L I V E – R E P O R T
Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Marco Cassé
The Psychedelic Furs al Fabrique: crudezza, grazia e riconoscimento
Sono arrivata con largo anticipo. Volevo vedere il Fabrique riempirsi lentamente di attesa. Le persone entravano piano, senza fretta, senza clamore. Volti diversi, età diverse. Alcuni con magliette sbiadite, altri con occhi curiosi. Nessuno sembrava lì per nostalgia. Piuttosto, per una forma di riconoscimento. Come se il concerto fosse un appuntamento rimandato da troppo tempo.

Quando i Psychedelic Furs sono saliti sul palco, non c’è stato alcun annuncio. Nessuna scenografia, nessun effetto. Solo sei musicisti e una voce che ha attraversato il tempo. Hanno aperto con Heaven. “Heaven is the whole of the heart / And heaven don’t tear you apart.” Butler l’ha cantata con voce roca, teatrale, ma senza eccessi. Sembrava più intento a trasmettere che a impressionare.
La band è composta dai fratelli Richard e Tim Butler, fondatori e cuore pulsante del gruppo. Richard, voce e presenza magnetica, non ha bisogno di muoversi troppo. Basta la sua voce. Ogni parola sembra vissuta. Ogni gesto misurato. Tim, al basso, è la spina dorsale silenziosa. Accanto a loro, Amanda Kramer alle tastiere, Zack Alford alla batteria, Rich Good e Peter DiStefano alle chitarre. Insieme costruiscono un suono compatto, stratificato, sospeso tra crudezza e grazia.

La scaletta ha alternato brani storici e pezzi più recenti. Pretty In Pink, Love My Way, The Ghost In You, Heartbreak Beat — li ho riconosciuti, certo. Li ho vissuti come stanze aperte, in cui entrare di nuovo. Le tracce da Made of Rain (2020) si sono innestate con naturalezza, come vene nuove in un corpo antico.
Il pubblico era composto, attento per ascoltare qualcosa che ancora pulsa. Un momento di riconoscimento reciproco.
I Furs non hanno mai cercato di piacere. Sin dagli anni ’70, quando sono emersi nella Londra post-punk, hanno unito attitudine punk, atmosfere new wave e melodia pop in un impasto sonoro che ha influenzato generazioni. Non hanno inventato il rock & roll, ma ne hanno ridefinito i confini. La loro musica ha attraversato radio universitarie, club visionari, festival prestigiosi. Eppure, anche qui, in una sala milanese, riesce a conservare la carica viscerale delle origini.

La chiusura con India non è stata un’esplosione. È stata un dissolversi. Come se il concerto non fosse finito, ma semplicemente svanito. E io sono rimasta lì, in piedi, con un senso di gratitudine sottile. Nessuno ha chiesto di più. Nessuno ha cercato il bis. Era sufficiente.
Quella sera, al Fabrique, si è condiviso un ritorno. Un grazie sussurrato. Un cielo sonoro sotto cui, per un’ora e mezza, ci siamo ritrovati.

Scaletta completa – Milano, Fabrique, 11.11.2025
- Heaven
- President Gas
- Wrong Train
- The Ghost In You
- The Boy That Invented Rock & Roll
- Mr. Jones
- My Time
- No-One
- Love My Way
- In My Head
- Run And Run
- Until She Comes
- Pretty In Pink
- Heartbreak Beat
- It Goes On
- India









Photo Ⓒ Marco Cassé






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