L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Riccardo Bonato (Bi.Photo)

Quando le luci del Magnolia si abbassano e fuori Milano è già nebbia d’inverno, dentro la sala succede un piccolo cortocircuito temporale. Da una parte c’è la storia dello screamo italiano, i Raein, tornati dopo dieci anni di silenzio discografico con Forme sommerse; dall’altra c’è una delle band più vive della nuova ondata emo, gli Stegosauro, figli di una scena cresciuta anche grazie all’esempio di quei dischi. In mezzo, una platea che mescola chi li segue dai primi tour nei centri sociali e chi li scopre ora, nel pieno della seconda primavera emo.

Stegosauro, equilibrio instabile e salti nel vuoto
Ad aprire la serata sono gli Stegosauro che negli ultimi anni si sono ritagliati uno spazio sempre più riconoscibile con il loro impasto iperattivo di midwest emo e screamo.
Sul palco del Magnolia arrivano come se fossero già a metà set: niente riscaldamento, si parte di scatto, il canto oscilla tra il parlato che si spezza e gli sfoghi urlati che aprono improvvise voragini emotive. È una musica che vive di accelerazioni improvvise, di frenate brusche, di piccoli incidenti controllati: l’equivalente sonoro di andare in bicicletta senza mani e accorgersi, a un certo punto, di stare davvero rischiando di cadere.
All’inizio si ondeggia, si annuisce, si prova a seguire i cambi di tempo; dopo pochi pezzi si canta, si urla, partono i primi cerchi che si aprono e si richiudono sotto il palco. Gli Stegosauro hanno una dimensione dichiaratamente collettiva: i ritornelli diventano slogan intimi, i silenzi improvvisi sono riempiti da urla, risate, battute dal palco. Il tono è leggero, quasi autoironico, ma sotto si sente chiaramente il peso delle cose di cui parlano: precarietà, ansie generazionali, la sensazione di non avere mai davvero il controllo della traiettoria.

Forme sommerse: dai solchi del vinile al corpo vivo del Magnolia
Quando tocca ai Raein, l’atmosfera cambia di densità. Le luci si abbassano ancora, le prime file si compattano, qualcuno chiude gli occhi prima ancora che parta una nota. È il tour di Forme sommerse, il primo lavoro di inediti dopo dieci anni: un disco fatto di due soli movimenti, quasi mezz’ora di musica continua, pensata come un’unica storia da attraversare dall’inizio alla fine.

I Raein arrivano dal buio senza bisogno di presentazioni. Sono spesso indicati come una delle band che hanno portato il linguaggio dello screamo europeo a una nuova consapevolezza, mescolando hardcore, post-rock, melodia e violenza emotiva.
Dal vivo Forme sommerse non è semplicemente “suonato”: è messo in scena. La voce entra come un graffio improvviso su una superficie liscia, un’urgenza che lacera e subito si ritrae.
Il nuovo materiale vive molto sui contrasti. Alle sezioni più serrate, dove tutto sembra crollare addosso – batteria in corsa, chitarre fitte, voce al limite – seguono passaggi quasi ambient, in cui i suoni si dilatano, gli accordi restano sospesi, il tempo pare smaterializzarsi.
Il cuore del set è costruito proprio su questa alternanza continua. I brani storici vengono inseriti come cicatrici luminose dentro il flusso di Forme sommerse: riconoscere un riff o un cambio di tempo di vecchi pezzi significa, per molti in sala, ritrovare un pezzo di sé legato a concerti visti anni fa, a viaggi in treno per raggiungere piccoli club di provincia, a amicizie nate e perse in quel circuito. La band suona con un senso di misura quasi chirurgico: ogni impennata emotiva è bilanciata da un momento di sospensione, ogni sezione più melodica è subito messa in discussione da una nuova ondata di rumore.

Un corpo unico tra palco e platea
Quello che colpisce, più ancora della precisione del suono, è la relazione fisica tra Raein e pubblico. La distanza tra palco e platea dura pochissimo. Lo screamo dei Raein non è mai puro sfogo. È un modo di nominare l’indicibile, di dare forma a emozioni che, altrimenti, resterebbero davvero sommerse. Quando la voce si spezza e il pubblico continua il verso al posto del cantante, si ha la sensazione di assistere a una sorta di rito collettivo: non c’è più un “io” e un “voi”, ma un unico corpo che prova a reggere insieme un peso emotivo che da soli sarebbe troppo grande.

Trivel Collective, Magnolia e una scena che continua a respirare
La data al Magnolia è presentata da Trivel Collective, realtà che in questi anni ha lavorato per riportare in primo piano un certo modo di fare booking. Mettere sulla stessa line-up Stegosauro e Raein non è solo una scelta di gusto, ma una dichiarazione di intenti: tenere insieme generazioni diverse, far dialogare chi ha costruito un linguaggio e chi oggi lo sta trasformando, spostandolo verso territori più ibridi.
Quando l’ultimo crescendo di Forme sommerse si spegne, la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa che va oltre la semplice presentazione di un disco. È come se quelle “forme sommerse” di cui parla il titolo avessero trovato, per una sera, un luogo in cui emergere senza paura: un posto in cui fragilità, rabbia, nostalgia e desiderio possano convivere, urlate a pochi centimetri dal volto di chi le condivide.
Quando le luci si riaccendono e la gente defluisce verso il parco dell’Idroscalo, restano addosso due immagini. La prima è quella del caos controllato degli Stegosauro, con le loro canzoni-capriola che ricordano quanto sia prezioso, a volte, rischiare di cadere. La seconda è quella dei Raein che, dopo vent’anni e più di storia, riescono ancora a trasformare un concerto in un abbraccio collettivo che fa male e cura allo stesso tempo.

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere