R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

«Volevano sapere perché ho fatto quel che ho fatto. Be’, signore, penso che ci sia solo malvagità a questo mondo». Finisce così, con questa dichiarazione di totale nichilismo, il brano che dà il titolo a Nebraska, l’album acustico – no – solista – no – folk, con il quale Bruce Springsteen spiazzò il mondo della musica. Reduce da un trittico di dischi fenomenali (Born To RunDarkness On The Edge Of TownThe River), con in mano il regno del rock, Springsteen appena scese dal palcoscenico si accorse di non saper fare altro. Aveva raggiunto il sogno della sua vita, aveva fatto della sua vita quello che desiderava più di ogni altra cosa, ma ora la sua vita gli chiedeva il conto, facendolo sprofondare in un abisso di depressione e solitudine.

Nebraska parla del suo autore in maniera spesso indiretta, facendogli indossare i panni di altri, ma è un viaggio nel buio che avvolse Bruce in quegli anni. L’edizione ampliata che esce domani spiega meglio quel viaggio e ci regala alcuni momenti di cui da tempo si favoleggiava.

Sì, perché ben sappiamo come la versione ufficiale di Nebraska sia stata registrata a mo’ di provino da portare in studio, rivelandosi poi quella migliore per la pubblicazione. Da sempre però aleggiava il più fitto mistero su quello che realmente successe in studio, quando la E Street Band, da sempre in grado di interpretare al meglio le volontà e le direzioni musicali del proprio leader, non riuscì a “rivestire” quei brani con il suo ormai inconfondibile marchio di fabbrica. La risposta oggi è chiara: la versione ufficiale di Nebraska è la migliore possibile e probabilmente uno dei momenti più alti dell’intera carriera di Bruce. Ecco perché io non definisco Nebraska un disco solista, bensì un disco solitario, una solitudine necessaria per il suo autore, che in quell’abisso succitato, si calò per far luce su sé stesso, raccontandocelo, in musica, nella maniera perfetta: da solo.

Gli echi, i riverberi, le imperfezioni, perfino le ripetizioni di alcuni passaggi nelle canzoni (la frase «deliver me from nowhere», non a caso diventata centrale nell’analisi dell’album sia di Warren Zanes che di Scott Cooper, ripetuta in due canzoni) fanno parte di un percorso che non poteva essere fatto diversamente.

«Mi ha colpito una cosa strana, sì certamente, come alla fine meritata di ogni duro giorno, tu possa trovare una qualche ragione per credere». La ricerca di significato è alla base del disco e dell’isolamento di Bruce, teso a trovare una direzione che riempisse la sua esistenza giù dal palco e lontano dallo studio di registrazione. Un viaggio che attraversa la sua infanzia, ovviamente il rapporto col padre, la tonnellata di sensi di colpa che l’educazione rigida delle suore di Freehold gli hanno imposto, il senso di peccato e tradimento, i valori di famiglia e onestà. Tutto questo si trova nei quaranta minuti scarsi di Nebraska e viene amplificato dalle outtakes presenti nella nuova edizione.

Losin’ Kind sembra Highway Patrolman raccontata da Frankie Roberts: «Mi chiamo Frank Davis, guido una Dixie 109. Ero sulla Highway 17, appena a sud di Camden Town. È stato lì, nel cuore di Wilsonville, che ho incontrato il mio destino». Un tipo perdente, che certo non è “andato via per vincere” come il protagonista di Thunder Road, uno che sa invece di essere “Born to lose”, altro che. La fuga dopo la rapina, l’incidente da cui esce vivo per miracolo, come gli fa notare l’agente che li stava inseguendo, la sua risposta, tra Frankie Roberts e Charles Starkweather: «Figliolo, sei fortunato ad essere vivo». «Beh, signore, ci penserò su, se non le dispiace. La fortuna non ti serve a molto quando sei un perdente». Losin’ Kind è “nebraskiana” al 100%.

Child Bride e Working on the Highway si fonderanno poi assieme nel disco successivo, qui raccontano la stessa storia, un amore difficile messo alla prova dagli ostacoli che “l’uomo medio” è costretto ad affrontare e che spesso condizionano in maniera pesante la propria vita.

Sia Atlantic City che Johnny 99 parlano di debiti «che un uomo onesto non può pagare», altro aspetto della stessa medaglia.

Downbound Train, anch’essa recuperata due anni dopo, sia nelle outtakes, che soprattutto nella versione elettrica, trasforma la rabbia sorda e l’angoscia in furia punk, ma l’atmosfera resta comunque quella di Nebraska, come rappresentato dalla corsa del protagonista nel buio dei boschi di notte. «Ho messo la giacca, ho corso per i boschi, ho corso finché ho creduto che il mio petto esplodesse. Là nella radura, oltre l’autostrada, sotto la luce della luna la nostra casa risplendeva». Casa vista come rifugio e simbolo di amore, come quella paterna, che con questa ha diversi punti di contatto: «Ho fatto i gradini e mi sono fermato; nel portico una donna che non ho riconosciuto si è fatta avanti e mi ha parlato attraverso una porta chiusa da una catenella. Le ho raccontato la mia storia e le ho detto per chi ero venuto. Lei disse: Scusa tanto, figliolo, ma nessuno con quel nome abita più qui».

Proprio My Father’s House si chiude con una frase che dice molto sul mood del disco: «La casa di mio padre brillava e risplendeva meravigliosa e si ergeva come un faro che mi chiamava nella notte. Chiamava e chiamava così fredda e solitaria. Risplendeva oltre questa scura autostrada dove giacciono inespiati i nostri peccati». Curioso che proprio l’autostrada, simbolo di libertà ed avventura («the highway is jammed with broken heroes») qui sia accostata all’espiazione, mancata, di peccati che forse stanno alla base dell’oscurità stessa, come accennato all’inizio. I peccati inespiati si contrappongono alla “ragione per credere”, l’ineluttabilità della vita incombe sulle canzoni e soprattutto sul loro autore, gli echi che spesso compaiono nel disco sono grida disperate di chi cerca aiuto, ma allo stesso tempo è consapevole che solo nel buio riuscirà a capire come trovare una via d’uscita.

Pink Cadillac cala in questa atmosfera la storia di Elvis, paradigma di ogni personaggio pubblico, oggi come allora. La versione che conoscemmo anni fa, scanzonata nel suo rockabilly danzereccio, attenua non di poco la tristezza del testo, la triste caricatura del rocker che si atteggia in modo grottesco, l’ennesima metafora tra auto e sesso, con una cadenza che nasconde una smorfia dietro al più smagliante (e falso) dei sorrisi. Bruce ci tornerà sopra in Western Stars.

La parte delle outtakes è sicuramente la più interessante dei contenuti extra.

La versione dell’album dal vivo è coinvolgente, perché mette Bruce di fronte ai suoi stessi fantasmi a quarant’anni e passa di distanza. La scelta di eseguirlo in uno spazio vuoto, esattamente come accadde per Darkness On The Edge Of Town, invita chiunque veda ed ascolti ad unirsi a lui, sedie vuote non per mancanza di pubblico, ma per fare spazio a tutti. La dimensione acustica si confà perfettamente allo Springsteen attuale; accompagnato senza invadenza da Charlie Giordano e Larry Campbell, Bruce dimostra la capacità più unica che rara di poter riempire i vuoti che lo circondano, mettendo in pratica “La Grande Lezione” che da Woody Guthrie e Pete Seeger è arrivata fino a noi attraverso il più grande di tutti, Bob Dylan. Resta comunque evidente, forse qui nella maniera più lampante, l’unicità di “quelle” versioni. Fortunatamente per lui, il Bruce alle soglie dei 75 anni è sceso a patti coi fantasmi che si sentono nella voce del Bruce di 33.

All’interno di quella camera da letto a Colts Neck successe qualcosa che accade raramente: una sorta di magia, probabilmente nera, che incise su quei nastri provvisori la lotta tra un uomo ed i propri demoni. Qualcosa che va oltre la mera esecuzione, va oltre al tipo di microfoni usati, va oltre agli scricchiolii delle sedie a dondolo. Dentro quei solchi c’è probabilmente la registrazione più sincera e senza filtri della storia del rock. Impossibile quindi replicare tale magia, da qui la decisione, assolutamente saggia, di usare quelle registrazioni.

Così come in Born To Run si percepisce chiaramente l’urgenza di qualcosa che deve accadere per forza in quel momento, altrimenti non ci saranno altre possibilità («the word’s been passed this is our last chance»), in Nebraska l’angoscia esce da ogni nota. Bruce usa Starkweather per guardare in faccia il male, i protagonisti di Atlantic City, i poliziotti, i loro fratelli e Johnny 99 per fare i conti con la propria integrità e capire a quali compromessi sia disposto a scendere, affronta il rapporto col padre tra auto usate e case irraggiungibili. Ed alla fine sorride amaro, di chi nonostante tutto, crede ancora a qualcosa.

Inutile negare però che l’attesa maggiore per questo cofanetto fosse legata alle fantomatiche session elettriche, ossia il momento in cui, come ipotizzato, i demo acustici e nemmeno perfetti, avrebbero dovuto rivestirsi della potenza e della maestria della E Street Band. Altrettanto evidente che l’ascolto di questa parte del cofanetto non faccia altro che rafforzare la convinzione che ho espresso ad inizio articolo: l’unica versione possibile di Nebraska è quella uscita nel settembre del 1982.

Mi ero entusiasmato non poco per la Born In The USA di quelle session (leggi qui), entusiasmo che è rimasto, come la consapevolezza che quella versione non avrebbe portato Bruce alla dimensione “universale” di star, ma il cd Electric Nebraska, certamente non disprezzabile, ci racconta finalmente in modo chiaro la verità: la E Street Band non era fatta per quelle canzoni; e se non lo era la ESB, beh allora non lo era nessuno, tranne Bruce.

Downbound Train, come detto, è un punk che ti sbatte al muro e ti sconcerta, non so dire bene se mi piaccia o meno, certo non passa inosservata ed il testo risente delle circostanze. Nebraska ed Atlantic City non aggiungono granché agli originali, anzi perdono di drammaticità non tanto per via della band (non invasiva), quanto per l’eccessiva pulizia della registrazione. Le versioni “full band” sono comunque rintracciabili nelle diverse esecuzioni proposte nel corso degli anni. Atlantic City è stata rivestita di gospel prima e di Irlanda in seguito, Johnny 99 ha mascherato la tragedia che racconta in una cavalcata country-rock (con tanto di uh-uh del treno, forse a simboleggiare i lavori forzati citati anche in Working On The Highway), la storia dei fratelli Roberts è stata raccontata nei concerti delle Seeger Sessions, concerti dove Open All Night era un momento irrinunciabile, nel Reunion Tour Mansion on the Hill alzava parecchi centimetri di pelle d’oca.

Ogni volta che usciva un qualche arrangiamento nuovo, la fantasia dei fans correva a quelle sessions, che oggi possiamo ascoltare ed apprezzare, ma che soprattutto ci dicono una cosa fondamentale: di Nebraska esiste solo una versione. Ciò non toglie che questo cofanetto sia un passaggio molto importante per chi voglia conoscere a fondo la carriera di Bruce. Così come per Tracks 2, il giudizio non deve concentrarsi solo sulla “qualità” dei brani (comunque non stiamo parlando di brutte versioni), ma sul posto che occupano all’interno del percorso artistico (ed umano) del loro autore.

Nebraska ’82 chiude un cerchio cruciale, in un periodo assolutamente basilare della carriera di Bruce. Nel libro di Warren Zanes (la cui importanza è pari se non superiore al cofanetto, da questo punto di vista) ad un certo punto c’è una frase che mi ha colpito molto e nella quale mi sono subito identificato anche se “anagraficamente” non faccio parte di quella generazione di fans: «Nebraska è l’album che ci ha permesso di accettare Born in the USA». Assolutismi provocatori a parte, la discesa agli inferi di quegli anni ha sicuramente reso Bruce un artista con le idee più chiare su sé stesso e sulle sue scelte e fa da contraltare alle concessioni “eighties” del suo successore (e fratello minore, non dimentichiamolo).

Una volta lessi da qualche parte un dialogo tra amanti del vinile e amanti del cd. I secondi dicevano: non amo il vinile ha troppo “rumore di superfice”! E i primi rispondevano: la vita ha il “rumore di superfice”! Nebraska ha un fortissimo rumore di superfice, guai a negarlo e soprattutto a provare a zittirlo.

Disc 1: Nebraska Outtakes

  1. Born in the U.S.A.
  2. Losin’ Kind
  3. Downbound Train
  4. Child Bride
  5. Pink Cadillac
  6. The Big Payback
  7. Working on the Highway
  8. On the Prowl
  9. Gun in Every Home

Disc 2: Electric Nebraska

  1. Nebraska
  2. Atlantic City
  3. Mansion on the Hill
  4. Johnny 99
  5. Downbound Train
  6. Open All Night
  7. Born in the U.S.A.
  8. Reason to Believe

Disc 3: Nebraska (Count Basie Theatre, Red Bank, NJ)

  1. Nebraska
  2. Atlantic City
  3. Mansion on the Hill
  4. Johnny 99
  5. Highway Patrolman
  6. State Trooper
  7. Used Cars
  8. Open All Night
  9. My Father’s House
  10. Reason To Believe

Disc 4: 2025 Remaster

  1. Nebraska
  2. Atlantic City
  3. Mansion on the Hill
  4. Johnny 99
  5. Highway Patrolman
  6. State Trooper
  7. Used Cars
  8. Open All Night
  9. My Father’s House
  10. Reason To Believe

Disc 5 (Blu-Ray): Nebraska (Count Basie Theatre, Red Bank, NJ)

  1.  Nebraska
  2. Atlantic City
  3. Mansion on the Hill
  4. Johnny 99
  5. Highway Patrolman
  6. State Trooper
  7. Used Cars
  8. Open All Night
  9. My Father’s House
  10. Reason To Believe

Una risposta a “Bruce Springsteen – Nebraska ’82: Expanded Edition (Sony Music, 2025)”

  1. Bello bello questo articolo.

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