L I V E – R E P O R T


Articolo di Paola Tieppo, immagini sonore Erminio Garotta

“Siamo dentro la storia del jazz” sono state le parole di apertura di Angelo Bardini, vice presidente del Piacenza Jazz Club e direttore artistico delle programmazioni inerenti Piacenza Jazz Fest e Milestone Live Club, al concerto dello scorso 30 ottobre nel Club gremito all’inverosimile. Un programma particolarmente prezioso in questa stagione e fra le punte di diamante il Peter Erskine Quintet. Già basterebbe il nome del titolare a richiamare l’attenzione. Iconico batterista, compositore, docente, produttore nato in New Jersey, classe 1954, presente in settecento dischi -jazz, fusion, pop, colonne sonore di film- numerosissime collaborazioni, fra cui, sono argomento della serata, gli anni d’oro dei Weather Report, con cui ha vinto il primo Grammy Award, e gli Steps Ahead. Poi un altro Grammy e 7 nominations, svariati riconoscimenti, un dottorato onorario di musica al Berklee College Of Music di Boston nel 1992… non per niente il ‘personaggio’ è ormai identificato come Dr.Um, anche simpatico gioco di parole sul suo strumento!

Peter fu proprio fra i primi membri degli Steps Ahead, costituiti nel 1979 da Mike Mainieri, newyorkese, classe 1938, vibrafonista, compositore e arrangiatore, altrettanto attivo in ambiti jazz e fusion, pop e rock -e ricordo un album dei Dire Straits che continuo ad amare moltissimo, Love Over Gold-, fra i primi a proporre il sinth-vibe, il vibrafono elettrico, finalmente sto per ascoltarlo, sotto i miei occhi, stasera. Rischio di sembrare monotona presentando gli altri tre protagonisti, poiché tutti vantano carriere decennali, Grammy ed altri premi vinti ed illustrissime partecipazioni in progetti di musicisti importantissimi: è difficile scegliere quali citare, non me ne vogliano per le omissioni, e pertanto invito ad approfondirne i percorsi artistici. Chick Corea, Harbie Hancock, Michael Brecker, tre su tanti, nel caso del polistrumentista statunitense, nato nel 1952, Bob Sheppard qui al sassofono. Miles Davis e Freddie Hubbard sono solo due dei riferimenti per il pianista e compositore John Beasley, classe 1960, anche direttore d’orchestra e fondatore della Monk’estra, big band chiaramente dedicata a Thelonious Monk.

Matthew Garrison, newyorkese, nato nel 1970, nome inevitabilmente accostato a quello del padre Jimmy, contrabbassista di John Coltrane, da cui ha ereditato il talento e lo strumento, però in versione elettrica, ne è considerato un virtuoso ed innovatore, ha suonato, ad esempio, con Jack De Johnette, suo secondo padre, Gary Burton e John McLaughlin. Mi trovo di fronte quindi ad una formazione ‘stellare’, come mi piace definirla, sono ad un passo dal palco, circondata da persone di ogni età, ancora una volta sento il potere aggregativo e uniformante della musica… confesso: sono già felice prima che cominci!

L’inizio è una conversazione soft fra batteria, basso e piano, il sax si unisce qualche istante dopo, il suono è pieno, vibrante e corrisponde a Lost Page, dall’album Dr.Um (2016). Stessa provenienza per la successiva Hawaii Bathing Suit in cui il trio basico si ritaglia uno spazio, mettendo in evidenza la tastiera Yamaha Montage suonata da Beasley, la sonorità sintetizzata stile hammond, e, dopo un bel passaggio di Erskine, Sheppard si ricongiunge con energia alla band, riprendendosi un ruolo di rilievo.

L’eclettico batterista introduce ora Mike Mainieri, antico sodale, e i quattro battenti danzano sulle lame metalliche ‘coreografando’ Pools tratto da Hearts And Numbers (1985) di Don Grolnick, che lo firma, e Michael Brecker, nella cui line-up era presente lo stesso Erskine. Il vibrafonista parte apparentemente lieve, come se si stesse riscaldando, scambiando frasi con il tenore di Bob, nelle proprie pause si siede ma quando si accosta allo strumento brilla consapevolezza nel suo sguardo, mentre Peter lo osserva sorridendo compiaciuto. John è passato al pianoforte ed il suono si intreccia con il drumming, predomina in brevi tratti, si distingue quando la mano sinistra è in cordiera e la destra sui tasti. Matthew sostiene il tutto con classe e discrezione. Il quarto brano, dalla penna di Mike, è Island, il dialogo è delicato ma in crescendo fra vibrafono e batteria. Al termine, tutti lasciano il palco, tranne Matthew Garrison che propone un solo con il suo elegante basso nero a cinque corde, essenziale, un paio di pedali, un suono che cattura e scivola in una delle pietre miliari di Mike Mainieri: Self Portrait. Entra prima Erskine e va di spazzole, poi ad uno ad uno i compagni ripopolano il palco e si levano note fra le più famigliari per me, in una versione che regala un senso di bellezza, armonia, serenità e gratitudine. Il pezzo successivo è Young & Fine (1978) di Joe Zawinul, colonna portante dei Weather Report, formazione fra le più significative della fusion.

Ovviamente questo sound sta scorrendo a fiumi stasera, qui con un bell’intreccio fra sax e batteria, ma ognuno contribuisce alla sinergia. Mainieri si è decisamente riscaldato e riprende i battenti con la testa rossa, che già in precedenza ha alternato a quelli dalla testa viola, due nella mano sinistra ed uno soltanto nella destra, con maggiore velocità, conquistando l’ennesimo fragoroso applauso, poi lascia la scena ai quattro coprotagonisti. Ancora la firma di Joe Zawinul per Speechless, scritta per i Weather Report ed inserita da Erskine nell’album Dr.Um del 2016. L’apertura è a cura del batterista con Garrison e Beasley alla tastiera che il computer assimila ancora all’hammond, il battito è lento con tocchi sul piatto, sempre accompagnati dal sorriso luminoso di Peter e anche quando si inserisce Sheppard la dolcezza non perde spessore, le ultime battute sono proprio per le bacchette del titolare. Anche Okraphilia e Northern Cross sono composizioni di Erskine, presenti nel già citato album del ‘Dottore’. Di nuovo in quartetto la prima, John torna al pianoforte Yamaha, come un vortice cresce, non è possibile perdersi altrove, sono saldamente calata nel momento presente. Una pausa, in cui Erskine ripresenta tutti, e la seconda si arricchisce per il gran finale delle vibrazioni di Mainieri. Il quintetto è coeso nel flusso sonoro, un lungo assolo del batterista, tutt’uno con il suo strumento, poi conta “one two three” e la conclusione è di nuovo all’insegna della fusione, in tutti i sensi. Anche il pubblico è unanime nel richiedere un encore ed eccolo: Dee Minor (1999) dalla discografia degli Steps Ahead, gli altri ispiratori del progetto odierno, e Mainieri brilla particolarmente, a dispetto di due sole malletts fra le mani. Ripetuti sguardi fra i cinque, compiacimento e sorrisi che si allineano a quelli di tutti i presenti.

Un concerto che è davvero “un regalo”, per tornare alle parole di Bardini: oltre un’ora e mezza di magia, di meraviglia, la ‘storia’ che genera altra storia, con le  ‘leggende’ che si mescolano ai loro appassionati per un autografo, una foto, due chiacchiere… A tal proposito, ringrazio pubblicamente John Beasley che mi ha aiutata a completare la set list con alcuni titoli che mi mancavano. Cos’altro aggiungere? Tanto evidente, forse superfluo, ma autentico… #eiovadoadormirefelice

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