti come Matthew Stevens alla chitarra elettrica, Enzo Carniel al pianoforte – Off Topic ne ha parlato qui – Etienne Renard al contrabbasso e il fidato Jesus Vega alla batteria. Il quartetto che accompagna Olga agisce più come una rete di immaginazione condivisa che come un ensemble rigidamente professionale e in effetti dialoghi, ritmi e feedback emotivi evocano una sottile ed intensa empatia collettiva. Arrivata al quarto album da leader, l’Autrice continua ad affidare al suo sax – peraltro diretto, senza fronzoli e giocato prevalentemente su toni alti quando non altissimi ma senza particolari ridondanze estetiche – la responsabilità dell’umore principale dei suoi lavori.

È come se l’Amelchenko stesse tentando una continua manovra di avvicinamento all’ascoltatore usando il fiato non tanto per squadernare la melodia ma quasi per inserirsi nell’animo del pubblico con il proposito seminascosto di emozionarlo senza turbarlo eccessivamente. In effetti l’album si muove spesso con lentezza meditativa, in uno stile misurato e moderato. Non ci sono climax né catarsi, ma bensì una lenta, continua espansione che può portare – se ci si abbandona – a un sottile, quasi inavvertito mutamento dello stato di coscienza. La musica, nell’insieme, si aggira ondeggiando tra isole d’avanguardia discreta, lente ballate misteriosamente spiritate, attimi di lirismo sommesso e momenti di manifesta gioia di vivere. Il suono è stratificato e poroso al punto da assorbire ogni inclinazione temperamentale. Mentre il pianoforte e la ritmica offerta dal contrabbasso e dalla batteria sembrano lavorare puntellando continuamente il sax, la chitarra elettrica di Stevens pare intervenire a latere di una maggiore autonomia, con qualità timbriche interessanti, aggiungendo un colore particolare alla sonorità complessiva del quartetto. Vi sono assoli non prolungati oltre misura ma ciò che mi sembra essere maggiormente importante è la coesione emotiva di tutti gli elementi del gruppo. L’impressione generale è che questa musica non cerchi il virtuosismo, ma una forma particolare di risonanza mentale. Ogni brano sembra chiedere: “Dove sei quando mi ascolti? Chi sei quando smetto di suonare?” È musica da percepire con il corpo in apnea e la mente in stato di abbandono, sicuramente svegli eppure altrove. La Amelchenko ha una storia di continui spostamenti alle spalle e probabilmente le inquietudini succedute agli adattamenti ambientali che ne sono conseguiti si potrebbero in parte avvertire tra le pieghe della sua musica. L’Autrice ha abbandonato infatti la Russia all’età di 24 anni, poi soggiornando per motivi di studio a Colonia e a Berlino fino ad arrivare attualmente a sistemarsi a Parigi. A questa geografia esteriore se ne affianca un’altra più interiore. Come in una somatomorfosi sonora, il corpo si fa paesaggio, la città si fa suono, il suo sax diventa un mezzo comunicante nello stesso tempo sia per la capacità di adattamento ma anche per la sua intrinseca vulnerabilità. In questo senso, Howling Silence ha la stessa energia paradossale contenuta nell’ossimoro del titolo di questo album, un silenzio che ulula o, per contro, un ululato che sfuma nel silenzio.
Nel brano di apertura che è la traccia guida dell’album, Howling Silence, il preludio drammatico di pianoforte e qualche accordo grattato di chitarra con in più una batteria dai tempi spezzati, introducono il contralto che insegue una linea melodica certamente non banale e tra l’altro magnificamente suonata. Chitarra con effetti e interventi complessi di piano al limite del tonale spezzano l’autonomia del sax che si trova incluso in un dialogo a tre, Amelchenko-Stevens-Carniel. Si viaggia verso il finale con il sax che accentua le note drammatiche iniziali, mentre Vega alla batteria si spreme tutto e di più con una scansione ritmica decisamente contrastiva. Inizio coraggioso, quindi ed oltremodo fascinosamente labirintico. Irreversible si presenta con un incipit più meditativo e un geniale apporto poliritmico del batterista che ha in sé qualcosa di militaresco e insieme, capovolgendone il senso, anche di caotico. Il sax emerge dal ribollire del rullante molto lentamente, con fare accorto, mentre il piano scandisce un accompagnamento che racchiude in sé qualche segno di ineluttabilità. Una certa sensazione di tristezza pare aleggiare su questo brano, mentre il sax si fa più accorato, impegnato in una lunga disquisizione melodica. Verso il finale paiono aprirsi le nuvole per far intravedere sprazzi di cielo azzurro, con accordi più dilatati e speranzose settime aumentate. Lo strumento della leader si spegne così, sfumando tra una rete di pulsazioni tambureggianti e alcuni schemi ciclici della chitarra.

Midnight Dances cambia registro, trasformando il clima in una specie di misterioso e più scarno suono notturno. L’inizio è affidato ad un unisono tra chitarra e pianoforte, dove quest’ultimo si apre poi in bellissimi passaggi accordali molto armoniosi. Il sax è sempre impegnato in soluzioni melodiche personali, caratterizzate dal fatto che l’Autrice non utilizza cliché e il suo suono sembra essere molto originale, pur se in questo frangente si avverte in parte l’ombra lunga di Coltrane. Comunque, francamente non ho ancora ascoltato di recente un sax contralto suonato così bene!! E che dire del pianoforte del pianista francese Carniel? Ci piazza un assolo magnifico e coloratissimo circa a metà brano, ben sorretto dal contrabbasso efficace di Renard. E non è finita, perché c’è pure il momento della chitarra solista che si manifesta con un approccio intermedio tra Metheny e Julian Lage. Si conclude, come quasi sempre, in un acquietamento progressivo, dopo la ovvia ripresa del tema portante. April, come suggerisce il titolo, porta con sé delle note più primaverili e ottimiste, pur non liberandosi volontariamente da una certa suggestione vagamente malinconica. Sembra a tratti d’interpretare quella poesia del conterraneo dell’Autrice, Boris Pasternak, che dice “...Primavera, io vengo dalla via dove la sera è vuota come un racconto interrotto…”. Ci sono, in questo brano, diversi cambi di tempo, passaggi tra gioiosità evidente e disillusa condizione randagia, forse uno specchio del continuo sistemarsi in nuove collocazioni ambientali della Amelchenko. Verso la fine anche un breve passaggio di contrabbasso più in evidenza. May Have Forgotten it’s Way, insieme al pezzo che lo seguirà, è tra le cose migliori dell’album. Ci si cala progressivamente in un’atmosfera vicina al senso del titolo dell’album. Il sax, infatti, si manifesta – evvai con l’ossimoro – con una voce intensa e silenziosa, profondamente melodica e riflessiva. Il suono del contralto scandisce i suoi passaggi nota per nota, con un cuore di tenebra ben avvertibile, duettando con delicatezza ora col pianoforte e poi con la chitarra. L’assolo di contrabbasso cammina nel quasi silenzio di fondo, misurando i suoi passi uno dopo l’altro, attento a non incrinare il clima creatosi, anzi, aggiungendo una sorta di maturo stupore durante lo svolgimento del brano stesso. Pura la chitarra segue questa linea e insomma l’estrema attenzione, la misura, la relazione tra i musicisti, la concentrazione che ne risulta fanno di questo brano qualcosa di unico e di grande. Da appuntare sul quaderno delle personali delizie musicali. Si continua grosso modo nella stessa direzione con When It’s Time to Say Goodbye, illustrata inizialmente dai larghi arpeggi della chitarra leggermente distorti. Ma qui non ci sono quei vissuti oceanici percepiti nel brano precedente, tuttavia si aprono spazi nuovi, più accomodanti e aperti alla filosofia di una maggior incertezza emotiva. Il brano è lungi dall’essere languido, pur essendo un sublimato di nervosa delicatezza, ben rappresentato dall’assolo di Stevens alla chitarra che si trova a gestire uno spazio temporale più largo rispetto al solito. I cambi di tonalità e i passaggi armonici sono originali, non comuni, con il sax che tra le righe evoca qualcosa di popolare, un fondo melodico che si avvicina quasi ad una possibile forma-canzone. Durante l’assolo della Amelchenko possiamo apprezzare la sua tecnica eccellente che la posiziona tra le vette – lo affermo senza timore di essere smentito – dei sassofonisti di nuova generazione ascoltati in questi ultimo decennio. Reset è una mente libera da pensieri che si traduce in un jazz fluente ed eccitato, con qualche giustificabile convulsione strumentale, un vagabondaggio che si libera dal peso delle riflessioni, recuperando una primitiva gioia di suonare. Bello, ma è il brano meno originale tra tutti, dove la poesia si piega un po’ alla didascalia. Comprensibile, ma paga una certa misura del fascino fino ad ora conquistato. Sembra quasi che il gruppo ne sia consapevole ed infatti la seguente Walking Shadows è quel bacio d’addio che tutti vorremmo ricevere, dopo una storia carica d’affetto e di amore per la musica che abbiamo condiviso con la Amelchenko ed i suoi sodali.
In un tempo musicale saturo di estetiche lucide e iper-produzioni, Howling Silence è un atto quasi radicale perché decide di esporsi così com’è, un anima senza prigione corporea. Howling Silence non è quindi un album facilissimo o per lo meno che si possa compenetrare al primo ascolto. Ma se avvertito con la giusta disposizione (senza aspettative e senza protezione pregiudiziale) apre uno spiraglio da cui può filtrare come un raggio di luce attraverso una crepa, diventando un silenzio che finalmente si fa ascoltare, dopo aver rimosso quel cerotto drammaticamente visibile, in copertina, sulle labbra della Amelchenko.
Tracklist:
01. Howling Silence (5:12)
02. Irreversible (4:50)
03. Midnight Dances (7:42)
04. April (4:51)
05. May Have Forgotten It’s Way (7:51)
06. When It’s Time To Say Goodbye (7:51)
07. Reset (5:32)
08. Walking Shadows (3:39)
Photo 1 © Dave Stapleton, 2 © Tumen Dondukov


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