R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Da quel che mi risulta, il giovane sassofonista norvegese Oskar Lindberget, con questo Hymn to a Friend. è al suo primo album da titolare. Scartabellando in rete non si trova nulla su di lui se non qualche sporadica informazione. Solo Discogs, dall’alto del suo Sapere, segnala una manciata di precedenti collaborazioni discografiche tra cui quella con il chitarrista Markus Kaardal, presente anche nella formazione a quintetto di questo lavoro. Dalle foto che appaiono in copertina sembra che questo gruppo sia composto da elementi molto giovani e ciò appare quasi sorprendente, data la maturità musicale qui evidenziata. Le performance sono controllate e composte, raffinate, fantasiose e meditate, con qualche brunitura crepuscolare che nel jazz nordico è spesso presente. È peraltro indubbio – e per averne la conferma basta ascoltare attentamente l’album – che il quintetto di Lindberget conosca bene la struttura formale del jazz per poterla piegare a questa sua personale poetica del suono.

L’opera si muove all’interno di un linguaggio colloquiale, quasi domestico e non esente da spunti lirici laddove il jazz nordico incontra l’intimismo  silenzioso dei paesaggi norvegesi. D’altra parte Hymn to a Friend rappresenta una sintesi delle esperienze maturate dall’autore tra jazz contemporaneo, musica tradizionale e influenze classicheggianti. Si rivela un’attenzione meticolosa alla coesione timbrica e alla gestione dinamica delle sezioni, con una buona varietà di atmosfere diversificate e di variabili ritmiche. Infatti il quintetto sembra muoversi su una struttura polimetrica del tempo, spesso impercettibile ma capace di suggerire continui slittamenti d’accento, come se il ritmo stesso si trovasse a respirare in modo autonomo. Il sax di Lindberget non cerca virtuosismi, ma illumina i dettagli interni del tessuto armonico con una spiccata nuance malinconica, poco incline agli abbellimenti. La musica nel suo insieme evita di essere ridondante introducendo micro-variazioni timbriche coerenti con l’approccio verso un certo tipo, ormai collaudato, di jazz scandinavo. Le melodie, spesso di natura modale, sono molto intriganti e aggraziate, sviluppandosi talvolta su fondali minimalisti che lasciano emergere con più chiarezza l’interazione tra gli stessi musicisti. Le strutture melodico-armoniche danzano su piani diversi, come un pendolo che non possa trovare mai un centro definitivo, producendo una serie di composizioni morbide e deliziosamente fragili all’insegna di una trasparente sincerità. In alcuni passaggi emerge un malizioso senso dell’humor, come ad esempio in Bela Ivanderland e in altri più leggeri come Mymble’s Theme si ritrovano tracce di uno stile già presente in gruppi come Martin Tingvall Trio, cioè una forma quasi classica d’interpretazione di un jazz dall’aspetto tipicamente scandinavo. D’altra parte queste composizioni bilanciano le ombre più contemplative di Evig o Arp o le melopee quasi liturgiche di Gulleborg. Il quintetto, oltre che dal sax tenore di Lindberget è costituito dal pianoforte e dalle tastiere di Øystein Folkedal, dalla chitarra del già citato Markus Kaardal e infine dalla sezione ritmica di contrabbasso di Håkon Huldt-Nystrøm con Tobias Rønnevig alla batteria.

Il respiro del sax dell’Autore si presenta nell’Intro in solitudine, con qualche riverbero elettronico nel sottofondo che fa scivolare questo abbrivio verso il secondo brano dell’album, Var. Un inizio molto gradevole, dal lessico spontaneo, un distillato sonoro di soave leggerezza. Mentre il sax tenore imposta un tema dalla melodia semplice e anche orecchiabile, la ritmica segue il tutto con cadenze lievi su tempi interi. I suoni sono levigati e l’intervento della chitarra pulita di Kaardal si allunga in un assolo tranquillo e solare, per poi ricollegarsi con il sax educato ma deciso di Lindberget. Bello ed efficace anche l’accompagnamento fragrante di accordi essenziali di pianoforte, tra armonici e rallentamenti ritmici. L’assolo che segue al tenore fa capire come l’Autore riesca a trattare il suo sax svincolandolo da modelli troppo evidenti. Finale con la ripresa tematica ascoltata all’inizio e quindi tutto sfuma, lasciando una piacevole coda di fluttuante astrattismo. MiRakel è un brano composto dal pianista Folkedal ed appare più in linea con elementi vicini a figurazioni melodiche aperte, del tipo di quelle che si ascoltano nei lavori di Pat Metheny. Il piano imposta l’apertura iniziale respirando letteralmente in uno spazio dischiuso e distendendosi in una trama di suoni a maglie larghe. L’insistenza su qualche nota ribattuta del pianoforte sottolinea i momenti d’armonia modale prima dell’assolo molto soffiato di sax. Certamente la frenesia non è uno stato d’animo che possa lontanamente appartenere a questi musicisti e anche Folkedal si mantiene entro quadri melodici delicati senza desideri di prevaricazione. I suoi interventi sono sempre puntuali, il brano scorre privo di ostacoli di sorta, sopra una ritmica contenuta ma variopinta, pur nel limite dell’economia del brano. Gulleborg s’allontana dall’aspetto più volatile delle due esecuzioni precedenti percorrendo un sentiero che risuona di un misto di religiosità e di silenzioso raccoglimento. Una vibrazione di contrabbasso suonato con l’archetto è il momentaneo drone attorno a cui lavora il morbido sax dell’Autore. Quando interviene il pianoforte con una melodia toccante e carica di pause, il brano sembra dilatarsi in moduli improvvisativi, tra il cammino cupo del contrabbasso, le percussioni rarefatte e la splendida timbrica del tenore di Lindberget. Affascinante anche l’intervento di pianoforte che trova spazio nelle imprevedibili dissonanze portate dalla mano sinistra del musicista che lavora poi su accordi aperti e cristallini.

Mymble’s Theme recupera un po’ di quella leggerezza dei primi brani senza peraltro scadere in momenti insipidi. L’accompagnamento ritmico di contrabbasso e batteria è sempre funzionale ed essenziale, le note introduttive di Folkedal lavorano con discrezione, contornando il tema esposto dal sax. Pure in questo caso le melodie sono strutturalmente semplici ed assai gradevoli, anche se il brano tende ad allinearsi in qualche modo ad un collaudato stile nordico, direi tra EST e Martin Tingvall. La chitarra trova il suo spazio con assoluta discrezione e morbidezza – niente distorsioni timbriche – tra sassofono e il pianoforte, che in questo frangente osa qualcosa in più aumentando le sue dinamiche e avventurandosi occasionalmente su qualche scala bebop. Ma ad ogni modo quanto più la sonorità del sax si fa morbida, tanto più quella del pianoforte diventa brillante e nivea. Questo contrasto timbrico tra i due strumenti mi sembra sia uno tra i particolari che risalta maggiormente all’occhio in questo album. Duo (Breath), dall’incedere iniziale mozartiano, è storia privata tra sax e pianoforte che si sviluppa in uno tra i pezzi più complessi dell’intero lavoro. Scrittura e improvvisazione s’intercalano con profonda suggestione dove Folkedal lavora in momenti rarefatti, molto armonici e raccolti. La relazione strumentale è perfetta e qui la malinconia svolta l’angolo facendosi tristezza e solitudine. Tra l’altro non vorrei sbagliarmi ma mi pare che Lindberget s’impegni qui in una sorta di respirazione circolare al suo strumento. Evig nasce in una schiuma di moderate percussioni tra piano elettrico e accordi lievi di chitarra. Poi arriva il sax, convincente come sempre anche in apparizioni estemporanee come queste. Il contrabbasso intreccia un lungo assolo formidabile, molto tecnico, svelandosi completamente per la prima volta in questa traccia, diventando quasi lo strumento principale. Ma è la voce, rotonda ed amichevole del sax ancora una volta, ad ammaliare l’ascoltatore, un suono che sale di volume e dinamica ma senza strafare, e sul finale riappaiono chitarra e pianoforte in dialogo sommesso tra loro. Bela Ivanderland è un brano quasi sbarazzino, animato da una corrente swing in cui riesce bene ad esprimersi anche la chitarra di Kaardal. Venato da una lieve spolverata di humor, tuttavia il suo livello qualitativo è inferiore ai brani precedenti. Sembra quasi sia stato posizionato a questo punto per sciogliere le tensioni in un momento più liberatorio e carico di dinamiche, come ad esempio nell’assolo finale di sax, poco in linea però con il suo stigma più personale. E a proposito di respirazione circolare, questa volta non credo di sbagliarmi, perché Lindberget ne offre una prova tecnicamente superba nell’infinita escursione sonora di Interlude, tra l’altro suggestivamente sorretta da effetti elettronici di chitarra e tastiere, pianoforte incluso. Arp comincia con una fitta rete di suoni di sostegno – forse una chitarra o una tastiera – sulla quale il sassofono recupera in pieno il suo stile vellutato. Quasi una sorta di ballad piuttosto introvertita ruota attorno ad atmosfere evanescenti, ad andamento lento. Ma circa a metà brano si fa viva la chitarra con il suo stile smaterializzato, in stretta relazione col pianoforte e questo è il momento più bello dell’intera composizione. In mezzo alle trame larghe così venutesi a creare, il sax interviene con assoluta discrezione mentre la ritmica aumenta d’intensità e di calore. Strano brano, in puro stile jazz contemporaneo, dove non ci sono estremismi sonici ma tutto procede con una certa tranquillità e rilassatezza. La sintassi è raffinata, onirica, potrei dire anche paesaggistica se non avessi timore di essere retorico. Si chiude con la title track, Hymn to a Friend. Una melodia che pare quasi un’elegia o un epicedio, talmente è accorata e partecipata. Condotta in duo tra sax e pianoforte su cui s’allungano le percussioni e l’arco del contrabbasso più qualche effetto elettronico, la linea musicale vive di movimenti aerei ma segnati da una certa qual mestizia.

Nel complesso, Hymn to a Friend si configura come un lavoro ben equilibrato, dove la precisione dell’esecuzione e la chiarezza delle intenzioni compositive confermano la maturità musicale di Lindberget e sodali. Pur muovendosi all’interno di un lessico melodico parzialmente inquadrabile in uno stile nordico – per quanto possa significare questo termine – l’album introduce variazioni metriche e timbriche che ne ampliano qualitativamente la profondità artistica. È un progetto coerente, essenziale, in cui l’assenza di orpelli si traduce in un tentativo rimarchevole di comprendere la complessità dell’esistenza attraverso la semplicità. Hymn to a Friend è un album che non alza mai la voce ma resta costantemente in ascolto di sé. È lì che si nasconde la sua forza, nel non voler impressionare ma nel lasciar emergere la complessità da una serie di gesti condotti con semplicità. Lindberget e il suo gruppo costruiscono una musica colma di anemos, un soffio vitale che vive di contrasti sottili e silenzi carichi di senso, in un progetto come questo che è lezione di misura e sincerità.

Tracklist:
01. Intro (1:53)
02. Vår (6:16)
03. MiRakel (5:35)
04. Gulleborg (5:29)
05. Mymble´s Theme (4:45)
06. Duo (Breathe) (4:55)
07. Evig (6:07)
08. Bela Ivanderland (4:41)
09. Interlude (1:27)
10. Arp (7:58)
11. Hymn to a Friend (2:55
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