R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dev’essere avvenuta un’autentica conversione sulla via di Damasco, riguardo alla giovane pianista estone Britta Virves. Dopo anni di studi classici e la decisione di volersi addirittura allontanare dallo strumento per dedicarsi alla chitarra, le venne suggerito di ascoltare qualcuno tra i migliori, riconosciuti maestri contemporanei del pianismo jazz. La Virves scoprì così un universo parallelo dove poter applicare le rigorose tecniche strumentali apprese nel corso dei suoi studi e nel contempo assaporare il gusto di una libertà espressiva probabilmente mai immaginata. Simple Things, secondo album dopo il precedente Jupiter (2022), arriva come un soffio fresco e strutturalmente ben radicato, nonostante la forma piuttosto lineare con cui il trio della Virves affronta il linguaggio jazz. L’operazione proposta dalla musicista estone si caratterizza, nell’immediato, per una notevole coerenza timbrica, sostenuta dal ruolo equilibrante della coppia ritmica che l’accompagna. L’Autrice applica la propria turgida pronuncia personale sopra un pianismo ricco di effusioni melodiche che si distende e si ritrae, sempre pronto a cercare il limite tra l’esposizione melodica e la parentesi meditativa del silenzio. Il trio, oltre che dalla stessa Virves, è costituito dal contrabbassista Jon Henriksson e dal batterista Jonas Backman, entrambi svedesi.

Quest’ultimo musicista l’abbiamo peraltro già ascoltato nell’album del trombettista Erik Palmberg, In Between (2021), vedi qui. La formazione così organizzata costituisce un’intesa ormai rodata e ben affiatata che procede a volte per polposi passaggi strumentali e in altre circostanze con disciplinata e tranquilla naturalezza, quasi con una forma di tenerezza che filtra tra le pieghe dei suoni. Simple Things si colloca all’interno di un contesto edonistico tipicamente epicureo, cioè orientato ad un aspetto che riguarda fondamentalmente la serenità dell’animo. Rimane quindi consapevolmente piuttosto lontano dall’esistenza di drammatici conflitti psicologici, scorrendo fluidamente attraverso la convergenza di idiomi jazzistici, retaggi classici e influenze pop-new age, con una musica sorprendentemente piacevole all’ascolto. Si tratta effettivamente di un viaggio aperto verso un universo lievemente perturbante, leggero e luminoso ma percorso da correnti profonde. Britta Virves sembra raccontare il mondo come chi osserva la neve cadere ma che nello stesso tempo avverta la terra vibrare sotto i piedi. I brani appaiono come una sequenza di temi e immagini piuttosto personali laddove il pianoforte sussurra memorie d’infanzia, immagini paesaggistiche, volti e frammenti di ricordi. Il trio di cui sopra non è comunque solo. A questo s’aggiunge la vocalità della cantante americana Genevieve Artadi, un’autentica presenza luminosa con il suo canto fragile e sospeso. C’è poi un arrangiamento d’archi organizzato da Joakim Milder che appare in due tracce, innescando un fremito in cui groove, nordicità e pop raffinato si inseguono senza mai cadere nella maniera. La Virves resta al centro di tutto, sicura, presente, con quella chiarezza che fa intravedere, a volte, una naturale fragilità. L’attenzione al dettaglio, al rapporto tra pause ed articolazione sonora così come alla costruzione di spazi dinamici, indica una ricerca formale ancora in corso ma già ben direzionata. La semplicità allusa nel titolo si configura allora come un’operazione semantica volutamente ambigua, suggerendo un’immediatezza che, all’ascolto analitico, si rivela tutt’altro che elementare. Dentro a questo lavoro, infatti, c’è un mondo denso, vissuto, in cui ogni brano sembra contenere un ricordo, una svolta emotiva o un dubbio reiterato. L’album, nel suo complesso, appare come una via stretta sotto le spoglie dell’essenziale, ma non per questo semplificata, capace anzi di suggerire un itinerario interiore senza espressamente enunciarlo.

I pochi secondi di Intro tra qualche misteriosa nota di pianoforte e una scala discendente di contrabbasso, alludono alla seguente title track Simple Things, che sembra inizialmente poco più di un piacevole pop rock reso godibile dalla voce impalpabile della Artadi. Ma nel prosieguo del brano si capisce come, senza proclami, il jazz si sovrapponga all’immagine iniziale quasi non facendosene accorgere. Cambiano le ritmiche, muta l’atteggiamento pianistico, mentre la voce della cantante diventa quasi un’eco che aleggia in lontananza. Tutto resta aereo, pulito e chiaramente armonico, riuscendo a trasmettere un’idea di purezza virginale. Nel finale le due componenti pop e jazz si fondono in una coda di lieve, confidenziale malinconia. Forever è un brano dedicato dall’Autrice a due musicisti che lei stessa considera come importanti riferimenti. Il primo è il chitarrista Kurt Rosenwinkel, che compare tra l’altro nel precedente Jupiter e l’altro è il batterista Gregory Hutchinson. Un beat insistente e moderato di Backman accompagna l’intero brano in cui il pianoforte imposta una melodia cantabile. La pianista lega molto bene le note del tema prodotte con un tocco sapiente e spontaneo e s’abbandona poi all’improvvisazione cristallina senza parti inutilmente sovrabbondanti. La Virves non ha intenzione di fare volume ma insegue una limpidezza espressiva tale che ogni nota diventa riconoscibile come elemento costituivo della propria linea melodica. Trova spazio anche un buon assolo di contrabbasso che segue le medesime guide suggerite dalla pianista. Se la classe si nota nelle cose semplici, in questo pezzo di musica lo stile è quanto mai raffinato e misurato, policromo e magnetico.

Road to Braemar è la conseguenza di un viaggio attraverso la Scozia, dove la Virves cerca di catturare elementi fuggevoli della Natura, appoggiandosi ad una precisa e scorrevole macchina ritmica il cui passo insistente ricorda il movimento d’un treno attraverso il paesaggio. Ci trovo qualche analogia, in questa risoluzione composita, con un altro trio, giust’appunto scozzese, quello di Fergus McCreadie – leggi qui. Il pianismo dell’Autrice, intrecciato con il contrabbasso e il battito leggero della batteria, ha tutto l’agio di espandersi lungo la tastiera, proponendo brevi frasi reiterate alternate ad improvvisazioni più erratiche. Before and After è un intimo, pensoso e nostalgico brano di piano solo. Tra i miei preferiti per la capacità d’indagine psicologica, sembra un viaggio nella memoria di un Tempo srotolato dagli anni. Di straordinario spessore umano, si esprime ad un’altezza analoga, sia come afflato melodico che come tocco – qui l’impostazione classica si nota e come – a quelle composizioni di stampo impressionistico di un Frank Kinbrough e di Fred Hersch. Mirrors è una composizione dedicata alla sorella, vibrante di sentimenti sfocati, caratterizzata dal tratto gentile dell’emozione e dagli ampi spazi sonori offerti dall’articolazione tra pianoforte e ritmica. La melodia orecchiabile si muove tra due accordi in rivolto, un La bemolle minore e un Fa diesis maggiore ma si mette in evidenza la moderata costruzione ritmica, soprattutto da parte della batteria. Days of Lily è invece un brano dedicato alla madre un po’ sulla falsariga del precedente che ne sembra quasi una naturale continuazione, se non fosse per l’accompagnamento di archi verso il finale a modificarne il tratto. Le frasi pianistiche tematiche, con la loro sequenza di terzine, vanno così a mescolarsi con l’arrangiamento corposo organizzato da Milder. Stepping Stones intorbidisce in superficie le acque con un ritmo quasi reggae e la consueta forma tematica costituita dalla ripetizione di frasi brevi e ficcanti, suonate quasi all’unisono da contrabbasso e pianoforte. Durante la fase d’improvvisazione la ritmica si fa più swingante, il pianoforte della Virves diventa leggermente più meditato con una particolare attenzione alle pause mentre Henriksson ne contrappunta le parti. Le dinamiche s’incrementano nel finale, mantenendo però l’ordine tra i pesi e i contrappesi relativi dei tre strumenti. Hope mantiene il sentimento di dolcezza già registrato nei brani precedenti ma, complice un variegato substrato ritmico, la traccia risulta avere un piglio più moderno e astratto, puntando con meno decisione al melodismo del tema. La moderazione regna comunque sovrana anche in questo frangente, dove una certa serenità umorale si accompagna ad un pianoforte che ha desiderio di swing, pur mantenendosi in un ambito di inquieto puntillismo. L’assolo di contrabbasso è ragionato così come il pianismo che lo accompagna a distanza con alcune note di contorno. Bravery inizia quasi sottotono con un riff di contrabbasso, incanalandosi in un crescendo di dinamiche strumentali molto ordinato, con suoni di sottofondo che sembrano quelli di una tastiera elettronica. Sincopi e riprese sono le caratteristiche che s’annunciano con il brano seguente, Chances. Anche qui la ritmica gioca di fino mentre il pianoforte si guarda bene da esporsi eccessivamente, limitandosi a qualche intervento un po’ sovrapensiero. Curioso il sistema percussivo di Backman. Stepping Out s’immerge in un magmatico contingente d’archi e di suoni di synth che chiude l’album forse troppo frettolosamente.

Simple Things si rivela come un laboratorio di forma e di levigate percezioni, un luogo in cui non si verifica un’irrazionale esplosione dell’immaginario ma una consapevole pianificazione di ritmi e melodie dalla struttura relativamente semplificata. La presenza pur saltuaria della vocalità e l’intarsio timbrico del trio sono dispositivi che chiariscono il senso della ricerca, indirizzata verso una limpidezza di linguaggio che non vuole rinunciare alla spontaneità. Quello che emerge da questa musica è, in fondo, un gesto critico, sia verso  le numerose vertigini revivaliste dell’epoca odierna sia nei confronti di avanguardie che vanno troppo oltre, dimenticandosi a volte del piacere e della gradevolezza che dovrebbero essere parte attiva della Musica.

Tracklist:
01. Intro (0:56)
02. Simple Things (feat. Genevieve Artadi) (4:53)
03. Forever (5:48)
04. Road to Braemar (4:08)
05. Before & After (1:21)
06. Mirrors (3:42)
07. Days of Lily (4:00)
08. Stepping Stones (5:34)
09. Hope (4:39)
10. Bravery (2:19)
11. Chances (3:15)
12. Stepping Out (1:23)

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