R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Rez Abbasi, sessantenne chitarrista americano di origini pakistane, abbandona temporaneamente la chitarra elettrica pubblicando Sound Remains, diciassettesimo album e terzo capitolo del suo gruppo interamente acustico, diventato un quintetto in questa specifica occasione. Abbasi non è un musicista molto conosciuto in Europa. Off Topic ne aveva solo accennato occasionalmente riguardo a una recensione del batterista Dan Weiss pubblicata nel 2022 – vedi qui – ma in questo caso ci occupiamo invece di un lavoro che attesta il ritorno alla chitarra non elettrificata da parte dell’Autore, scelta effettuata senza alcun atteggiamento nostalgico ma che ci permette di cogliere alcune interessanti novità. Abbasi percorre, comunque sia, una linea di continuità con il passato che prescindendo dall’utilizzo di un tipo di strumento rispetto ad un altro, disegna un percorso ormai completamente maturo ed affinato sempre più ad ogni ulteriore uscita discografica. Il tutto si configura come un’ulteriore iterazione di un processo compositivo e performativo già ampiamente esplorato dall’Autore. Qui la voce della chitarra acustica con corde in acciaio – dal suono scorrevole ma talora aspro e imprevedibile – canta con un altro respiro che tende a farsi velatamente più rarefatto, trasparente e lirico ma conservando una tonalità tutt’altro che fredda. Il ritorno all’acustico, quindi, non costituisce alcuna svolta, bensì un consolidamento stilistico, dove la chitarra di Abbasi priva della disponibilità di effetti elettronici, si inserisce con nitida chiarezza all’interno di una perfetta trama collettiva.

Lo stile del chitarrista, tendente alla fusion o meglio ad un’ibridazione dagli ampi confini culturali ma senza sostanziali iper-virtuosismi, si affianca al vibrafono di Bill Ware, un autentico prisma che rifrange vitree linee melodiche, una voce sicura attiva per lo più insieme alla chitarra che tende a sciogliersi tra gli accordi di quest’ultima, trasfigurando l’intera materia sonora prodotta. Insieme a questi due musicisti troviamo la collaudata coppia Stephan Crump ed Eric McPherson, rispettivamente al contrabbasso e alla batteria. Entrambi si organizzano come un tessuto sinaptico lavorando su pause, dinamiche sospese ed equilibri mai completamente statici. Si aggiunge a questa formazione il contributo percussivo di Hasan Bakr, nato a Savannah, in Georgia, nutrito di tradizione Gullah-Geechee – un gruppo etnico afroamericano che vive in una zona del sud degli Stati Uniti compresa tra la Carolina, la Georgia e la Florida – e che introduce un grado di energia supplementare, inserito in pratiche ritmiche colloquiali e in una sorta di ritualità iterativa che contrasta e al tempo stesso integra il lessico del jazz contemporaneo. In effetti le percussioni, unite al ruolo della batteria, contribuiscono a compensare le tendenze aeree della chitarra e del vibrafono, mantenendo i due strumenti più ancorati al terreno. ll gruppo realizza così un’interazione calibrata, dove la musica ottenuta si potrebbe allegoricamente rappresentare come un’ipotetica scacchiera in cui ogni casella pulsa di colori e profumi difformi, rimanendo però all’interno di un perimetro rigorosamente geometrico. Tutto si realizza in un gesto complessivo che non si chiude definitivamente ma rimane sospeso, evocando presenze, circolarità melodiche, ricordi sfumati. Non c’è retorica in Sound Remains. C’è piuttosto un linguaggio fluido, essenziale e diretto, che si organizza in un’alchimia rara, costruita senza sprechi, generando un risultato che non punta all’immediatezza espressiva, ma a una stratificazione insieme sonora e concettuale. Nel suo essere postmoderno, il disco appare dunque come viva testimonianza di una continuità coerente negli anni e non certo come una insolita devianza radicale.
Presence, il brano di apertura, è un tableaux riassuntivo delle linee guida che s’incontreranno nell’album. Un incrocio di melodie introdotte da un breve incipit alla sola chitarra, immersa in un clima che ribolle di ritmi e colori etnici, caratterizzato spesso dalla sovrapposizione tra vibrafono e la stessa chitarra. Ma il cuore di questo brano, in modo evidente, è l’intensa rete ritmica che sostiene sia l’assolo di Ware prima e quello di Abbasi poi. Musica piena di salti tonali, in continuo movimento ma dove si identifica comunque un tema che si ripete, anche se solo verso l’ultima parte del brano. Da sottolineare il controllo millimetrico di tutta l’operazione, sicuramente complessa ma non cerebrale. You Are possiede anch’esso un incipit chitarristico in sincrono con il contrabbasso. Il brano appare più moderato rispetto al precedente e le oscurità un po’ sibilline che appaiono tra le pieghe rendono l’atmosfera della traccia velatamente misteriosa. Il tema viene ripetuto più volte insieme al vibrafono, creando un approdo frequente tra un’improvvisazione strumentale e l’altra. Bello l’assolo di Abbasi, melodico, tecnico quanto basta ma non soverchiato da ansie velocistiche, sufficiente comunque, per chi non conoscesse l’Autore, per farsi un’idea più limpida della sua bravura. Oltre a questo momento riservato alla chitarra, registriamo una significativa esposizione di Bakr che espande la sua tavolozza ritmico-coloristica, seguito da una prova solista misurata ma molto tecnica da parte del vibrafonista. Dulcis in fundo, un contrabbasso in solitudine che a dir la verità già si era parzialmente esposto nelle battute iniziali del brano. L’intreccio strumentale complessivo è magistrale e capace di stimolare una particolare voluttà d’ascolto.

Questar era il pezzo d’apertura dell’album di Keith Jarrett, My Song (1978). Non è facile reinterpretare Jarrett, anche se in questo caso cambia lo strumento principe. La versione che ne offre Abbasi è buona ma perde quella tinte liriche che, nel brano originale, venivano svolte dall’accoppiata tra lo stesso Jarrett e Jan Garbarek al sax. Un accompagnamento ritmico che rimanda a Zawinul e l’usuale relazione tra chitarra e vibrafono rendono comunque sufficientemente ariosa questa prova, evitando il rischio di un’eccessiva disarticolazione. Qui Abbasi si diverte con un assolo tra i più complessi e altrettanto bene risponde Ware al vibrafono, mentre la coda è affidata al contrabbasso. Folk’s Song è un delicatissimo momento a due, sviluppato dalla chitarra e dal vibrafono. Un brano epicedico, intimo e volatile che sviluppa un ricordo sfaccettato nel racconto di temi profondamente personali. Spin Dream riprende i toni più vitali già ascoltati nei brani precedenti ma senza fretta, non si superano i limiti di uno swing moderato in pieno controllo strumentale. Eccellenti sono le poliritmie ottenute dalla feconda collaborazione tra McPherson e Bakr su cui chitarra e vibrafono corrono spesso all’unisono, dimostrando l’importanza della scrittura, soprattutto in un brano come questo. L’assemblaggio degli strumenti è plastico, cangiante, realizzato senza sforzo alcuno. In questo ambiente dinamizzato, cum grano salis emergono gli increspati fraseggi di Abbasi e Ware che dimostrano una volta di più la totale, assoluta intesa reciproca. Lonnie’s Lament è un brano di John Coltrane del 1961 tratto dall’LP Crescent (1964). Evidentemente ad Abbasi piace rischiare e dopo Jarrett se la vede con Coltrane, dove la sua chitarra fretless ripropone il tema elegiaco originalmente soffiato dal sax tenore del famoso sassofonista. Come nel caso precedente di Questar, la versione riesce bene ma il clima viene per forza di cose modificato dalla formazione differente rispetto all’incisione originale, perdendosi un po’ del calore tematico infuso dallo strumento dello stesso Coltrane. L’inizio è affidato al contrabbasso archettato, al vibrafono e alle percussioni che preparano il terreno sui cui la chitarra melodizza. Comunque anche in questo caso è presente un’intensa improvvisazione che si muove tra il solito gran lavoro percussivo e l’intreccio consolidato di Abbasi e Ware. Meet the Moment procede sulle corde arpeggiate della chitarra per poi confluire in un pieno strumentale in cui si evidenziano, a turno, gli assoli di chitarra e vibrafono. I molti cambi tonali rendono il brano piacevolmente mosso anche se diventa difficile isolare dei temi riconoscibili. Ma la bellezza di questi groove, più giocosi e meno intimisti, consiste proprio nella loro misurata indecifrabilità. Conclude Purity, il brano più anomalo dell’album, con le sue valenze rockkeggianti e l’incipit di chitarra a corde piene. Una batteria in tempi interi costituisce quasi un’eresia in un album come questo ma ci pensano i due strumenti principali con la continua dialettica dei loro assoli ad impedire curiose derive verso territori più pop. Il contrabbasso si concede un vigoroso assolo nel finale, suggellando l’ultimo slancio pulsatorio dell’album.
Un grande nitore estetico caratterizza questo lavoro acustico, in cui una ricercata pulizia sonora mantiene gli strumenti, pur melodicamente intrecciati, in una sufficiente dimensione individuale tale da impedire loro di sovrapporsi disordinatamente gli uni agli altri. Anche la solida componente ritmica, se non fosse stata così ben condotta, avrebbe potuto impolverare una musica che invece scorre senza intoppi né incertezze, con una sua logica programmatica, costituendo una originale contro-mappatura dei luoghi comuni attorno alla musica jazz prodotta dai chitarristi, spesso condannati a ruoli troppo tradizionali o derivativi.
Tracklist:
01. Presence (08:08)
02. You Are (08:05)
03. Questar (06:44)
04. Folk’s Song (02:18)
05. Spin Dream (07:58)
06. Lonnie’s Lament (08:00)
07. Meet the Moment (07:27)
08. Purity (06:46)
Photo © Kiran Ahluwalia






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