A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
Gli intrecci di Yuko Mohri esposti nello Shed di Pirelli HangarBicocca, non sono proprio una novità assoluta, direi anzi che si tratta di una tipologia di opere che non costituiscono certo una novità dirompente, poiché discendono da quella lunghissima tradizione di “macchine” che hanno origine nella macinatrice di cioccolato duchampiana che ha dato il via ad una teoria di opere ed artisti ormai nutritissima e che ha toccato i suoi picchi con Jean Tinguely. Ma Yuko Mohri, giovane artista di Tokyo deve molto della sua formazione anche all’opera di artisti più vicini alla sua epoca come Carsten Nicolai e Ryoji Ikeda. Naturalmente c’è meccanicismo e meccanicismo e i congegni cinetici di Yuko Mohri hanno come ovvio una loro particolarità, sebbene sempre in quel solco di cui abbiamo detto. É la trasformazione dell’opera che interessa l’artista giapponese, soprattutto se questa trasformazione non è completamente controllata, né controllabile.

Entanglements è stata realizzata appositamente per lo spazio dello Shed ed è incentrata sul concetto di interconnessione fra oggetti, energie, suoni e persone. Le opere reagiscono cioè a fenomeni fisici presenti nello spazio, che sia esso il passaggio dei visitatori, la mutazione della luce o gli impulsi biochimici di esseri vegetali. Insomma tutto avviene in quello che adesso viene definito come tempo reale. I fenomeni anche meno visibili come il movimento della polvere nell’ambiente sono oggetto di attenzione dell’artista: in I/O, opera del 2011, lunghi rotoli di carta si muovono sfiorando il pavimento e raccogliendo minuscoli granelli di polvere che poi, letti attraverso un sensore, vengono convertiti in impulsi elettrici che attivano una serie di oggetti come piumini, lampadine, vecchi strumenti musicali. È certo che la tecnologia ha fatto, molto più di quanto lo stesso Duchamp potesse immaginare, tanto da sostituire i fini ideologici dadaisti, con una autoreferenzialità che qualche volta, ma solo qualche volta, stentiamo a fare nostra.

L’osservazione dei fluidi, ovviamente a partire dall’acqua è una delle tematiche forti di Yuko Mohri, e lo si vede in un’opera delicata e poetica come Moré Moré un lavoro che prende spunto dalle riparazioni improvvisate nella metropolitana di Tokyo effettuate a seguito di infiltrazioni d’acqua. È proprio qui che il fluido dimostra tutta la sua imprevedibilità creativa. Si tratta di una sorta di resilienza creativa per porre rimedio alla imprevedibilità dell’acqua. Nell’opera l’acqua viene costretta attraverso un percorso fatto di tubi, pentole, contenitori, recipienti di uso quotidiano fissati con un filo di nylon e sospesi nel vuoto. Qui il movimento del liquido crea suoni e dinamiche del tutto impreviste e quindi il tributo alle macchine di Tinguely è quanto mai esplicito. Anche gli ecosistemi sono al centro dell’interesse dell’artista, per esempio in Flutter (2018/2025), dove un circuito attivato da input ambientali, come la luce, genera una serie di reazioni a catena che coinvolgono anche dei pesci rossi in un acquario il cui conseguente movimento produce altri impulsi: il tutto mette in moto una sorta di armonium ad aria, dotato anche di una tastiera, che produce suoni anche grazie alla vibrazione di ance metalliche. Sottile qui il riferimento (i pesci rossi in acquario) ad un mostro sacro delle video installazioni come Nam June Paik.

L’esposizione, non è di impatto immediato e richiede allo spettatore oltre ad uno stato d’animo aperto e desideroso di emozioni impalpabili, anche una buona dose di curiosità per così dire scientifica, cosa sempre più spesso richiesta nelle mostre di alcune grandi istituzioni culturali come HangarBicocca, la Triennale in Italia o la Fondation Cartier in Francia, solo per citarne alcune. Magari un po’ troppo cervellotica risulta essere invece Piano solo: Belle-île del 2024 dove uno schermo proietta le immagini girate dal Yuko Mohri sull’isola di Belle-Île-en Mer in Bretagna che fu soggetto di un celebre quadro di Claude Monet. La Mohri aggiunge al video un pianoforte meccanizzato che suona sfruttando gli impulsi acustici della registrazione sonora effettuata sul fondale marino dell’isola. Una operazione a mio avviso inutilmente contorta per un risultato piuttosto deludente. (va solo ricordato, un po’ a sua discolpa, che l’opera fu concepita durante la pandemia, periodo maledetto ma fertile da un punto di vista creativo).

Di impatto pur nella sua semplicità è invece You Locke Me Up in a Grave, You Owe Me Least the Peace of Grave, realizzata nel 2018: si tratta di una installazione che comprende una scala a chiocciola sospesa nel vuoto e quattro altoparlanti rotanti il cui titolo, “Mi avete rinchiuso in una tomba, mi è dovuta almeno la pace di quella tomba” fa riferimento alla prigionia del rivoluzionario francese Louis-Auguste Blanqui che invocava almeno il silenzio mentre era rinchiuso nel carcere di Taureau nel 1871. Ma il concetto espresso più o meno esplicitamente dall’artista è quello di rivoluzione, intesa come trasformazione profonda capace di abolire un ordine esistente per crearne uno nuovo. La scala a chiocciola è un riferimento velato ma non troppo al Monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatlin, il più illustre esponente del costruttivismo sovietico; gli altoparlanti rotanti sono costruiti sul modello dell’amplificatore Leslie che crea un effetto Doppler ovvero la frequenza del suono aumenta se l’osservatore si avvicina e diminuisce se si allontana. Il suono è ciclico, una sorta di rivoluzione permanente che richiama i grandi cicli storici e persino i corsi e ricorsi di vichiana memoria. Sì, lo so, aveva forse ragione Karl Kraus quando affermava che artista è colui che sa fare di una soluzione un enigma. Ma l’arte è bella per questo, costringe a non impigrire la mente e se non la volete impigrire c’è tempo fino al prossimo 11 gennaio…





Photo © Agostino Osio – Courtesy of Pirelli HangarBicocca, Milano





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